Nuovi sviluppiIn Italia solo le imprese hanno compreso l’importanza della ricerca

Negli ultimi anni gli investimenti privati in R&D sono aumentati, colmando uno storico ritardo. Negli ambienti industriali si è diffusa la consapevolezza che in un periodo di domanda stagnante e allo stesso tempo di globalizzazione e competizione la soluzione è il prodotto innovativo. Al pubblico resta il compito di rimuovere tutti gli ostacoli strutturali

Michael Longmire, Unsplash

C’è una cosa che contraddistingue quei Paesi che, come l’Italia, vivono in un eterno presente o che addirittura si crogiolano nel ricordo di presunte passate fortune. È il prediligere scelte le cui conseguenze saranno visibili solo nell’immediato, disinteressandosi sia degli esiti a lungo termine sia di tutto ciò che invece avrebbe ripercussioni sulla realtà solo a distanza di anni.

Non si tratta solo del debito, del deficit, delle leggi sulle pensioni, ma anche di quegli investimenti che viceversa porterebbero un beneficio nel tempo, ma non subito. Quelli in ricerca e sviluppo sono tra questi.

È risaputo come in Italia siano inferiori che in gran parte dei Paesi occidentali. Ammontano all’1,4% del Pil contro il 2% nella Ue, il 2,36% medio nell’Ocse, il 3,1% in Germania, fino ad arrivare a livelli record in Corea del Sud, 4,41% e Israele, 4,88%. Solo in Spagna tra i grandi Paesi sono inferiori ai nostri.

Chiaramente non è una pura coincidenza il fatto che Paesi come Israele e Corea del Sud, appunto, abbiano una crescita del Pil decisamente superiore non solo a quella italiana, ma anche a quella europea e di gran parte dell’Occidente.

Per una volta però a fare la differenza non sono solo e tanto le scelte governative. Certo, anche la R&D pubblica rimane indietro in Italia, ammonta solo al 0,18% del PIL contro il 0,22% nella UE e il 0,23% nell’Ocse, ma il gap con gli altri non è enorme, e non lo è neanche nel caso della R&D ufficialmente etichettata come “Higher Education Research & Development”, quella  di fatto universitaria per cui in Italia viene speso lo 0,32% del PIL contro il 0,44% nella UE e lo 0,41% medio nell’Ocse.

No, a fare realmente la differenza è la ricerca e sviluppo privata, quella delle aziende, che ammonta nel nostro Paese solo al 0,87%, mentre a livello OCSE si arriva al doppio, all’1,66% in Germania al 2,14%, in Sud Corea e Israele al 3,52% e al 4,29%.

Dati Ocse, in % sul Pil

È questo il motore che spinge l’economia, l’innovazione che si realizza nelle aziende, in particolare quelle multinazionali, e che riesce a creare produttività e quindi quella competitività che è alla base dei maggiori margini, quindi degli incrementi dei salari che risulteranno in una domanda sempre più grande e in crescita del Pil.

Il ruolo dello Stato non è secondario, soprattutto se parliamo di quella ricerca di base costosa e non di immediata convenienza per le imprese, ma in realtà risulta decisivo anche nel caso della R&D privata, perché se è vero che viene realizzata dalle aziende, spesso e volentieri lo è con il finanziamento dello Stato o delle università.

Si tratta di una piccola fetta, certo, intorno al 5% di tutta la ricerca delle imprese, ma in Italia è ancora una volta un po’ più piccola che altrove. Soprattutto in alcuni Paesi europei come Spagna, Francia, Regno Unito lo Stato integra l’iniziativa autonoma delle aziende finanziando una parte della loro spesa in R&D

Dati Ocse, in % sul Pil

Forse anche per questo la ricerca del settore privato ha un ruolo minore in Italia sul totale della ricerca, ne costituisce il 63,26% del totale, che può sembrare tanto, ma è meno della porzione che rappresenta in Corea del Sud, l’80,29%,in Cina, il 77,42%, o in generale nell’Ocse, mediamente il 68,89%.

Nel nostro Paese sono relativamente più importanti Stato e università, relativamente, appunto, solo per il ruolo particolarmente ridotto delle nostre imprese.

Dati Ocse

Imprese però che nell’ultimo decennio hanno cercato di recuperare, gliene va dato atto. Tra 2008 e 2018 in Italia più che altrove è stata la ricerca privata delle imprese quella che è cresciuta di più in Italia, di ben il 79,8%, più che quella generale, +52,2%, o dello Stato, e certamente più del valore aggiunto dell’industria e del PIL.

Solo in Corea del Sud e Israele si vedono tassi di crescita maggiori, altrove, per esempio in Germania, Francia e Spagna, sono inferiori, almeno per quanto riguarda la ricerca aziendale.

Quella complessiva è in realtà aumentata troppo poco considerando il livello di partenza, ma perlomeno, grazie alla performance di quella privata, è cresciuta più dell’economia generale, cosa non accaduta per esempio in un Paese colpito duramente dalla crisi finanziaria, la Spagna.


Dati Ocse, crescita in termini di dollari PPP

Certamente nel nostro Paese rimangono quei deficit strutturali che sono poi anche alla base della carenza di investimenti in ricerca e innovazione, il nanismo aziendale, il minor peso delle multinazionali, la scarsa capitalizzazione delle imprese, che ricorrono più che altrove alla leva finanziaria più che all’equity.

Tuttavia in particolare dopo la crisi almeno in parte del mondo imprenditoriale è nata la consapevolezza che in un periodo di domanda stagnante e allo stesso tempo di globalizzazione e competizione è il prodotto innovativo, quello che consente margini più alti, a far prevalere e molto spesso a far sopravvivere.

E così rispetto alla media siamo sì sempre indietro, ma in 10 anni l’incremento della ricerca sul totale del valore aggiunto dell’industria è stato più ampio che nel resto dei Paesi Ocse.

Dati Ocse, in % sul valore aggiunto dell’industria

Questa consapevolezza dovrebbe essere di tutti ora che ci avviamo, forse, al termine di una crisi ben peggiore, che ha distrutto in modo ancora più grave sia la domanda che gli investimenti.

Tra l’altro questa fase eccezionale ha modificato, forse in modo permanente, anche alcuni modelli di consumo, e vi è la necessità di una rielaborazione delle strategie industriali, di un cambiamento qualitativo, che vada oltre il recupero della domanda perduta, di adattare finalmente l’economia italiana alla rivoluzione digitale che finora abbiamo solo subito e vissuto come consumatori, e di cui non siamo divenuti protagonisti come lo fummo nell’economia della seconda metà del XX secolo.

Per questo ci vuole ricerca, ricerca effettuata dalle imprese, ma queste ora non possono fare da sole. Il loro rilancio non potrà basarsi solo sugli effetti di bonus e sussidi distribuiti ai consumatori, perché spendano di più, quanto sugli investimenti.

Il Recovery Plan serve esattamente a questo, non è strumento di lotta politica, ma mezzo per accelerare un cambiamento che l’Italia ha atteso troppo a lungo.

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