Ancora autotuneMa che cosa abbiamo fatto per meritarci la trap?

Un genere musicale che doveva durare poco, e invece. Nato in seno a una organizzazione di spacciatori americani ha conquistato il mondo, Italia compresa, in poco più di 10 anni. Adesso che è una realtà consolidata, un libro cerca di fare il punto

Matteo Rasero/LaPresse

Secondo le previsioni più ottimiste, avrebbe dovuto durare poco. Quella strana miscela di ritmi minimalisti, voci distorte e lingua da pseudo-gangster di periferia che andava sotto il nome di “trap”, sembrava soltanto l’ennesimo sottoprodotto del mondo hip hop, vicolo cieco di una delle tante variazioni di un genere già in declino. Quelle previsioni purtroppo (o per fortuna, a seconda dei gusti) erano sbagliate.

Come spiega nel dettaglio “Trap Game. I sei comandamenti del nuovo hip hop”, prima guida in Italia che racconta il fenomeno, scritta da Andrea Bertolucci «a 14 mani» con alcuni degli artisti più noti (Lazza, Ketama126, Enria, Maruego, per fare dei nomi) ed edita da Hoepli, ormai la trap «è qui per restare».

Nata all’inizio del millennio negli ambienti della mafia nera di Atlanta, in Georgia, ha superato da Sud la divisione tra East e West Coast (una contrapposizione degli anni ’90 che ha portato all’uccisione di musicisti come Tupac Shakur e The Notorious B.I.G.) ha attecchito e si è espansa, in una fitta serie di ramificazioni e ibridazioni con altri generi, in tutto il mondo. È arrivata, con un po’ di ritardo, anche in Italia, tanto da salire sul palco del Festival di Sanremo.

È una realtà, insomma. La trap ha sconvolto il vecchio rap, nel settore si è imposta come forma dominante, ha tracimato in altri generi e, forte dei suoi bassi distorti e dell’Autotune, condiziona artisti pop come Beyoncé, Katy Perry, Pharrell Williams, Ed Sheeran, Lady Gaga e Lana Del Rey.

Insieme alla musica (o a quello che vorrebbe esserlo) accompagna una sua precisa estetica, dove i cappellini da baseball lasciano il posto a pellicce e marchi famosi. I vestiti sono cari, la ricchezza è vistosa, pacchiana, ostentata.

Se i testi delle canzoni contano poco, il modo in cui ci si abbiglia è fondamentale. I trapper sono i rappresentanti di un edonismo disperato, dalla foga quasi ingenua, in cui si abbracciano soldi e droga. Essere ricchi, spiega Lazza «è un fine e non un mezzo». Vuol dire essere arrivati, comandare, farsi rispettare, dettare legge nel «blocco» (terribile importazione di “block”, parola inglese per definire il quartiere) e soprattutto farsi invidiare.

Per i profani, orientarsi in questo mondo è difficile, ma il libro fornisce alcuni rudimenti di base. Prima di tutto lessicali: «Le “trap house” sono delle case, molto spesso abbandonate, nei sobborghi delle metropoli americane, nelle quali viene prodotta (in gergo “cucinata”), venduta e consumata ogni tipo di droga. Il termine può finire per caratterizzare addirittura l’intero quartiere o l’intera comunità in cui si svolge il traffico di droga».

Poi storico-artistiche: «L’ascesa di popolarità di questo genere ha coinciso con l’affermazione dell’organizzazione di spaccio della Black Mafia Family». Si tratta di una organizzazione criminale nata a Detroit ma con ramificazione anche ad Atlanta, guidata dai due fratelli Demetrious “Big Meech” Flenory e Terry “Southwest T” Flenory, entrambi adesso in galera dopo essere stati arrestati nel 2015. Siamo nei primi anni Duemila. «Questo gruppo era noto per le spese considerevoli e lo stile di vita esagerato che accomuna molte delle organizzazioni criminali», che si è poi trasferito, di peso, nell’immaginario dei trapper.

Del resto la Black Mafia Family si è buttata nel business della musica per ripulire i proventi ricavati dallo spaccio. Ma la sua etichetta, la BMF Entertainment, funzionava anche come cassa di risonanza della sua propaganda: «i primi trapper sono dei veri e propri aedi dei trafficanti e degli spacciatori».

Inoltre, ci sono alcune indicazioni di carattere musicale. Secondo l’opinione comune, quello che differenzia un brano trap dagli altri è «l’utilizzo di sample presi dalla drum machine più famosa della storia della musica, ovvero la Roland TR-808. Questo macchinario contiene in tutto 16 suoni diversi di percussioni, ciascuno a sua volta modificabile con svariati tipi di effetti». Poi, «l’aggressività dei kick (il suono della cassa della batteria)», la distorsione dei bassi, «pratica tipica del dubstep» e, soprattutto, «l’ampio utilizzo di Auto-Tune, un software che corregge gli errori di intonazione e maschera i difetti della voce». Che è diventato un marchio di fabbrica.

A tutto questo va unito un utilizzo minimalista dei beat, un testo risicato e vuoto (serve a esaltare la presenza del cantante), il mancato rispetto del ritmo.

Insomma, per i fan, è la musica dei nostri tempi (anche se ce ne sono tante altre, per fortuna). E così la sua etica (se così si può definire), composta di avidità, lusso, individualismo e competizione.

Come il punk, si pone in contrasto con la tradizione precedente. Ma a differenza del punk, è sorto da una organizzazione criminale ed è cresciuto in una epoca di crisi economica. Questo forse spiega il suo intrinseco e irrinunciabile culto del denaro, ma ancora non dà conto delle inspiegabili ragioni del suo successo planetario.

Per queste, forse, sarà necessario un altro libro.

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