Libera la menteMeditazione e decluttering, così Netflix invita a curare le ferite del 2020

Le proposte di inizio gennaio della piattaforma in streaming somigliano ai buoni propositi per l’anno nuovo e contengono un’esortazione al miglioramento individuale. La sensazione è che, se mai ci saranno, gli effetti saranno di breve durata

frame da “Le guide di Headspace: Meditazione”

Che qualcosa nel mondo non stia andando nel verso giusto lo suggeriscono le prime proposte Netflix per gennaio. Una serie animata sulla meditazione e un film-documentario su come diventare minimalisti. È vero che ogni nuovo inizio, anche simbolico, è accompagnato da buoni propositi di cambiamento interiore, ma qui sembra prevalere la preoccupazione per l’impatto provocato dal 2020 sulla stabilità emotiva di tutti.

E allora ecco che sulla piattaforma in streaming compare “La guida di Headspace: Meditazione”, un invito alla rilassatezza, inno contro lo stress, richiamo (commerciale?) a una pratica secolare come mezzo per affrontare le difficoltà del presente. La serie, in otto puntate, costituisce l’ultimo traguardo in ordine di tempo del progetto di Headspace, società fondata da Andy Pudicombe (monaco buddhista convertito all’imprenditoria) e Richard Pierson. Da 10 anni cercano di diffondere la cultura della meditazione, sfruttando spazi nuovi e inaspettati. Netflix, cui arrivano grazie alla collaborazione con Vox Media, è uno di questi.

«Quando è stata l’ultima volta in cui non hai fatto niente (e intendo niente?)». L’incipit è fulminante. Mentre lo spettatore cerca una risposta, parte una pioggia di puntini arancioni insieme a una musica avvolgente. Le animazioni rilassano, il tono della voce, sempre di Puddicombe, è amichevole. Parte con una breve presentazione, ripercorre la storia della meditazione e arriva al punto. Come si fa a meditare? Non significa, come molti credono, «liberare la mente dai pensieri». Al contrario bisogna farli scorrere mantenendo un approccio rilassato. «È come sedersi sul ciglio di una strada e guardare le automobili che passano»: quelle sono i pensieri, mentre la mente è la persona che guarda.

Poi seguono istruzioni, sempre più precise, che accompagnano le prime prove di meditazione degli spettatori. O degli ascoltatori? A giudicare da come è strutturata ogni puntata (introduzione e poi esercizio), dai ripetuti inviti a «chiudere gli occhi», dalla natura statica delle immagini, sembra più che altro un podcast adattato a video.

Al contrario, “Minimalism: Less is Now” (altra proposta di Netflix) è un documentario in stile classico che torna sul tema del decluttering, dell’eccesso di oggetti che «che ci fa male perché sottrae spazio a ciò che davvero è importante». Realizzato dagli americani Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, noti come “The Minimalists”, da anni pubblicizzano in chiave moderna l’antica pulsione francescana di liberarsi degli cose superflue.

Hanno scritto libri, fatto conferenze e tour teatrali, dato vita a una sorta di movimento, e soprattutto creato un podcast. Questo è il loro secondo documentario dove vengono raccolte anche una serie di interviste a persone stimolate dalla visione del primo, “Minimalism: A Documentary About The Important Things”, del 2016. Come è cambiata la loro vita dopo questa sorta di conversione? Risposta ovvia: in meglio.

Avere meno oggetti è possibile, crea più tranquillità e ha una allure da ribelle («Vogliono che compri cose, e tu non lo fai»). Ma soprattutto, ha conseguenze su tutti gli altri aspetti della vita. Agli oggetti e alle proprietà è legata l’immagine che ognuno ha di sé e della sua collocazione nel mondo e questi, cosa banale, con la loro stessa presenza eserciterebbero una sorta di tirannia sulla persona. Per questo il minimalismo è presentato come un percorso di liberazione individuale.

Insomma, a inizio 2021 su Netflix si toglie e si medita. Sono suggestioni, ma forse non è un caso che arrivino proprio ora, cioè dopo un anno di instabilità e incertezza e, causa lockdown diffusi, di eccessiva frequentazione dei propri oggetti (di cui si è scoperta l’intrinseca inutilità). Quello che si propone, insomma, è un compedio di rimedi per curarsi e alleggerirsi. E forse è proprio la cosa giusta da fare.

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