D-DayL’ultimo tango a Washington di Trump, con gelosia finale per Lady Gaga che canta con Biden

Oggi alle 18 il giuramento del nuovo presidente. Le ultime ore sono state le più amare, Donald non esce e non parla: tutti i collaboratori si defilano, mentre gli artisti (che lo disprezzano) si riuniscono a celebrare l’insediamento del numero 46

AP Photo/Jacqueline Larma

Trump soffre per Lady Gaga
La Guardia nazionale ha chiuso i ponti che collegano la capitale con la Virginia. Nel centro del District of Columbia molti palazzi e negozi sono barricati, con tavole di legno inchiodate. I soldati arrivati a proteggere l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris sono più di 25 mila; tra loro ci potrebbero essere golpidioti delle milizie suprematiste, o di QAnon.

Il Congresso degli Stati Uniti è circondato da militari e cancellate. Sul Mall, tra il Campidoglio e la Casa Bianca, dove erano previste duecentomila persone hanno hanno messo duecentomila bandiere americane; è suggestivo e triste e pure distopico. Mitch McConnell, quasi ex leader della maggioranza, per la prima volta ha dato al Trump la colpa del l’assalto al Campidoglio. Ha detto che i manifestanti diventati insorgenti «sono stati aizzati con le bugie» e «sono stati provocati dal presidente».

Intanto, alla Casa Bianca, Trump è «particolarmente irritato», ha detto una fonte al Washington Post. Perché celebrità come Lady Gaga, Jennifer Lopez, Tom Hanks partecipano all’insediamento di Biden, mentre lo showbusiness americano quasi al completo aveva boicottato la sua (l’invidia per l’inno cantato da Lady Gaga ha fatto un’enorme piacere ai twittatori queer, e, si pensa, anche a  Biden e Lady Gaga).

Trump e i trumpiani scappati
«Il presidente è di cattivo umore da molti giorni», riferiscono fonti interne a tutti i media possibili. Non esce dalla Casa Bianca da due settimane, non ha più parlato in pubblico, senza Twitter si sente nudo, inveisce contro i repubblicani che lo hanno tradito e continua a dire che ha vinto le elezioni. Avrebbe voluto un addio in pompa magna, ma potrebbe non esserlo.

Molti staffer, consiglieri, ex trumpiani vari sono dimissionari da tempo e sono scappati da Washington. Quelli rimasti, al netto dei collaboratori più stretti e cattivi alla Stephen Miller, sono quadri e meri esecutori che non vogliono più essere visti con Trump per non farsi stroncare la carriera. I repubblicani non troppo estremisti hanno voglia di dimenticare.

Anche con la possibilità, per ogni invitato, di portare cinque persone, non si prevedono assembramenti per acclamare il presidente uscente che alle otto di mattina, dalla base aerea di Andrews, se ne va senza salutare. «Per ora, non ci sono state molte risposte», dicono le solite fonti.

«Hanno invitato anche me», ha raccontato Anthony Scaramucci, pittoresco Wall Streeter e direttore delle comunicazioni alla Casa Bianca per alcuni minuti. Notando che, se invitano uno come lui, che avevano cacciato e che parla malissimo di Trump, devono essere disperati (non viene nemmeno il vicepresidente Mike Pence, che Trump ha chiamato “pussy” perché non voleva sovvertire il risultato elettorale; e che i trumpiani assaltatori del Campidoglio volevano impiccare).

Washington val bene una messa
Anche i leader dei gruppi repubblicani di Senato e Camera, Mitch McConnell e Kevin McCarthy, hanno fatto sapere che non andranno alla base di Andrews. A quell’ora, anzi tre quarti d’ora dopo, saranno a messa con Joe Biden. A Trump probabilmente dà più fastidio l’arrivo di Lady Gaga; ma il momento «Washington val bene una messa» è importante. Segnala desiderio di unità-pacificazione-armonia istituzionale-normalità washingtoniana. La messa sarà nella chiesta cattolica di St. Matthew, a dieci isolati dalla Casa Bianca (ieri notte Joe e Jill Biden hanno dormito alla Blair House, la foresteria della Casa Bianca, senza incontrare i Trump, e pare non gli dispiacesse).

Trump ha cose in comune con Melania
I Trump non verranno ricordati come coppia presidenziale innamorata, o affettuosa, o, affiatata. Ma hanno più cose in comune di quel che si pensa, dal razzismo all’indice di popolarità. A fine mandato, sono ambedue impopolarissimi. Lui non è andato mai oltre il 47 per cento, va via col 34. Lei vola in Florida col titolo di First Lady meno amata di sempre, con un 47 per cento di giudizi sfavorevoli e solo un 42 di favorevoli (sondaggi Cnn, per lui e lei).

Sempre secondo la Cnn, «sembra che l’essere collegata a suo marito abbia avuto un impatto negativo sulla sua popolarità», ma forse Melania Knavs in Trump ci ha messo del suo (ieri sera le ha detto addio anche Laura Benanti, che la impersona nel Late Show With Stephen Colbert; Benanti-Melania torna a Manhattan e si rende conto di non essere gradita in quanto Trump; se ne lamenta in una canzone da musical; si rende conto di dover andar a vivere a Mar-a-Lago «con mio marito che odio»; tenta di impietosire i newyorkesi, non ci riesce).

Joe Exotic, l’altro reality trumpiano
Tra tutti i condannati che hanno chiesto a Trump una grazia di fine mandato, Joe Exotic è quello che ha più senso. La sua vita assurda di gestore di parco con tigri nell’Arkansas pare una grottesca parodia di Trump e del trumpismo; con Carole Baskin, la rivale tigrista di Tampa, al posto di Hillary Clinton e/o Nancy Pelosi. È diventato famoso con un documentario, “Tiger King”, successo globale su Netflix a inizio pandemia; ma avrebbe voluto fosse un reality.

Joe Exotic, ovvero Joseph Allen Maldonado-Passage è stato condannato a 22 anni per crudeltà verso gli animali e per aver tentato di far uccidere Carole Baskin, che comunque grazie a lui è odiatissima. I suoi avvocati si mostravano così sicuri del presidential pardon che ieri avevano mandato una limousine fuori dal carcere federale di Fort Worth, in Texas (sostenendo di non volere telecamere, perché Joe Exotic non vuol farsi riprendere con l’aria dell’appena uscito di galera e ha «ha bisogno di vestirsi, truccarsi e sistemarsi i capelli»).

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