Bianco, ricco e cattivo“The Undoing” e l’era in cui la trama è decisa dal moralismo corretto

Le prove attoriali di Nicole Kidman e Hugh Grant convincono a metà, ma il vero guaio della serie Hbo è che la tensione dei primi episodi si risolve nella più banale delle conclusioni, ennesimo effetto dello spirito del tempo

frame di “The Undoing”

Ha senso guardare i nuovi prodotti seriali americani anche per testare il livello di moralismo di cui sono portatori. La domanda insomma non è se la serie del momento sia bella o brutta, bensì: quanto è politicamente corretta?

Il canone, naturalmente, risiede in quelle linee guida che l’Academy of Motion Pictures ha stabilito per i film che, a partire dal 2024, vorranno essere candidabili agli Oscar. Regole pensate per costruire una filiera del cinema più equa e inclusiva, ma allo stesso tempo vogliono entrare perversamente nel merito del discorso artistico, ad esempio indicando che «la trama dovrebbe essere in qualche modo incentrata su temi che riguardano donne, non bianchi, persone LGBTQ+ o persone con disabilità».

La trama, capite? Eppure il passo dalla società (il mondo dei lavoratori, la parità dei diritti) alla creatività (il diritto dell’arte di rappresentare ciò che vuole) non dovrebbe essere così breve. Per le verifiche del caso cade a fagiolo la nuova strombazzatissima miniserie HBO trasmessa su Sky “The Undoing – Le verità non dette” della danese Susanne Bier (già premio Oscar come miglior film straniero per In un mondo migliore. Un caso?).

Grace (Nicole Kidman) e Jonathan (Hugh Grant) sono i coniugi Fraser, due professionisti affermati di New York (lei psicoterapeuta, lui oncologo pediatrico). Hanno una bella casa a Manhattan e un figlio dodicenne che frequenta una prestigiosa scuola privata. Va tutto a gonfie vele a parte, appunto, quelle verità non dette del sottotitolo.

Sì perché Jonathan è un adultero, e i guai cominciano quando la sua amante Elena Alves (interpretata dalla italiana Matilda De Angelis) viene ritrovata nel suo atelier artistico con il cranio fracassato da un martello. Chi cavolo può essere stato se non Johathan, visto che Elena Alves aveva cominciato a stalkerarlo arrivando, tra le altre cose, a iscriversi nella stessa palestra della moglie?

Gli episodi, visto anche il numero esiguo dei personaggi (e cioè di possibili depistaggi), seguono abbastanza pedissequamente lo schema di fornire al principale sospettato un’alternativa credibile, che nel caso specifico non può che essere Grace, cioè sua moglie. Seguendo il noto e trito adagio del «niente è come sembra» a un certo punto viene tirato in mezzo il marito di Elena Alves, ma è chiarissimo a tutti fin dall’inizio che il suo status sociale lo mette al riparo da qualsiasi accusa o sospetto fondato.

Se un tempo i villain più ovvi erano i poveri (non scordiamoci che i gangster sono soltanto immigrati che hanno fatto fortuna, e l’immaginario della criminalità Usa è costruito sul modello “Taxi Driver”: gente della strada), adesso non possono che essere i ricchi.

Seguendo questo diktat – conseguenza inconscia dello scandalo Harvey Weinstein (ma quante serie e film serviranno a superarlo?) – è chiaro che il padre di famiglia appartenente a una minoranza etnica risulterà non solo innocente, ma perfino buono (non dimentichiamoci che accudisce senza battere ciglio anche il figlio nato dalla relazione extraconiugale di Jonathan e Elena, un melting pot di amore e sfruttamento).

L’analisi della recitazione dei due protagonisti può aiutarci nella decifrazione della serie. Hugh Grant voleva far dimenticare l’attore specialista in commedie romantiche anglosassoni, via il fascino imbranato di “Notting Hill” ma anche il balletto sexy a Downing Street di “Love Actually”, anche se in molti passaggi resta quello che è in ritardo a un matrimonio e si mette a balbettare «Cazzo, cazzo!»: la trasformazione in mostro è riuscita soltanto a metà.

Nicole Kidman invece è tornata a fare la pazza, come quando credeva di essere Jack Nicholson diretta da Kubrick in “Eyes Wide Shut”. Vogliamo crederci fino all’ultimo, che sia stata lei, che questo suo strabuzzare gli occhi in continuazione (con relativi movimenti di camera dedicati) abbia un senso concreto, sia il segno di un disturbo della personalità, l’avvio di una schizofrenia che condurrebbe alla sua colpevolezza (ha rimosso, ha ucciso in preda a uno sdoppiamento), invece niente, alla penultima puntata il crime psicologico diventa un legal thriller, spunta fuori l’arma del delitto – il famigerato martello – e lei decide di incastrare lui. Così, il moralismo trionfa (non la moralità, cosa assai diversa).

In una sorta di morra cinese della serialità, il povero deve battere il ricco e, se proprio dobbiamo venire ai ferri corti, cioè allo scontro fratricida tra ricchi, la donna deve prevalere sull’uomo. Così, contro ogni verosimiglianza quantomeno professionale, l’oncologo infantile che salva vite umane è un omicida, mentre la psicoterapeuta inflessibile (e costosissima) non aveva capito manco il marito.

Poi c’è New York. Plumbea e invernale, perfettamente armonizzata al resto, iconica e asettica quanto la scena di nudo tra Grace e Elena nello spogliatoio della palestra, patinata come il guardaroba delle case dell’Upper East Side, tra lezioni di violino e aste di beneficenza.

“The Undoing” ha un unico problema, grande come una casa: Jonathan non ha un alibi perché è occidentale, bianco, maschio, etero e belloccio. Hugh Grant, nonostante la sua dubbia prova attoriale, è l’assassino perfetto per l’America d’inizio XXI secolo. Un narcisista compulsivo incapace di provare empatia, come viene più volte ribadito in sede processuale. Un Jeffrey Epstein qualunque.

E così scopriamo un’altra sciagura del politicamente corretto, la fine della suspense. Il finale è abbastanza significativo. Jonathan capisce che sarà condannato, rapisce il figlio e scappa in macchina.

Questa nuova versione de “Fuga da New York” finirà su un ponte. Grace si cala da un elicottero che si era gettato nell’inseguimento (stile O. J. Simpson, uno che era troppo benestante per essere nero, un bianco con altri mezzi), e corre incontro al marito per distoglierlo dai suoi propositi suicidi.

Lui non si getta di sotto, però vorrebbe che la famiglia si riunisse in un abbraccio a tre, costi quel che costi, al prezzo di quelle verità non dette, ma lei non ci sta più. La donna porta con sé solo il figlio, non c’è più nessuno spazio di negoziazione per l’uomo. Nessuna possibilità di perdono, nessuna espiazione possibile.

In alternativa a tutto questo, volendosela cavare con poco ma senza essere fuorvianti, una recensione efficace potrebbe essere: «Bellissimi cappotti preraffaelliti».

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