Keep calmLa campagna di vaccinazioni inglese procede spedita, ma nasconde delle insidie

Il Regno Unito esegue 259mila iniezioni al giorno contro le 74mila dell’Italia. La strategia di Downing Street è inoculare la prima dose al più alto numero di cittadini per raggiungere 14 milioni entro metà febbraio. L’accelerazione però comporterà un’attesa più lunga per il richiamo: almeno 12 settimane, rispetto alle 2 previste dai protocolli

LaPresse

Fino alla seconda ondata, le statistiche più cercate sul coronavirus riguardavano il numero di nuovi contagi nel mondo. Dal «v-day» in poi, l’attenzione si è spostata sulla corsa alle vaccinazioni. Nei grafici che esaminano la copertura, cioè il numero di dosi somministrate per unità di popolazione (ad esempio ogni 100 abitanti), domina Israele (al 28%). Nei primi posti di questa classifica c’è un paese insospettabile per come ha affrontato finora la pandemia: il Regno Unito, che però ha sei volte la popolazione dei paesi più avanti nella campagna. Il primato resiste in termini assoluti, cioè sul totale delle iniezioni, secondo solo a due giganti come Stati Uniti e Cina. Come si spiega questa «anomalia»?

Si potrebbe obiettare che Londra è partita prima, ed è vero, ma sta continuando a fare meglio degli altri. Va più veloce. L’ultima media settimanale conta 259 mila iniezioni al giorno, contro le quasi 74 mila dell’Italia, che pure si sta distinguendo a livello europeo, o le 71 mila della Germania. Per leggere adeguatamente i dati serve una premessa. La strategia di Downing Street è inoculare la prima dose al più alto numero possibile di cittadini per raggiungere un target ambizioso, 14 milioni di persone entro metà febbraio. 

 

L’accelerazione però comporterà un’attesa più lunga per il richiamo: sino a 12 settimane, contro le due o tre preventivate dai protocolli. Finora l’ha ricevuto meno dell’1% dei papabili. Secondo i consulenti scientifici del governo, queste tempistiche dilazionate permetteranno di ottimizzare la profilassi, mentre vengono potenziati i centri di vaccinazione: 2.500 (in Italia sono 293), in modo che ce ne sia uno nel raggio di 10 miglia (16 chilometri). Sono evocative le immagini del sito allestito nella cattedrale di Lichfield. 

Il Regno Unito ha un mese di vantaggio. È stata la prima nazione europea ad approvare la formula Pfizer-BioNTech, il 2 dicembre 2020. L’8 dello stesso mese la novantenne Margaret Keenan è quello della prima vaccinata al mondo. Il 30 dicembre arriva il via libera al vaccino Oxford-AstraZeneca, somministrato dal 4 gennaio. L’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha autorizzato il primo siero il 21 dicembre, in vista del «v-day» continentale del 28; il secondo invece non verrà sdoganato sino a fine mese. L’unico controsorpasso è avvenuto per il preparato Moderna, sul quale Bruxelles ha anticipato Londra di un paio di giorni. 

Era la fase cruciale dei negoziati post-Brexit. Per bocca del ministro della Salute Matt Hancock, i conservatori hanno cercato di intestare il successo all’imminente divorzio dall’Ue. In realtà il blitz è stato reso possibile proprio dalla legislazione europea, che consente di sganciarsi dall’Ema per la distribuzione domestica d’emergenza di un vaccino. È questo lo schema applicato dalla MHRA, l’agenzia britannica del farmaco, per ammissione della direttrice esecutiva June Raine. Le stesse regole avversate dagli euroscettici, cui il Regno Unito è rimasto sottoposto fino al 1° gennaio 2021, hanno permesso il disallineamento prima della Brexit. In modo simile, l’Ungheria è libera di utilizzare il vaccino cinese senza veti della commissione.

Lo snellimento burocratico inglese ha puntato sugli standard di sicurezza ed efficacia per mettere in moto le consegne di fiale quando era ancora in corso la procedura d’autorizzazione. A differenza del piano europeo che ha richiesto più tempo, però, sarà più complesso far rispondere le case farmaceutiche di eventuali problemi. Secondo politico.eu, la «lentezza» dell’Unione europea ha permesso migliori clausole nei contratti di fornitura per proteggere i contribuenti, ma è difficile verificarlo perché i dettagli degli accordi non sono pubblici. Insomma, solo sul lungo periodo si capirà quale approccio ha funzionato meglio.  

La tattica di posticipare la seconda dose è una peculiarità inglese, perché durante i test clinici l’intervallo del richiamo era più corto, ma è stata adottata anche dalla Danimarca e la Germania sta valutando una differita, magari meno ampia dei quasi tre mesi previsti oltremanica. Il Regno Unito – dove la variante locale ha causato una media settimanale oltre i 50 mila nuovi casi e oltre novecento morti al giorno, a fronte di almeno mezzo milione di test quotidiani – dà comunque un’idea di come sarà, anche altrove, la campagna in fase avanzata. 

Il record di 140 dosi al minuto, con un picco di 324 mila in un giorno il 16 gennaio, passa dalla mobilitazione del servizio sanitario (NHS) ma pure dalla dinamicità del servizio di notifiche, via posta o online. Farmacie e (a breve) supermercati rientrano tra i siti dove sono somministrati i vaccini, altri hub mobili vengono attivati nelle aree rurali. È schierato l’esercito, ma 200 mila volontari si sono candidati per contribuire. Da novembre, Whitehall ha avviato un’operazione contro i negazionisti, dal fact-checking alla moral suasion sui social, e stando ai sondaggi solo il 25% dei britannici ha espresso dubbi contro il 58% dei francesi. 

In parallelo alla corsa sui vaccini, il Regno Unito è diventato il paese con il più alto tasso di mortalità da Covid-19 al mondo, pari a 16,55 decessi per milione di abitanti (media aggiornata sugli ultimi sette giorni). Il dato è un massimo storico: peggiore di quello registrato durante la prima ondata, ad aprile, e lo stesso vale per il numero di pazienti ospedalizzati o in terapia intensiva. Si attendono gli effetti del lockdown totale per invertire la curva pandemica. La Gran Bretagna è anche la nazione che in Europa ha pianto più vittime da inizio pandemia, ormai a quota 90 mila. In questa tabella, l’Italia è seconda.  

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