Cronaca di un negoziatoI quattro anni e mezzo della Brexit che hanno fatto tremare, preoccupare e poi annoiare l’Europa

Da oggi Londra è un po’ più lontana da Bruxelles: il no deal è stato scongiurato, ma le frizioni tra le due parti non sono mancate e non mancheranno in futuro. Un lungo racconto di quel che è accaduto dal 2016, anno del trionfo dei populismi, alla fine del 2020, con il regalo Natale di Boris Johnson agli inglesi

Pixabay

Delle molte cose, e troppe tragiche, che quest’anno ha racchiuso, c’è anche la Brexit. Due Brexit, in realtà. Quella dell’uscita formale del 31 gennaio, una vita fa, la sbornia nazionalista sulle soglie di una catastrofe – la pandemia – che nessuno aveva previsto, dopo la promessa invecchiata male del primo ministro Boris Johnson: «Sarà un anno fantastico». Quella reale, oggi, la fiaba di Natale di un compromesso dell’ultimo minuto: un divorzio lungo 1246 pagine, quante quelle dell’accordo che lascia il Regno Unito di fronte a una nuova, incerta, realtà.

Il 1° gennaio 2021 l’isola si sveglia fuori dall’Unione Europea. Il no deal è stato scongiurato dai cedimenti inglesi e dalla Realpolitik di Bruxelles, che volta pagina verso un futuro made in Europe. I camion in fila a Dover, dove transita solo il 17 per cento dei flussi commerciali britannici, sono stati il secondo tempo della paralisi diplomatica.

L’epilogo di una drôle de guerre durata quattro anni e mezzo, infatti, non azzererà le frizioni tra i due blocchi. Ma questa è un’altra storia, appena cominciata. Rintocca la mezzanotte degli anni duemiladieci, su entrambe le sponde della Manica è buio, scorrono i momenti chiave della partita del decennio.

2016 anno zero

Il 2016 è l’anno fatale. Avrebbe dovuto innescare la «morte dell’Europa» e una reazione a catena di uscite dall’Unione: sarà il monumento a uno psicodramma collettivo e irrisolto. «Postverità» entra nei dizionari e di lì a poco Donald Trump alla Casa Bianca. Soffia impetuoso il vento del populismo. I lettori europei imparano a sciogliere la sigla AfD, il partito neonazista in crescita in Germania, ma soprattutto il 23 giugno Londra è l’epicentro di uno sciame sismico che, esattamente quattro anni e mezzo dopo, si risolverà in uno scisma.

Quel giorno, 33 milioni e mezzo di cittadini della Gran Bretagna vanno alle urne. La maggioranza di loro voterà Leave (17,410 milioni, 51,89%), per abbandonare l’Unione. È sconfitto il Remain (16,141 milioni, 48,11%). La data, piazzata nel bel mezzo della sessione, penalizza gli studenti; l’alta astensione giovanile si spiega anche così. La campagna elettorale è stata una «uncivil war», come recita il titolo del film che l’ha raccontata.

I separatisti promettono l’impossibile, sulla fiancata del bus svettano i 350 milioni di sterline da destinare ogni settimana all’Nhs (il servizio sanitario nazionale). Non si diraderanno mai le ombre di interferenze russe, una connessione documentata di incontri tra figure apicali e viaggi a Mosca. Sospetti finanziamenti illeciti, come quelli dietro l’ascesa di Nigel Farage, santo patrono della Brexit. La spinta centrifuga, infatti, è un fenomeno di lungo periodo: un fiume carsico che straripa nel 2016.

L’harakiri di Cameron

Isolazionismo e disinformazione hanno radici profonde. I tabloid hanno vomitato menzogne su Bruxelles per vent’anni, l’«inventore» del genere letterario oggi è a Downing Street. Si può far risalire la turbolenza con il continente al doppio veto, nel 1963 e nel 1967, di Charles De Gaulle all’ingresso del Regno Unito nella Comunità economica europea, l’antenata dell’Unione odierna. O al primo referendum nel 1975, dopo l’entrata del ’73, quando il 67.23% dei britannici votò per restarvi e fu decisivo l’attivismo dei conservatori, mentre i laburisti si spaccarono.

L’isola entra in rotta di collisione dopo il naufragio delle manovre d’avvicinamento di Gordon Brown, il premier laburista che avrebbe voluto traghettarla nella moneta unica. Alle elezioni del 2010, Brown è sconfitto dall’astro nascente dei conservatori David Cameron, che alla vigilia delle consultazioni preconizza un referendum sul trattato di Lisbona. È una concessione all’ala euroscettica dei Tories. Alle elezioni successive, quelle del 2015, la promessa salirà di scala: la domanda riguarderà la permanenza nell’Unione. Cameron conta di ottenere condizioni migliori dalla commissione prima di sottoporle all’ordalia del voto.

Nel frattempo, ha trionfato alle Europee del 2014 l’Ukip dell’istrionico Farage, tribuno dell’uscita tout court, con 4,376 milioni di preferenze: il bipolarismo si rompe per la prima volta dopo 108 anni. Nel 2015, avrà portato al 12,6% un partitino che cinque anni prima galleggiava attorno al tre.

Quando a febbraio del 2016 il primo ministro annuncia gli «opt-outs», queste ulteriori eccezioni alla legislazione comunitaria (ma Bruxelles non ha demorso sull’immigrazione) si perdono nel rumore di fondo della tempesta perfetta. La neutralità di facciata dei conservatori sarà un’abdicazione. Dei trenta ministri del governo Cameron, 25 (premier incluso) parteggiano per il Remain, più o meno tiepido. Tra le eccezioni, il sindaco di Londra, Boris Johnson, «pecora nera» di una famiglia (il padre all’epoca è eurodeputato) schierata sull’altra barricata.

La capitale multietnica e globale ha allevato gli ideologi del Leave, mentre si desertificava la periferia dell’ex impero. Una settimana prima del referendum, il brutale omicidio politico della deputata laburista Jo Cox. È questo il clima del Paese che si mette in fila ai seggi il 23 giugno. Il giorno dopo Cameron si dimette.

May Day

Da qui in poi Brexit paralizza la politica, i governi May agonizzano ostaggio delle frange eurofobiche del partito conservatore, mentre il continente sopravvive al distacco di un’isola alla deriva. «Backstop» diventa una parola nell’uso comune, dall’Irlanda del Nord (ri)passa la Storia.

Una cosa alla volta. Il 13 luglio 2016 a Downing Street si insedia Theresa May, ex ministra dell’Interno. All’Home Office si è distinta per l’austerity e i tagli verticali alle forze dell’ordine, depotenziate nonostante le tensioni sociali e le minacce del terrorismo jihadista. La stretta migratoria che avviene sotto la sua gestione solleverà accuse di razzismo. Non c’è solo il rifiuto di accogliere rifugiati opposto all’Ue, i ricongiungimenti familiari sono resi più difficili e si prevedono deportazioni.

A causa del contesto ostile, migliaia di immigrati regolari perdono il lavoro o rinunciano a tornare nel Regno Unito, per lo scandalo (noto come Windrush scandal, dal nome con cui ci si riferisce ai britannici di origine africana e caraibica) si dimetterà Amber Rudd, succeditrice di May agli Interni.

È questa la patente di credibilità con cui un’ex remainer può vincere le primarie dei conservatori e candidarsi a condurre la traversata del Paese fuori dall’Unione con una linea dura. Conia lo slogan «Brexit means Brexit», sarà la iattura dei tre anni di premierato. Il rimpasto di governo premia i Brexiteers, Johnson diventa ministro degli Esteri. May vorrebbe orchestrare un’«uscita ordinata». Sembra ancora sia possibile. Vola a Berlino dalla cancelliera Angela Merkel, è il primo capo di Stato a incontrare il neopresidente americano Donald Trump.

Dopo l’assenso di Westminster, con una lettera del 29 marzo 2017 attiva il famigerato Articolo 50 del Trattato dell’Unione europea che dà al Regno Unito due anni di tempo per perfezionare la separazione. La Brexit scoccherà il 29 marzo 2019. Se la data non vi torna, è perché la scadenza verrà bucata. La prima di una serie.

Il giro di boa avviene quando May ha ancora il vento in poppa: nei sondaggi veleggia e convoca elezioni anticipate per consolidare la sua posizione. Ne uscirà azzoppata. Nell’hung Parliament partorito dal 6 giugno, i conservatori perdono la maggioranza assoluta e sono costretti a coalizzarsi con il minuscolo partito unionista nordirlandese (il Dup) con i suoi dieci deputati. Inizia la palude.

La palude e il fosso

Cominciano anche le trattative con l’Unione. La metafora dello stallo sono i colpi di tosse di Theresa May, che in autunno funestano il suo discorso alla convention Tory. Nel luglio 2018 vede la luce il primo documento tecnico (Chequers plan) su quale idea di Brexit abbia l’esecutivo. Il piano riesce nell’impresa di scontentare tutti.

Nel giro di due giorni si dimettono in aperta polemica il ministro alla Brexit David Davis e Johnson, che torna al Telegraph e da quelle colonne non smetterà di cannoneggiare il governo mentre prepara la sua scalata a Downing Street. Ma la bozza viene respinta anche dall’Unione, perché alla libera circolazione delle merci non corrisponde quella di persone, servizi e capitali.

A novembre, viene varato il Withdrawal Agreement, il patto di recesso con le regole della fuoruscita inglese. Introduce il «backstop», la possibilità che l’Ulster resti nell’unione doganale europea per evitare il ritorno a un confine rigido tra le due Irlande. Il partito della May implode.

In principio sembra la riedizione della “Ribellione di Maastricht” che negli anni Novanta avversò la ratifica del trattato sotto John Major. Sarà peggiore. La fazione dell’oltranzismo euroscettico – lo European Research Group (Erg) – le oppone una mozione di sfiducia: è votata il 12 dicembre 2018 a Westminster, dove è bocciata, ma ben 117 parlamentari conservatori la tradiscono.

È la stessa aula che dovrà esprimersi sull’accordo negoziato dalla May. Così il 15 gennaio 2019 il governo registra la peggiore sconfitta della storia parlamentare: sono 432 i deputati che bocciano il «deal». Il giorno dopo l’esecutivo sopravvive per un soffio (solo 19 seggi) all’«impeachment» dei laburisti di Jeremy Corbyn, ma ormai è condannato. Ogni volta il margine si assottiglierà, ma il patto non passerà mai: 14 febbraio e, a marzo, il 12 e il 29. Già, la Brexit non arriva in orario.

L’«Oooorder» stentoreo e le cravatte discutibili rendono lo speaker John Bercow una superstar. Nel frattempo, Bruxelles concede una proroga di sei mesi. Londra partecipa così alle Europee del 23 maggio 2019, i conservatori sprofondano all’8,8 per cento, la più vasta disfatta alle urne di un partito di governo di sempre. Stravince il neonato Brexit Party di Farage (30,52 per cento), ma il fronte che invoca un nuovo referendum chiude al 55,5 per cento. La premier si dimette in lacrime. Boris Johnson entra a Downing Street sulle rovine dell’esecutivo May.

Leave means Leave

Il nuovo primo ministro vorrebbe convocare nuove elezioni con un blitz, ma il pallottoliere di Westminster non cambia. È accolto invece l’emendamento Benn (dal nome del laburista Hilary Benn) che vincola il governo al parlamento per il no deal, a chiudere l’accordo con l’Unione, oppure a procrastinare la scadenza fino al 31 gennaio 2020.

A ottobre Johnson strappa un patto fotocopia all’Unione: viene emendato solo il 5 per cento del testo, nel «nuovo protocollo» sull’Irlanda del Nord ritorna il confine ma de facto la frontiera viene spostata nel mare d’Irlanda. La revisione costa il supporto del Dup. Westminster esige tempo per esaminarla, il primo ministro è costretto dai tribunali a domandare un’estensione all’Europa. Lo fa a modo suo, con due missive. In una, non firmata, ripete le richieste dell’aula; in una seconda, dove campeggia la sua sigla, sostiene che il rinvio sarebbe un errore.

In parlamento, Johnson ottiene una vittoria mutilata: viene ratificato il Withdrawal Agreement 2.0, ma non la sua entrata in vigore immediata. La commissione dà altro ossigeno, con la terza moratoria. Grazie all’adesione dei laburisti, il Regno Unito si imbarca verso le seconde General elections nel giro di due anni. «Get Brexit Done» è il mantra di Boris: attecchisce in un’opinione pubblica stufa dell’impasse.

Sotto Corbyn, il Labour sposa un’agenda socialista, ma è ambiguo sul tema cruciale, perché è divisa la base: perderà solo due seggi in aree dove nel 2016 aveva vinto il Remain, ma più di cinquanta nei collegi pro-Leave. Cadono anche le roccaforti rosse.

I conservatori, invece, conquistano una maggioranza di ottanta deputati che non si vedeva dall’era Thatcher. Lo permette il sistema fondato sui collegi uninominali: se si scremano i voti in base all’istanza referendaria, però, i contrari alla Brexit ottengono più preferenze dei conservatori (10,2 milioni dei laburisti, più i 3,6 milioni dei libdem, gli 1,2 dello Scottish Nartional Party e 800 mila dei verdi). Indizio di una frattura non rimarginata.

Dopo l’approvazione in seconda lettura a Westminster e il sigillo reale, il 24 gennaio 2020 il patto di recesso viene sottoscritto dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen e da Johnson. Il 31 gennaio, alla mezzanotte del continente, il Regno Unito abbandona formalmente l’Unione. Lo Union Jack viene ammainato a Bruxelles. La folla festeggia sotto il Big Ben, ma sono gli ultimi fuochi prima di un annus horribilis.

Paura e delirio a Downing Street

«Meglio morto in un fosso» che cedere all’Europa, aveva arringato Johnson in quell’autunno. In campagna elettorale si era nascosto in una cella frigorifera pur di evitare il confronto con i giornalisti, come si era negato al dibattito in tv contro Corbyn. Il nuovo corso di Downing Street rifiuta il contenzioso, predilige machismo e propaganda. Al governo spadroneggia la lobby dei Brexiteers, con Dominic Cummings sua «eminenza grigia».

La prima ondata della pandemia è catastrofica, anche a causa dell’attendismo scellerato di Downing Street, che temporeggia sulle restrizioni. Johnson finisce in terapia intensiva, si salva, nel primo discorso ringrazia gli infermieri che l’hanno vegliato: un portoghese e una neozelandese, simbolo della multiculturalità che il suo esecutivo vorrebbe demolire con i visti migratori «a punti». In ritardo, il 15 aprile ripartono virtualmente i negoziati per l’accordo commerciale con l’Unione: per gli otto mesi successivi ristagneranno a causa dell’ostruzionismo inglese.

La «Global Britain» imbarca acqua: non può permettersi dazi negli scambi con il principale partner in termini sia d’export sia d’import, nel frattempo deve ricostruire, a uno a uno, tutti i trattati di cui godeva come Stato membro. Nel migliore dei casi è un ritorno allo status quo ante, con il Giappone le condizioni sono addirittura inferiori. «Amicizia e prosperità con tutte le nazioni» è il proposito inciso sulle monetine da 10 pence che celebrano il 31 gennaio 2020, il giorno in cui l’isola è salpata verso l’ignoto.

Però nel mondo il clima internazionale è mutato. Il candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, avverte che negherà al Regno Unito qualsiasi intesa mercantile se verrà intaccato lo spirito dell’Accordo del Venerdì Santo, come avviene con il disegno di legge Internal Market Act che costituisce una violazione del diritto internazionale e, infatti, verrà congelato nell’ultimo miglio dei negoziati. La Brexit procede per salti, un po’ come la meccanica quantistica. In questa legge spannometrica, a innescare ogni progresso è il fattore tempo. Quando sta per scadere, a Londra succede qualcosa.

La venticinquesima ora

Il no deal è la posta in un gioco col fuoco che scotterebbe soprattutto il Regno Unito. Con la caduta di Trump, vacilla la «relazione speciale» con gli Stati Uniti. Johnson era definito il suo «clone» europeo: è più solo in un mondo di giganti. A Washington il nuovo presidente va fiero delle sue origini cattoliche e irlandesi, intende rilanciare il dialogo con l’Europa.

I colloqui si incagliano sulla pesca, la rottura sembra insanabile. Ma gli equilibri di Downing Street stanno scricchiolando: la «setta» degli ultrà euroscettici esce battuta dalla congiura di palazzo. È emblematica la cacciata di Cummings, lo stratega della Brexit e l’architetto del trionfo elettorale. Lo spin doctor non era stato silurato neppure quando in piena pandemia aveva violato il lockdown, viene deposto perché in rotta con la first lady Carrie Symonds.

Dopo mesi di stallo, la guida dei bilaterali viene assunta al vertice: Johnson e von der Leyen. Le loro telefonate (e una cena a Bruxelles) tengono in vita le speranze. Il 31 dicembre termina l’anno di transizione, sembra l’unica data che la saga non potrà sforare. E sarà l’unica a venire rispettata.

Prima di Natale scade l’ultimatum del parlamento europeo, ma trapela ottimismo. Tradotto: i britannici hanno interrotto il fuoco di sbarramento. Intanto, i tir incolonnati nel Kent con Dover sbarrata di fronte alla “variante inglese” del coronavirus realizzano in anticipo uno degli scenari del no deal, ma da quello stretto transita “solo” il 17 per cento delle merci.

Su un’altra percentuale, quella del pescato delle imbarcazioni europee nelle acque britanniche, si combatte l’ultima battaglia prima dell’armistizio diplomatico. Rispetto all’invocato -80 per cento, Londra firmerà per una riduzione del 25 per cento. Quando annuncia il compromesso raggiunto la Vigilia di Natale, il primo ministro sfoggia una cravatta con pesciolini stilizzati, ma è un’insolenza che gli si ritorce contro: appena il testo degli accordi viene pubblicato, le associazioni di categoria urlano al tradimento.

Alla fine di un anno sull’ottovolante, Johnson ha ottenuto un trionfo, un diversivo, una distrazione di massa dai fallimenti del suo governo, un po’ come la corsa alla prima vaccinazione. In uno spot elettorale che plagiava una scena culto di Love Actually aveva assicurato di archiviare la Brexit entro il 2021. Promessa mantenuta, una delle poche. È l’eroe di giornata, ma la pandemia gli strapperà presto i titoli dei giornali. Stupisce che un fine conoscitore della civiltà greca e latina non riconosca una vittoria di Pirro.

Un finale aperto

Sotto i conservatori, la Gran Bretagna è cambiata. I rapporti di vicinato con l’eurozona non perderanno salienza in futuro, anzi. Il legame «storico, culturale, strategico» e persino «geologico» evocato dal premier ancorerà al continente una superpotenza che ora non avrà più voce in capitolo nelle politiche del blocco. Il triangolo Londra-Parigi-Berlino perde un vertice che Roma, o Milano, dovrebbe candidarsi a sostituire.

Mentre benedice «la più grande area di libero scambio al mondo» forse Johnson dimentica che ricalca l’Unione prima della dipartita inglese. Probabilmente Schengen si estenderà su Gibilterra, avvicinandola alla Spagna. Invece le corazzate della city perdono il passaporto finanziario, tramonta anche la libertà di movimento, ma il Regno Unito soffre troppo d’inedia occupazionale per non garantire visti nei settori dove la manodopera nazionale non basterebbe neppure a garantire l’ordinaria amministrazione, dall’agricoltura alla sanità. Solo che è scalfita l’attrattiva del «sogno londinese», almeno nell’immediato.

In attesa di scoprire il programma Alan Turing, la rinuncia all’Erasmus è un errore anche in termini di soft power: la classe dirigente europea di domani conterà meno anglofili del passato. L’uscita di scena non cancella secoli di storia comune, che non è scaturita certo dal matrimonio del 1973. Né l’influenza reciproca, o l’alleanza. Tra l’altro, il patto verrà rivisto ogni cinque anni; la prima volta nel 2026 e nulla, negli articoli, vieta di riaderire un domani all’unione doganale.

A sovrintenderlo ci sarà un partnership council che si riunirà metà dell’anno a Londra e l’altra metà a Bruxelles: diretto da un ministro britannico e da un commissario europeo, le sue decisioni saranno vincolanti per il Regno Unito, ma non verranno più dibattute a Westminster.

Due sedi e personale diplomatico: come se le trattative di questi mesi si prolungassero per ogni ciclo, all’infinito. Nonostante l’intesa, non sono coperti alcuni dossier non secondari come la sicurezza, il data sharing, l’equivalenza dei titoli professionali e il settore dei servizi, che vale l’80 per cento dell’economia britannica. Intanto la Scozia rivendica l’indipendenza e Dublino si offre di pagare l’Erasmus agli studenti dell’Irlanda del Nord.

In futuro l’isola potrà disallinearsi dalla legislazione europea, è vero, ma a caro prezzo: si esporrà ai dazi sventati finora. Insomma, la Brexit donata per Natale è un «gift that keeps on giving», ma agli inglesi non piacerà scartarla.

https://twitter.com/vonderleyen/status/1342159983006412804