Ingranaggio del regimeLa storica sentenza in Germania contro un colonnello di Bashar al-Assad

Eyad al-Gharib, ex membro della polizia segreta del dittatore, è stato condannato a quattro anni e mezzo dal Tribunale di Coblenza con l’accusa di complicità in crimini contro l’umanità. Il processo ha creato un precedente prezioso per gli 800mila siriani che hanno dichiarato di aver subito degli abusi da parte del governo mediorientale

Lapresse

Il Tribunale di Coblenza, in Germania, ha condannato a quattro anni e mezzo Eyad al-Gharib, ex membro della polizia segreta del presidente siriano Bashar al-Assad con l’accusa di complicità in crimini contro l’umanità. È la prima volta che un funzionario del Governo della Siria viene condannato fuori dal Paese mediorientale e la sentenza emessa dal tribunale tedesco ha ridato speranza a tutti coloro che cercano ancora giustizia. 

Eyad al-Gharib, in Germania dal 2018, è un ex colonnello dei servizi segreti siriani. Secondo la giudice Anne Kerber, avrebbe contribuito all’arresto, alla detenzione e alla tortura di più di trenta persone arrestate a seguito di una manifestazione pacifica tenutasi nell’autunno del 2011 nella regione meridionale di Duma. Le persone fermate sono poi state trasferite nel carcere di al-Khatib, nella capitale Damasco, e sottoposte a torture. 

L’ex colonnello ha abbandonato la Siria nel 2013, due anni dopo lo scoppio delle proteste e l’inizio della guerra nel Paese mediorientale, per poi arrivare in Germania nel 2018 dopo essere passato per Turchia e Grecia. Proprio la storia raccontata da al-Gharib al momento della presentazione della domanda d’asilo in Germania ha portato al suo arresto: per i pubblici ministeri, l’uomo sarebbe un «ingranaggio della ruota» dell’apparato di sicurezza repressivo del regime siriano. 

Inizialmente al-Gharib rischiava di scontare una pena superiore ai dieci anni, ma i giudici tedeschi hanno deciso di considerare la sua defezione e la testimonianza in tribunale come fattori attenuanti. Un risultato che delude comunque l’avvocato dell’ex colonnello, che aveva chiesto che il suo assistito fosse assolto in quanto costretto ad eseguire gli ordini dei suoi superiori. Al-Gharib, secondo l’avvocato, doveva essere ascoltato in qualità di testimone all’interno di un più ampio caso contro il Governo siriano. Le sue richieste sono state respinte. 

Ma al-Gharib non è l’unico funzionario siriano attualmente sotto processo a Coblenza. Il Tribunale tedesco ad ottobre dovrà esprimersi anche sul caso di Anwar Raslan, ex generale di brigata accusato di aver supervisionato la «tortura sistematica e brutale» di almeno 4mila prigionieri tra aprile 2011 e settembre 2012 e la morte di almeno 58 persone. Anche Raslan è stato arrestato a febbraio del 2019 insieme ad al-Gharib. 

«Questa decisione è storica perché condanna l’intero sistema criminale che è il regime siriano. Gharib è un uomo ma faceva parte di una macchina organizzata con l’ordine di arrestare civili pacifici, farli sparire, torturarli, ucciderli e nascondere i loro corpi in fosse comuni», ha dichiarato Anwar al-Bunni, avvocato nonché testimone dell’accusa. Al-Bunni è stato infatti arrestato in Siria dallo stesso Raslan e ha incontrato per caso quest’ultimo a Berlino nel 2014. 

Il processo
Il processo contro al-Gharib e Raslan ha avuto inizio a Coblenza nell’aprile del 2019. Il caso è stato costruito grazie alle testimonianze di decine di donne e uomini scappati dalla Siria che hanno raccontato la loro esperienza all’interno del carcere di al-Khatib. I testimoni hanno raccontato di aver subito abusi e violenze sessuali, di essere stati picchiati con bastoni e cavi e di essere stati sottoposti ad elettroshock. Alcuni di loro hanno preferito raccontare la propria storia in maniera anonima o camuffando il loro aspetto per paura di essere riconosciuti e di nuocere così ai loro famigliari rimasti in Siria. 

Tra le prove esaminate durante il processo rientrano anche le testimonianze fornite da alcuni disertori interni e le analisi mediche forensi dei cosiddetti archivi Caesar, ossia le 50mila foto scattate da un disertore della polizia militare noto con lo pseudonimo di “Cesare” che mostrano i corpi di 6,786 prigionieri affamati o torturati a morte nelle carceri siriane. 

Il procedimento penale contro al-Gharib e Raslan è importante anche perché, come detto, è la prima volta che dei funzionari siriani vengono processati in un Paese diverso da quello in cui sono stati commessi i reati di cui sono accusati. L’apertura del processo è stata possibile sulla base della giurisdizione universale, un principio del diritto universale che permette ad uno Stato di processare un presunto criminale straniero presente nel suo territorio per i casi di crimini contro l’umanità, di guerra e genocidio commessi in un altro Paese. 

«Si tratta di un giorno storico per ogni siriano e per le famiglie delle oltre 130mila persone detenute e scomparse» nelle carceri del regime, ha commentato l’attivista e giornalista Wafa Mustafa, residente a Berlino. La condanna rappresenta «l’ennesimo appello urgente per il rilascio di tutti i prigionieri politici ancora detenuti nelle carceri di Assad. Il crimine di detenzione continua nella Siria di oggi e tante vite possono ancora essere salvate». Nonostante il regime di Assad abbia sempre negato ogni accusa in merito, secondo il Syrian Network for Human Rights quasi 130mila persone sarebbero morte oppure in carcere. 

Il processo di Coblenza rappresenta quindi una speranza per gli 800mila siriani presenti in Germania che hanno dichiarato di aver subito degli abusi da parte del regime siriano, nonché per la Siria in generale. Il tentativo di dar vita ad un Tribunale internazionale sotto l’egida dell’Onu è infatti stato ostacolato dal veto di Russia e Cina, entrambi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. La speranza degli attivisti adesso è che il caso della Germania non resti un unicum e che anche altri Paesi dell’Unione europea decidano di processare i siriani legati al regime che risiedono al momento in Europa.  

«Per i siriani che sono scesi in piazza 10 anni fa, è la dimostrazione che la lotta non è finita», ha affermato l’avvocato del Centro europeo per i diritti costituzionali e umani, Patrick Kroker. «Gli attivisti siriani sono stati schiacciati, ma non si arrenderanno mai, e un giorno la lotta per la giustizia e la democrazia sarà riportata nel Paese».

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