Una federazione di correntiIl congresso del Pd difficilmente si farà entro l’anno, ma non è una buona notizia per Zingaretti

Dopo le ultime dichiarazioni di autorevoli esponenti locali, in discussione ci sono sia la linea politica sia un modello di partito-caserma irregimentato. L’opposizione interna non accetterà qualcosa di diverso da un vero confronto congressuale, con primarie aperte per la leadership. Ma finché perdura la crisi sanitaria non potranno essere organizzate

Cecilia Fabiano/LaPresse

«Dopo la pandemia». All’unisono i sindaci Pd di Bergamo e Bari Giorgio Gori e Antonio De Caro hanno specificato che il congresso del Partito democratico non si può fare prima che il virus sia stato sconfitto o quanto meno ridotto ai minimi termini.

Non è un’indicazione senza significato. Vuol dire che il congresso non è cosa dei prossimi mesi. Difficile, molto difficile, entro l’anno. Anche perché se deve trattarsi di un confronto congressuale “vero” (non una mega-assemblea nazionale) cioè con documenti distinti e quindi con contrapposte candidature a segretario, dovranno esserci tutte le condizioni materiali e logistiche atte a garantire una partecipazione di decine di migliaia di persone.

Anzi, centinaia di migliaia visto che, come ha spiegato il sindaco di Bergamo alla Stampa, «discutiamo anche la leadership coinvolgendo i nostri elettori». Evidentemente, con le primarie.

Se Goffredo Bettini, capita da giorni l’antifona, aveva pensato di tenere il congresso in tempi brevi per tagliare la strada agli oppositori della segreteria attuale, adesso forse bisognerà rifare i conti e capire come si va avanti. Lo farà l’Assembla nazionale di metà marzo che potrebbe essere una volta tanto un momento di reale di discussione senza falsi unanimismi.

Un appuntamento non facile come altri, per il segretario, che appare stanco e francamente fuori fase: passi il lapsus incorso nel dire alla web-radio del partito «rilancio del Pci» invece di «rilancio del Pd», passi concordare con «il discorso del presidente Conte» laddove si trattava del presidente Draghi (due sere fa a Tg2 Post), ma l’ormai famoso tweet entusiastico all’indirizzo di Barbara D’Urso («Hai portato la politica vicino alle persone. Ce n’è bisogno») è senza senso, non sembra avere altra giustificazione se non la forte amicizia fra lei e lo strettissimo collaboratore di Zingaretti, Carlo Guarino.

Speriamo non si tiri fuori qualche Bignami sul nazional-popolare di Gramsci che qui non c’entra davvero niente. Inevitabilmente la cosa ha sollevato un comprensibile polverone sui social e rischia di rimanergli appiccicato per l’eternità come simbolo di un certo – come dire – sbandamento.

La pentola bolle. Le carte si rimescolano. Le correnti si agitano, si strutturano. Nei territori si litiga (ultimo caso in Toscana). C’è la questione delle donne, quella di dare incarichi agli ex ministri, il problema del doppio incarico di Andrea Orlando, quello (enorme) delle scelte nelle città che andranno prima o poi al voto, con la grana di Roma dove Roberto Gualtieri resiste e il Partito insiste.

E più in generale in discussione ci sono sia la linea politica sin qui modellata sul presupposto di un’alleanza organica con il M5s sia un modello di partito-caserma irregimentato in quella che noi abbiamo definito qualche giorno fa «una federazione di correnti», una specie di società per azioni nella quale pesano  molto più appartenenze e fedeltà che non il libero formarsi di maggioranze e minoranze attorno a scelte politiche e programmatiche.

Il sindaco di Bari Antonio De Caro su questo è stato molto duro: oggi le correnti «sono gruppi di eletti che si muovono allo scopo di essere rieletti sulla base di fedeltà al loro leader» in un meccanismo perverso che è alla base per esempio della lista dei ministri dem fornita a Mario Draghi, tre capicorrente, e anche per i sottosegretari «si procede così: devi essere persona di fiducia del capo corrente che ti sceglie». Una denuncia di una realtà che tutti conoscono ma che ora viene squadernata dall’interno. Difficile far finta di niente.

È un discorso che s’intreccia con la linea politica della segreteria uscita obiettivamente a pezzi dagli ultimi avvenimenti. E lo stesso Nicola Zingaretti pare mollare un po’ la presa sull’alleanza con i grillini, non certo per archiviarla ma per ridurne la centralità: «Per costruire un campo largo bisogna partir dal Pd», ha detto a Tg2 Post, mentre altrove è tornato su quella vecchia cara “vocazione maggioritaria” soppiantata negli ultimi anni da una sequela di politicismi – esempio clamoroso, l’idea di Giuseppe Conte punto di riferimento dei progressisti – schiantatisi contro il muro della realtà.

Piero Fassino, vecchia scuola, ha capito che così non si va da nessuna parte: l’alleanza Pd-M5s-LeU «non è un recinto chiuso» e d’altra parte, con i sondaggi che danno il Partito democratico sotto il 20%, forse al Nazareno si sono accorti che bisogna fare qualcosa per far crescere i voti.

O forse no, se ha ragione chi pensa che l’importante è sedersi alla tavolata della politica, e avere 18 o 20 o 23 non cambia poi molto: ma il piccolo problema è che questo significa l’abbandono della scelta di voler rappresentare una parte maggioritaria del Paese, cioè esattamente la ragione per cui un giorno di tanti anni fa si decise di dar vita al Partito democratico.

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