CapolavoroEcco perché “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan è la miglior canzone di tutti i tempi

Mario Gerolamo Mossa, nel saggio “Bob Dylan & Like A Rolling Stone” edito da Mimesis, viviseziona ogni sfumatura del brano del cantautore statunitense. Secondo la sua analisi è anche l’opera tecnicamente più importante del secolo scorso

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Quanto si può scrivere di una sola canzone? A leggere “Bob Dylan & Like A Rolling Stone”, il nuovo saggio di Mario Gerolamo Mossa, edito da Mimesis, la risposta è tanto, tantissimo, minuziosamente senza freni. Il lavoro di Mossa è una dichiarazione d’amore e follia per “Like a Rolling Stone”, il fenomenale brano di Bob Dylan che la rivista statunitense Rolling Stone premiò come the greatest song of all time.

Un saggio imponente e denso nonché, come scritto da Alessandro Carrera nella prefazione, «l’analisi più ampia, minuziosa e ossessiva, mai condotta in qualunque lingua, di “Like a Rolling Stone”, ma anche la più scientificamente accurata».

Il libro, come premesso nell’introduzione dallo stesso autore, tenta di razionalizzare «ciò che non si dovrebbe razionalizzare, ossia la misteriosa combinazione di associazioni mentali che consentono all’autore di realizzare la sua opera», avventurandosi in un gioco più o meno complesso di scatole cinesi alla ricerca del segreto intrinseco del brano, la risposta all’iconico How does it feel? dylaniano, pur riuscendo a mantenere, in questa dissezione, la magia del processo creativo che precede un’opera d’arte assoluta.

Anzi, Mossa fa un passo ulteriore in questa esplorazione forsennata, dedicando la ricerca del suo studio «alla voce come strumento di composizione indipendente dalla consapevolezza del suo autore», ponendo l’attenzione su come un’opera d’arte travalichi la cognizione stessa del proprio autore, presentandosi nel mondo ben prima della presa di coscienza dell’artista e continuando ad evolversi attraverso le reiterazioni dell’atto performativo (Dylan ha eseguito il brano, con molteplici arrangiamenti e cambiamenti, in più di duemila occasioni).

“Like a Rolling Stone” esce il 20 luglio 1965, posta in apertura di Highway Revisited, settimo disco in studio per Dylan, ma come sostiene Mossa, la versione presente nell’album non è che un «originale in movimento», una polaroid che ne fissa una possibile versione in un determinato momento storico. Come ogni capolavoro, anche “Like a Rolling Stone” ha una sua storia peculiare. Nel 1965, all’apice del suo primo successo, Bob Dylan non si sente compreso dal pubblico e sta seriamente pensando di smettere di cantare e abbandonare definitivamente il mondo della musica.

Chiuso in albergo trascorre le giornate colpendo i tasti della sua macchina da scrivere, senza sosta, ispirato all’effervescente movimento degli scrittori beat e alla loro tecnica del cut-up. Scosso, scrive un lungo rantolo, uno stream of consciousness dal titolo “A long piece of vomit”, manoscritto di lunghezza sconosciuta (lo stesso Dylan continuerà, nelle interviste, a cambiare il numero di pagine realizzate) che diventerà uno dei mitologici Sacro Graal del cantautore, inevitabilmente smarrito nel tempo.

Ed è proprio nella prosa di quel manoscritto che comincerà il processo compositivo di “Like a Rolling Stone” a cui, solo in seguito, Dylan cercherà di trovare una forma musicale riportando il dattiloscritto alla forma canzone, abbandonando la macchina da scrivere come strumento primario di composizione.

L’ossessivo studio filologico di Mossa ricerca, nei vari autografi contenenti le scritture e le annotazioni originali del brano, ogni minuzia del percorso creativo, mettendo in relazione i vari tentativi e ripensamenti dell’artista nel raggiungere il cuore del brano. Ed è questo il percorso fantastico (inteso anche come fuori dalla realtà) con cui l’autore ci porta dentro al rizoma del pensiero artistico del cantautore, un’analisi che sviscera la composizione, parola dopo parola, modifica dopo modifica, alla ricerca dell’intima nudità alla base di “Like A Rolling Stone”.

Una canzone di non amore, come la definì la storica critica rock Ellen Willis, l’epifania in grado di rivoluzionare la carriera di Dylan e a cui si lo stesso artista si rivolgerà come «la canzone migliore che abbia mai scritto», capace di palesare al suo interno i principali caratteri della scrittura di Dylan: the virtue of bareness (virtù della nudità), the truth attack (offensiva di verità), the heart of darkness (il cuore dell’oscurità).

Epocale è anche la prima esibizione del brano al celebre Newport Folk Festival dove, il 25 giugno 1965 (un mese prima della pubblicazione ufficiale), Dylan si reinventa in chiara elettrica, suscitando l’ira dei suoi fan più accaniti. Una rottura simbolica con il passato, fortemente voluta dall’artista e che segnerà per sempre la storia della musica americana.

Tornando al saggio, “Bob Dylan & Like a Rolling Stone” non è sempre di semplice lettura. La trattazione accademica potrebbe intimidire il semplice lettore-curioso, costretto a ripararsi dalla pioggia incessante di accenti e sillabazioni messe sotto la lente d’ingrandimento. D’altro lato, è proprio questa la forza del libro, andare a spezzare ogni fonema di una composizione epocale, entrando sottopelle nel processo artistico del premio Nobel e cantautore più importante della storia della musica.

Per completisti, fanatici e semplici curiosi di capolavori. Raramente si vedono lavori così completi legati ad una canzone, e non è un caso che questo sia accaduto per “Like a Rolling Stone”, la canzone rock più importante del secolo scorso.