Il silenzio degli autorevoliIl guaio è che in politica non basta dire «whatever it takes»

Perché un minuto dopo, a differenza di quanto accade ai banchieri, sarai sommerso da quelli che ti chiederanno «in che senso?», «fino a quando?», «whatever che?», e se il senso non sarai tu a darglielo, glielo daranno loro

Di Marius Masalar, da Unsplash

Oggi finalmente Mario Draghi prenderà la parola in Parlamento ed esporrà, come si dice in questi casi, le linee fondamentali del suo programma di governo. Sarà senza dubbio un discorso importante, che permetterà di capire molto delle sfide che ci attendono e delle intenzioni dell’esecutivo al riguardo. Ma non cambierà una virgola rispetto al suo principale punto debole, che le cronache ci hanno già mostrato implacabilmente, nel corso di quella che potremmo definire la più breve luna di miele che la politica ricordi.

È vero che nella storia repubblicana non si contano nemmeno molti governi nati nel pieno di una pandemia. Dunque è giusto relativizzare e smussare giudizi frettolosi. Sta di fatto che uno scontro così duro tra ministri dello stesso governo a tre giorni dal giuramento e prima ancora del voto di fiducia, come è accaduto sulla vicenda degli impianti sciistici tra il titolare del Turismo, Massimo Garavaglia, e quello della Salute, Roberto Speranza, è un record niente male. Senza contare la sfilza di bellicose dichiarazioni pronunciate da Matteo Salvini, contro lo stesso Speranza, contro il suo consulente Walter Ricciardi e contro il supercommissario Domenico Arcuri. Peraltro non tutte palesemente ingiustificate, a onor del vero. Ma di questo si è già parlato ieri e non è il caso di tornarci.

Oggi è invece il caso di tornare su un tema che ha caratterizzato subito lo stile di comunicazione, diciamo così, del nuovo esecutivo. Un approccio ben rappresentato dalla frase pronunciata da Draghi in Consiglio dei ministri: «Noi comunichiamo quello che facciamo. Non abbiamo fatto ancora niente e non comunichiamo niente». Un’uscita che magari era solo un modo per tacitare un’obiezione intempestiva, o la manifestazione di un’idiosincrasia verso alcune tendenze della politica di oggi – chiamiamola la prevalenza del comunicatore – non solo comprensibile, ma più che fondata. E tuttavia, attorno a quella frase, forse anche come inevitabile reazione dopo tre anni di casalinismo al potere, è già fiorita una teoria e una retorica sul silenzio degli autorevoli, sul tecnico che non deve rispondere mai, sull’Uomo di Prestigio abituato a parlare con i fatti, mica col Fatto, che può nuocere molto a Draghi e al suo governo.

Naturalmente, anche qui, prima di proseguire bisogna ripetere che ci muoviamo in terra incognita per tutti, nel pieno del più grande casino globale che non solo la politica italiana, ma l’umanità intera abbia mai affrontato, e dunque ogni tesi è legittima. Può ben darsi, ad esempio, che proprio la gravità della situazione, sanitaria, economica e sociale, susciti nell’opinione pubblica una particolare diffidenza verso la propaganda e la demagogia, e un maggiore apprezzamento per la silenziosa operosità (forse persino al di là dei concreti risultati di tale taciturno impegno, il che potrebbe essere anche l’unica ragionevole spiegazione del discreto indice di popolarità registrato fin qui da Speranza).

Resta il fatto che guidare un governo è cosa radicalmente diversa dal guidare una banca, foss’anche un istituto che con la politica ha moltissimo a che fare, come la Banca centrale europea. E la principale differenza si vede proprio dall’esempio che i sostenitori della strategia del silenzio come più acuta presenza, sfondo nero che esalta i contorni netti del poco che si dice, citano – secondo me – a sproposito: quelle famose tre parole, whatever it takes, con cui Draghi avrebbe addirittura salvato l’euro. Perché la differenza è tutta qui: che in politica, un minuto dopo, a differenza di quanto accade ai banchieri, sarai sommerso da quelli che ti chiederanno «in che senso?», «fino a quando?», «whatever che?», e se il senso non sarai tu a darglielo, giorno dopo giorno, glielo daranno loro. E meno male che è così. È il bello della democrazia.

Ma è anche ciò che la rende molto faticosa. Se davvero Draghi pensasse, come sembrano ritenere alcuni dei più entusiasti ritwittatori della frase sopra citata, che a lui sia concesso azzerare tante seccature con la sola forza del suo prestigio, temo che sarebbe destinato a un brusco risveglio (chiedere per conferma al senatore Monti). Perché la verità è che in politica, proprio come in amore, l’assenza non è mai più acuta presenza, e vince fuggendo solo chi in realtà la vittoria se l’era già conquistata prima, sul campo.

Il governo non ha ancora preso la fiducia e la Lega ha già chiesto un «cambio di passo», il Movimento 5 stelle dà evidenti segni di essere sul punto di esplodere e Nicola Zingaretti ha pensato bene di affrontare il problema promuovendo un intergruppo parlamentare Pd-M5s-Leu, che come messaggio di saluto al nuovo esecutivo è tutto un programma. Di questo passo, tra una settimana saremo già alla richiesta di una «cabina di regia».

È evidente che non si tratta semplicemente di problemi di comunicazione (il primo alibi dietro cui si tende sempre a nascondersi, dopo). Ma ho forti dubbi che una silenziosa e modesta operosità aiuterà a risolverli.