Ma per favoreLa serie tv più brutta del mondo e la formula del successo garantito

“L’estate in cui imparammo a volare”, in originale “Firefly Lane”, mette in scena i traumi ridicoli della vita adulta attraverso i problemi vissuti nell’infanzia, che sono però minimi. Il trucco funziona: quello che perde in credibilità lo guadagna in identificazione da parte del pubblico (che si conferma scemo quanto previsto)

Frame di “L’estate in cui imparammo a volare”

Sono disposta a quasi qualunque sacrificio per i miei lettori. Ho detto «quasi»: non a rinunciare all’ipotassi, no. Però a vedere dieci ore della più brutta serie televisiva di tutti i tempi sì.

Maggie Friedman è una sceneggiatrice di cui non so niente, ma so che non è scema (nessuna che imbastisca un grande successo è scema). Quindi non credo a una parola quando dice che ha letto “L’estate in cui imparammo a volare” (in Italia lo pubblica Mondadori) e ha sentito un così grande legame con la storia, si è talmente appassionata al progetto – ma per favore.

“L’estate in cui imparammo a volare” è la storia di due bambine che diventano amiche in terza media, negli anni Settanta, e lo restano per trent’anni. Una (l’attrice è Katherine Heigl) diventa una famosa conduttrice televisiva, l’altra (Sarah Chalke) una frustrata madre di famiglia, ma l’importante è l’amicizia – quante volte posso dire «ma per favore»?

Sono certa che Maggie Friedman abbia visto una sola cosa, che poi è l’unica che conta, nelle due donne la cui vita da adulte rispecchia i traumi di bambine: il potenziale alla “This Is Us”.

“This Is Us” è una serie generalista (in America va in onda su Nbc), mentre “L’estate in cui imparammo a volare” è da piattaforma (Netflix), ma non importa, perché ormai è tutto appiattito sul pubblico che vuole vedere sé stesso e le proprie scemenze drammatizzate, sul pubblico più cretino di tutti i tempi, su quel pubblico che siamo noi.

Come in “This Is Us”, in “Firefly Lane” (il titolo originale, che ha il vantaggio d’essere più corto di quello italiano) si va avanti tra due passati (la scuola; e i primi anni, a fine università, in cui le ragazze lavorano in una rete locale), e il presente, nel 2003 (quando la conduttrice interpretata da Katherine Heigl può stupire il proprio pubblico con l’invenzione fantascientifica d’un cellulare che fa le foto).

Diversamente da “This Is Us”, dove i bambini e gli adolescenti e gli adulti sono interpretati da tre diversi gruppi d’attori, qui hanno preso altre due solo per fare le tredicenni, ritenendo perfettamente plausibile che due attrici quarantacinquenni facciano la parte delle ventenni. (Un’estasiata intervistatrice ha chiesto a Friedman come le abbiano ringiovanite, Friedman ha risposto che hanno usato un po’ di effetti, ma pochissimi; infatti sono identiche, e tocca ogni volta concentrarsi per capire se la scena che si sta vedendo sia del 2003 o dell’83, e credetemi: non vorrete concentrarvi, mentre guardate questa insuperabile porcheria).

Perché “This Is Us” è una serie di successo? Perché ci dice quel che vogliamo sentirci dire: che anche noi mediocri abbiamo diritto al successo, che possiamo dare all’infanzia la colpa di tutti i nostri difetti, che ogni infelicità è concessa, anche quelle irragionevoli, specialmente quelle irragionevoli.

E quindi, in questo rifacimento del prototipo, quando un’amica partorisce, l’altra amica si sente non al centro dell’attenzione e abbandonata come quando la mamma fricchettona la mollava da qualche parte. E la mamma fricchettona che la dimenticava in giro è la ragione per cui ha paura dell’amore da grande (una volta la paura dell’amore era un tema buono per le liceali; una volta, quando non eravamo tutti liceali cinquantenni). E le sue storie da una botta e via non sono mai per allegria, no, sono figlie del trauma di quello che a tredici anni se la scopò nonostante le di lei fiacche obiezioni (perché il personaggio della volitiva non prova a opporre una minima resistenza, quando il bello della scuola le salta addosso? Perché siamo tutte vittime nel profondo? Perché agli sceneggiatori serve una scusa per farla restare zitella da adulta?). Eccetera.

Dite un trauma ridicolo, e in “Firefly Lane” c’è. Persino la morte del cane – quattordici anni canini, un centinaio umani – pianta come una morte in culla.

Me la vedo, Maggie, che guarda “This Is Us” e pensa che c’è una sola miglioria possibile, un solo dettaglio che può mandare in sollucchero le intervistatrici e far loro dire che era ora, proprio la storia che mancava: due protagoniste. Due donne. Una storia di donne, con gli uomini a fare da manzi di contorno. Altro che il Pd.

Per il resto tutti gli elementi originali restano lì: l’infanzia che è destino (maledetta psicanalisi di massa); gli abbandoni tutti traumaticissimi; i litigi devastanti come se si trascorresse tutta la vita a scuola, quando agli amici e agli amori dedicavamo una quantità d’attenzioni e d’energie che bisogna essere folli per rimpiangere; i genitori che se muoiono non è mai fisiologico, neppure quando i figli hanno cinquant’anni.

E in più – sennò cosa l’abbiamo fatta storia di due donne a fare – il pezzo grosso che «o me la dai o non ti faccio lavorare». C’è tutto, ed è tutto pronto a farci essere il pubblico di “The Girlfriend’s Hour”, il programma condotto dall’amica di successo. Quella platea alla quale l’amica di successo racconta che ha avuto un aborto spontaneo, sto malissimo, ora parlatemi del vostro, e quelle raccontano gli insuccessi del loro utero e pigolano: grazie per averci dato voce.

Qualche mese fa Chrissy Teigen, modella americana, ha messo le foto del proprio aborto spontaneo su Instagram. Alcuni (alcune) hanno provato a dire che forse era un esibizionismo malsano, ma sono state zittite da un coro greco di «finalmente abbattuto il tabù». Ma dov’è che l’aborto spontaneo è un tabù?

Sulle riviste femminili, così come nei gruppi di mamme su Facebook (roba da centinaia di migliaia di iscritte), se ne parla in continuazione. Certo, il Tg1 non fa l’apertura su Tizia che ha perso il figlio che aspettava, ma tra quello e “tabù” ci sono alcuni milioni di vie di mezzo. Tra le vie di mezzo conterei il fatto che, quando Meghan Markle (moglie d’un nipote della regina Elisabetta) ha un aborto spontaneo, l’editoriale con cui lo racconta non viene pubblicato da Rakam ma dal New York Times. Anche lì, coro greco di «ha abbattuto il tabù». Forse, un po’ come Casalino ha ripetuto talmente tante volte che i giornali erano ingenerosi con Conte da arrivare a crederci, il pubblico crede davvero che una cosa di cui si parla in continuazione sia un argomento tabù.

L’altro giorno ho sentito, in tv, due donne che conosco dire che la società non ci permette di dire che, anche se abbiamo un figlio, non ci sentiamo portate per fare le madri. Di nuovo: riviste femminili, gruppi Facebook, e centinaia di titoli in libreria, sul tema secondo le due indicibile. Le conosco, e quindi so che non ignorano il pubblico dibattito che pubblicamente sostengono essere inesistente.

E allora? E allora, come Maggie, sanno cosa funziona: il pubblico devi trattarlo da scemo, raccontandogli che siamo tutte vittime, tutte zittite dai tabù, tutte traumatizzate a vita. Il pubblico ti premierà con buone vendite, buoni ascolti, buon consenso, dimostrandoti che hai sempre avuto ragione a considerarlo scemo.

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