Di precise parole, si viveBrevi cenni sonciniani sull’universo e altri usi sciatti della lingua

Attenzione, articolo impossibile da sintetizzare in un sommario. Cari twittatori, se volete offendervi, vi tocca leggerlo

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Di precise parole, si vive. E di grande teatro, aggiungeva quello, esagerando in ambizione: già le precise parole sarebbero tantissimo.

L’epoca che fa l’uso più sciatto delle parole è anche quella che più si diletta a correggere le parole altrui. Del quesito su Rousseau, a indignare il volontariato delle belle lettere attivissimo sui social sono stati i due punti; ma, in «Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?», non sono i due punti, a farti bocciare all’esame di terza media: è il posizionamento del complemento di compagnia.

Di precise parole, si vive.

In “Quando abbiamo smesso di capire il mondo” (Adelphi), il più affascinante tra i libri usciti di recente, ci sono mille dettagli meravigliosi per pagina, tra i quali la denominazione del blu di Prussia, assegnata per errore di valutazione a un colore creato per errore di progettazione. Johann Jacob Diesbach, un fabbricante di colori svizzero, nel diciottesimo secolo aggiunge sale di potassio a resti animali, cercando di creare un rosso carminio. Ne viene fuori un blu mai visto, e «Diesbach battezzò il nuovo colore “blu di Prussia” per stabilire una connessione intima e duratura tra la sua scoperta accidentale e l’impero che sicuramente avrebbe superato in gloria quelli antichi: non era un uomo sufficientemente capace, o con doti profetiche tali, da poterne prevedere la rovina».

Di precise parole, si vive.

L’altro giorno alcuni lettori d’un quotidiano hanno protestato per l’uso di «siero» in articoli sul vaccino. Una dirigente del giornale ha spiegato che «Serve per evitare le ripetizioni, i giornali non sono pubblicazioni scientifiche e nei titoli divulgativi che sintetizzano a volte è inevitabile che si cerchino sinonimi perché la ripetizione nel giornalismo è inaccettabile». Non starò qui a dire della monològofobia, la convinzione dei giornalisti che sia meglio essere imprecisi che usare più volte la stessa parola. Né dei danni delle maestre elementari che ci hanno convinti dell’esistenza dei sinonimi, come se due parole diverse potessero mai dire la stessa identica cosa. Mi limiterò a far notare che, nella risposta che ci spiega perché non ci si debba, possa, voglia ripetere, c’è una ripetizione della parola «ripetizione».

Di precise parole, si vive.

I social sono, al tempo stesso, una cosa da cui i giornali sono egemonizzati e una che fingono non esista. Tra le altre cose che hanno cambiato, c’è la percezione della politica estera. Negli anni Novanta, se scrivevi delle corna di Hillary Clinton non scrivevi di politica: il lettore medio aveva un’opinione su Gava, non sul governo americano. Adesso, il lettore medio ha Facebook che gli spiega che è tutto un grande complotto mondiale, e tutto lo riguarda. A fine anno ho scritto per un settimanale un ritratto di Kamala Harris. Una lettrice piccata ha protestato spiegando al direttore che in realtà le elezioni le aveva vinte Trump e noi ci prestavamo alla truffa di cui Kamala era esponente. Poi, già che c’era, si è indignata perché io l’avevo definita «una strafiga». Ci ripenso da settimane: strafiga è strafiga, non esistono sinonimi. Diceva Gianfranco Funari (un intellettuale la cui opera avrete di certo studiato) che «se uno è stronzo, nun je pòi di’ “stupidino”».

Di precise parole, si vive.

Pochi anni fa scrivevo per un altro settimanale, che fece una cosa che nessuno aveva mai fatto prima e per ora nessuno ha mai fatto dopo: si rifiutò di pubblicare una mia rubrica. Era la settimana di Sanremo, e avevo scritto dell’assessore che ogni anno protesta perché i fiori non sono abbastanza inquadrati. Se vi sembra d’averla letta, quella rubrica, è perché, da qualche parte, dell’assessore di Sanremo scrivo tutti gli anni. Cambiano i partiti, gli assessori, i conduttori, ma sempre c’è il problema che i fiori non siano inquadrati abbastanza, e sempre la cosa mi fa riderissimo: ce li vedete gli Oscar che danno spazio alle lamentele d’un assessore? Non fu però perché mi ripetevo, che il giornale si rifiutò di pubblicarmi: fu perché «alle nostre lettrici non interessa la politica». Che – novecentescamente – è Gava, mica Kamala: la parola «assessore» yes it’s fucking political, le foto della poetessa in cappottino Prada all’inaugurazione di Biden no.

Di precise parole, si vive.

Il New York Times ha licenziato un giornalista perché, due anni fa, facendo da chaperon ad alcuni liceali, ha risposto alla domanda su una dodicenne che in un video diceva «nigger». Il giornalista ha chiesto se lo dicesse perché era nel testo d’un rap che cantava, o come insulto, o citando magari un libro. Aggiungerei io: o citando il New York Times. Che dieci anni fa (dieci, non cento) pubblicava un articolo che iniziava così: «Vivo in una città dove probabilmente sento la parola “nigger” cinquanta volte al giorno da gente d’ogni colore ed età, anche se principalmente da ragazzi sui mezzi pubblici. È un saluto, un segno d’affetto, di tanto in tanto un epiteto ma più spesso, credo, un riempitivo, l’equivalente per i giovani di quel che per i loro genitori era “cioè” o “come dire”». Sono finiti i civili tempi in cui Jill Nelson poteva scrivere una cosa del genere, usando una parola come fosse una parola e non una formula magica. Oggi il tapino, colpevole d’aver detto la parola indicibile, viene licenziato perché, anche se non l’ha detta con dolo, essa è considerata formula stregonesca.

Bret Stephens, rubrichista del New York Times, l’altro giorno non è stato pubblicato, e senza aver scritto dei fiori di Sanremo. Aveva scritto del giornalista licenziato. Il suo pezzo è uscito comunque, sul New York Post, che precisa che il testo della rubrica mai uscita sul Times mica gliel’ha passato Stephens per ritorsione, macché: hanno le loro fonti. Il New York Post è un losco tabloid, e se andiamo avanti così i loschi tabloid diventeranno gli unici posti in cui si possa parlare liberamente della libertà di parola, l’unica libertà civile sospesa per pandemia (di suscettibilità) di cui a nessun opinionista presentabile paia importare. Riporterò una frase sola, dall’articolo di Stephens: «Un giornalismo che trasforma le parole in totem, e i totem in paure, è un ostacolo al pensare chiaramente e al comprendere davvero».

Di precise parole, si vive.

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