Il nuovo VoldemortIl documentario a senso unico con le camicette di Mia Farrow contro Woody Allen

Gli autori di “Allen v. Farrow” fingono di essere equanimi ma raccontano soltanto la versione della ex compagna del regista newyorchese. E nemmeno loro riescono a nascondere tutti i buchi, le contraddizioni e la follia della sua ricostruzione

Frame tratto dal trailer di “Allen v. Farrow”

«Era come Voldemort: colui che non dev’essere nominato». L’unica battuta non trombona su Woody Allen, in quattro ore di “Allen v. Farrow”, la fa una tizia che Mia adottò nel 1994, quando il picco del delirio sembrava passato (quando ignoravamo che, venticinque anni dopo i fatti, il delirio avrebbe avuto un nuovo picco, ma a questo arriviamo poi).

“Allen v. Farrow” comincia su Hbo domenica, in Italia per ora nessuno ha in programma di trasmetterlo. È una storia di camicette, e madri, e camicette, e famiglie infelici, e camicette, e manipolazioni mediatiche che son sempre quelle degli altri, e camicette.

L’hanno girato due documentaristi il cui tema preferenziale è la violenza sessuale, ed è dichiaratamente la versione di Mia. I due hanno detto che la sua versione non era mai stata raccontata (lo so che sapete che non è vero: poi ci arriviamo), che hanno chiesto interviste a Woody e Soon-Yi senza ottenerle (due mesi fa, dopo due anni che lavoravano al documentario, mi dicono fonti attendibili), che vogliono solo ristabilire la verità. Vaste programme.

La storia, se eravate vivi a fine Novecento, la sapete. Woody Allen e Mia Farrow hanno negli anni Ottanta una lunga relazione in case separate, intanto lei interpreta tutti i film di lui e adotta figli a nastro. A un certo punto lo convince ad adottarne una insieme, e poi resta incinta (di quello che oggi è Ronan, giornalista principino del MeToo; all’epoca lo chiamarono Satchel, e questo dettaglio che Mia cambi nome ai figli non mi pare sia apprezzato abbastanza dagli analisti della sua follia).

Nel 1991 (o molto tempo prima, se credete a Mia, che dice ai documentaristi che il portiere del palazzo di Allen le ha raccontato che lui comprava preservativi) Allen avvia una relazione con Soon-Yi, adottata da Mia col precedente marito André Previn. Farrow lo scopre vedendo foto della ragazza nuda poggiate su una mensola a casa di Allen (Freud non era mica scemo). L’anno dopo, lo accusa di aver molestato sessualmente Dylan, la bambina (allora settenne) che avevano adottato insieme.

Allen viene prosciolto dalle accuse, la storia viene dimenticata abbastanza da far ritenere Allen, dieci anni dopo, l’ospite d’onore ideale per i primi Oscar dopo l’11 settembre. Discorsetto su New York, applausi in piedi, eccetera.

Il documentario ci mostra la scena verso la fine, sostanzialmente per dirci quanto facciamo schifo ad aver dimenticato le colpe di Woody. Poi arriva il 2014, e Dylan decide che vuol dire la sua. Forse ve ne ricordate: Nicholas Kristof, amico di famiglia dei Farrow ed editorialista del New York Times, ospita sul proprio blog sul sito del quotidiano una lettera aperta di Dylan. La notizia – una delle due, in quattro ore di documentario: l’altra è che Dylan ha avuto una bambina – è che quella lettera aperta era un editoriale rifiutato. Sono passati solo sette anni da quando una vittima non aveva diritti costituzionali di editorialista, ma veniva di ciò risarcita da editorialista di famiglia.

Da quel momento il caso Allen, dimenticato per più di vent’anni, è riaperto nel tribunale dell’opinione pubblica. Nessuno più distribuisce i suoi film, gli rescindono i contratti, biografie già stampate vengono revocate, e tutto il cucuzzaro della damnatio memoriae cui il MeToo ci ha abituate.

A casa Farrow ci erano abituati da prima: la prima cosa che Dylan fa, nel documentario, è mostrarci l’album da cui le foto con Woody sono state stalinianamente strappate, o ritagliate in modo da escluderlo. Voldemort, ma la povera Dylan non è abbastanza spiritosa da dirlo.

Le camicette, dicevo. Il documentario è stato annunciato con un’intervista dei due registi al New York Times. In essa dicevano che Mia mica voleva comparire, c’è voluto del bello e del buono per convincerla, «Le ho dovuto prestare una mia camicetta per le riprese perché era venuta senza intenzione di farsi filmare», giura la regista.

Sì, ma quale delle quattro? Mia appare inizialmente (e nelle ultime immagini, quelle in cui sa che Dylan vorrà un caffè, perché «conosco mia figlia», ma poi non sa se lo prenda col latte) con treccine e maglietta con le scritte e felpa giovanilista. Poi è la volta della camicetta bianca. Poi abbiamo due diverse camicette blu. Cambiano anche il trucco, i capelli, gli occhiali: quale faccia era quella in prestito? Quale delle quattro Mia era quella renitente?

Non mi sono messa lì col cronometro, e magari mi sbaglio, ma la percezione è che Mia abbia più minuti sullo schermo di Dylan. Che, per trattarsi d’una cosa che s’è sacrificata a fare con camicette in prestito perché Dylan ci teneva tanto, ecco, come dire.

C’è un momento, verso la fine, in cui si rievoca l’intervista che Soon-Yi ha dato l’anno scorso, la prima della sua vita, per dare la propria versione dei fatti. Nello zelante montaggio di telegiornali che ne davano la notizia, i conduttori hanno scelto qualcuno che spiegava che Woody era lì, durante l’intervista, e interveniva spesso.

Mica come Mia, così schiva, così non contraddetta quando dice «Sono decenni che non parlo di lui in pubblico» (l’intervista all’edizione americana di Vanity Fair in cui parlava della vicenda e insinuava che forse Woody non era il vero padre di Ronan, il quale forse era figlio di Frank Sinatra, quell’intervista lì è del 2013, lo dico senza aver emesso fattura come ricercatrice ai documentaristi pigri).
Non si può dire che si siano posti il problema della plausibilità.

Quando Ronan dice che già da tanto tempo Woody metteva a disagio Dylan, che lei gli chiedeva di non lasciarla sola con lui, nessuno gli fa presente che quando scoppiò il casino lui aveva quattro anni, e a quanti anni esattamente era invocato come protettore? A tre? A due?

Quando Mia dice che lei mai avrebbe voluto dire ai bambini che papà aveva fotografato Soon-Yi nuda, ma fu l’analista a ingiungerle di dire, a una bambina di sette anni e a un bambino di quattro, che papà era un vecchio zozzone.

E le telefonate. Si è molto parlato dei filmini – una roba straziante, il filmino di Dylan «dimmi dove ti ha toccato papà», la povera Dylan adulta ha un tatuaggio sul polso, «libera è colei che è forte», ma cosa vuoi esser forte con una madre che ti manipola in quel modo – ma le telefonate sono la parte migliore.

Mia registrava le conversazioni con Woody, una volta scoppiato il casino, e premette che lo faceva perché era certa che lui registrasse, e allora uno dei suoi mille figli suggerì registrasse anche lei. Ma i documentaristi usano quelle conversazioni, in cui parla praticamente solo lei, e chiaramente parla a scopo di registrazione, ribadisce la propria versione dei fatti sapendo che sta registrando, come fossero autentiche conversazioni dalle quali poter apprendere verità spontanee.

Le telefonate, con lui che cerca di domare la bisbetica e lei che lo accusa di qualunque cosa, fanno lo stesso effetto delle testimonianze delle amiche di Mia. Una delle quali sostiene che la dichiarazione d’amore di Woody per Soon-Yi, nel ’92, fosse una distrazione di massa, «L’ho sentito io dire che non la amava».

E nessuno le dice magari poi ha cambiato idea, nessuno le dice magari negava per rabbonire Mia, ma soprattutto nessuno le dice: sì, ma sono passati trent’anni, Woody e Soon-Yi stanno ancora insieme, e noi siamo ancora qui a sentire la versione dei Farrow. Tranne che di Moses, l’adottato coreano che dà ragione al padre e quindi nessun grande quotidiano americano ne pubblica la versione. Forse valgono solo i Farrow biondi.

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