Un’altra ItaliaL’abisso incolmabile tra il politico Draghi e l’Azzeccagarbugli Conte

Al posto dell’eloquio da avvocato del popolo abbiamo ascoltato una lezione al tempo stesso semplice e complessa, senza i fronzoli bizantini dell’uomo con la pochette. E meno male che l’ex presidente della Banca centrale europea era considerato solo un tecnico

LaPresse

Non sappiamo dove fosse ieri mattina Giuseppe Conte né se abbia avuto modo, o voglia, di ascoltare il discorso di Mario Draghi al Senato.

In caso positivo, avrebbe potuto misurare la distanza che in modo sorprendente separa il suo tempo da questo: eppure era solo un mese fa, il 19 gennaio, quando l’avvocato del popolo parlò sempre al Senato con la tipica sua baldanza per accorgersi, la sera, di avere sì la fiducia ma non la maggioranza di quel ramo del Parlamento. In questo mese, tutto è cambiato, come cantava Gino Paoli, e si è ridata una chance alla politica – e qui si parafrasa John Lennon.

Al posto dell’eloquio da avvocato di provincia abbiamo ascoltato una lezione di politica al tempo stesso semplice e complessa. E meno male che Draghi era considerato un tecnico!

Mai discorso fu più politico di quello pronunciato dal presidente del Consiglio ieri mattina. Un discorso politico perché è stato di verità, senza i fronzoli bizantini dell’uomo con la pochette da dandy; un discorso politico perché non è stato il solito elenco di promesse affastellate e incollate dagli uffici di Palazzo Chigi, perché questa era spesso e volentieri l’impressione che davano gli interventi di Conte; un discorso politico, infine, perché con lo sguardo lungo rivolto al domani, laddove Conte restava immancabilmente incollato alla mediocrità dell’oggi. Conte era la politica, Draghi è la Politica: solo 28 giorni separano una minuscola da una maiuscola.

Senatori, diciamo così, non esattamente cresciuti in contesti di raffinata cultura e alta politica ieri parevano sinceramente molto colpiti da un discorso diverso, come se, per ripetere un’espressione molto adoperata, a Roma fosse davvero sbarcato un marziano: così, esponenti di Forza Italia, del Partito democratico, della Lega, di Italia viva hanno ammirato e fatti propri i contenuti del discorso di Mario Draghi, e solo i Cinquestelle sono parsi spiazzati, ancora innervositi dallo smacco subito dal loro avvocato Conte (chissà se nelle riunioni del mitico coordinamento con Pd e LeU piano piano si metteranno in sintonia col nuovo corso della politica italiana) tanto che la senatrice Cinzia Leone quasi pregando Draghi di porsi in continuità con Conte alla fine è quasi scoppiata in lacrime e un certo Danilo Toninelli – chi era costui? – ha annunciato che i grillini valuteranno volta per volta, «provvedimento per provvedimento», se appoggiare il nuovo governo o no: non gli hanno ancora spiegato la linea.

Il Pd sì che sta facendo uno sforzo per assestare la propria posizione, ma tradisce ancora il fastidio per la cantonata presa con lo slogan «o Conte o elezioni», uno degli aut aut più stonati della storia e soprattutto la paura di una specie di irrilevanza non tanto politica ma intellettuale, a cospetto del giganteggiare della figura del presidente del Consiglio.

Mentre è sorprendente il cambiamento di Forza Italia e soprattutto della Lega, immortalato quest’ultimo da quel Giancarlo Giorgetti a fianco di Draghi di cui pareva condividere persino l’affermazione che «l’euro è irreversibile», e persino il “cattivo” Alberto Bagnai vestiva i panni dell’allievo davanti al maestro con un affabilità di tono che non gli conoscevamo.

E poi c’è Italia viva che – comunque la pensiate, diceva Michele Santoro all’inizio del suo programma – ha ragione di gongolare.

Tutto quello che si vuole, ma se Matteo Renzi non avesse aperto la crisi questo discorso di Mario Draghi non ci sarebbe mai stato, questa vera e propria bussola per l’Italia sarebbe rimasta in qualche libro dei sogni o smarrita sulla battigia mentre sale la risacca del mare. «Per noi ha parlato Draghi», ha risposto Renzi a chi gli chiedeva se avrebbe preso la parola, che è una risposta forzata ma che non va tanto lontano dal vero.

Draghi, che oltre ad avere un forte senso dello Stato è anche un gran signore, non poteva certo mettersi a criticare il suo predecessore e nemmeno troppo a demolire le sue scelte, eppure ha mandato in soffitta le baggianata sulle task force di “esperti” a guardia del Recovery Plan che in modo molto garbato ha fatto capire di voler riscrivere.

E sulla pandemia ha invitato a correre, altro che primule, qui serve una chiamata generale, Forze armate  volontari e hub ovunque. Il tutto in un discorso alto, riformista, keynesiano, democratico.

Il discorso di un grande leader, non solo di un ottimo presidente del Consiglio: «Se è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai – ha detto Draghi – in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità», questa è politica pura, l’esatto contrario del populismo dell’avvocato.

È passato solo un mese e quella di Giuseppe Conte è una vecchia foto già ingiallita.

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