Salire in motagnaLa decisione di Luca Mercalli di prendere casa in alta quota e sfuggire al riscaldamento globale

Investire denaro ed energie nella ristrutturazione di una antica baita del 1732 in alta Val di Susa. Il celebre divulgatore scientifico spiega nel suo ultimo libro perché abitare a 1650 metri di altitudine sia un scelta sostenibile

Pixabay

Le vie da intraprendere per affrontare il riscaldamento globale non si esauriscono nelle tecnologie sostenibili, nell’efficienza energetica e nella conduzione di una vita più contemplativa e meno competitiva. No, secondo il climatologo Luca Mercalli, a venire in nostro soccorso c’è anche la montagna. Un ambiente che lo scienziato piemontese conosce molto bene e che ha voluto celebrare nel libro: “Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale” (Einaudi, 2020).

In questo testo, il climatologo spiega la sua decisione di investire denaro ed energie nella ristrutturazione di una antica baita nel cuore delle Alpi Cozie. Siamo in alta Val di Susa, precisamente a Vazon, un piccolo borgo del Comune di Oulx a 1650 metri di quota, in una casa risalente al 1732.

Racconto di un’avventura personale ma anche manifesto di qualcosa che può diventare un’esperienza collettiva, nel libro l’autore affronta il tema del climate change scegliendo la narrazione in prima persona, raccontando la decisione di salire in alta quota per trovare un proprio “rifugio”. Una dimora, circondata da una vegetazione rigogliosa e al riparo dai piccoli cataclismi possono sconvolgere i territori montani, come le inondazioni e le frane, che Mercalli salva dal deterioramento. E diventa una casa a emissioni praticamente zero e certificata con il protocollo casa-clima.

Davanti al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, ciascuno di noi – sottolinea – Mercalli è chiamato a fare la cosa giusta, in particolare due cose giuste. Da una parte, adattarsi a questo nuovo mondo, come ha fatto il climatologo spingendosi in alta montagna per sfuggire alle temperature roventi dell’estate padana. Dall’altra parte, diminuire il proprio impatto sul pianeta, pratica realizzabile a qualsiasi altitudine conducendo una vita più sobria e sostenibile.

Mercalli spiega che la sua scelta non vuole essere un invito a seguire il suo esempio bensì l’illustrazione di una possibilità che il nostro territorio, con tante borgate montante trascurate o dimenticate, ci offre. Un’idea che spegne il luogo comune secondo il quale si può abitare la montagna solo se si esercita uno dei lavori tipici e tradizionali del mondo rurale montano. La possibilità di lavorare da remoto, spiega Mercalli, accentuata dalla recente pandemia ma comunque in costante sviluppo da anni, permette di svolgere anche lavori tipici delle città. Grazie a questo spunto, il climatologo fa emergere le potenzialità di utilizzare le grandi possibilità fornite dal progresso tecnico e scientifico per salvaguardare e riscoprire l’ambiente.

In tutta la montagna italiana, dalle Alpi fino agli Appennini, si leva da decenni un lamento per lo spopolamento e l’abbandono che fa crollare intere borgate, interrompere il ricambio generazionale e chiudere i servizi essenziali. Chi conosce bene la montagna – ricorda il climatologo – sa che questo ambiente ha bisogno di un’iniezione di persone che portino nuove idee ed energie, e mestieri anche diversi da quelli come l’allevatore, il boscaiolo, la guida alpina o il maestro di sci. Se si desidera vivere la montagna esercitando altre professioni, spiega Mercalli, bisogna sapere che lo si può fare. Ad esempio servendosi di una buona connessione Internet.

Vivere in montagna, avverte Mercalli. significa anche non aggiungere metri quadrati di cemento in più rispetto a quelli già presenti, e recuperare e ristrutturare il grande patrimonio edilizio esistente che oggi stiamo perdendo insieme a una parte importante di quello storico e architettonico.

 

Martedí 17 marzo 2020

E così sono tre anni. Da quel primo sguardo distratto su mucchio-di-pietre, dalle farraginose pratiche di acquisto e progettazione, dall’apertura di un cantiere impegnativo e ancora in corso, alle prime sospirate sere di neve davanti al caminetto, nel guscio-di-legno quasi completato. Oggi avremmo voluto essere ovviamente lassù a festeggiare, era programmato da tempo. Non si può! L’inedito e surreale blocco degli spostamenti per l’emergenza coronavirus ce lo impedisce. Siamo nel pieno del dipanarsi della storia. Guardiamo con un sospiro le immagini delle webcam di lassù: gran cielo blu, 14 gradi. Comunque sia, in quest’ultimo anno tutte le stagioni del Vazon sono state vissute: abbiamo visto cadere la neve, sentito urlare il vento, siamo stati avvolti dalle nebbie, bagnati dalla pioggia, scottati dal sole bruciante dell’estate, cullati dal tepore dorato dell’autunno. Altre belle annate speriamo ci siano ancora concesse dai Lari e dai Penati.

Abbiamo fatto bene o male a buttarci in quest’avventura? Il primo bilancio per noi è positivo, per ora ci sono stati concessi momenti di bellezza impagabile rispetto al prezzo che abbiamo pagato in denaro e in tempo impiegato per arrivare fin qui. Certo, abbiamo messo in questo progetto tutte le risorse di una vita, e – ci tengo a sottolinearlo – sono quelle rimaste dopo il pagamento delle tasse. Potevano essere spese in altro modo, in puro divertimento dissipativo, in crociere e hotel di lusso a spasso per il mondo, in auto potenti, abiti griffati e gingilli preziosi. Tutta fatua entropia ed emissioni di CO2. Abbiamo scelto invece un percorso piú impegnativo che lasciasse un’eredità concreta al futuro, ai nostri nipoti, a chi verrà dopo: solide pietre ereditate dal passato e tecnologia edilizia d’avanguardia che speriamo durino dopo di noi per altri secoli.

Abbiamo voluto che fosse un’operazione transgenerazionale, un usufrutto temporaneo. Che avesse non solo una valenza privata ma pure pubblica, con il testimoniare il recupero del patrimonio edilizio montano, con l’aprire la casa anche a una fruibilità culturale per la collettività. E ne è nata un’esperienza che è il distillato della miglior conoscenza scientifica e umanistica che abbiamo trovato al mondo, anche grazie alla potenza della rete telematica. Migliaia di articoli su riviste internazionali, di libri, di vite di altre persone non ci hanno rivelato soluzione piú bella, piú a misura d’uomo, piú razionale che vivere in piccoli gruppi, autosufficienti almeno sul piano energetico e alimentare, in relazione simbiotica con la natura, traendo piacere dalla conoscenza, dalla cultura, dall’arte, dal convivio, dalla contemplazione del cosmo e rifuggendo dalla competizione, dall’avidità e dalla violenza.

C’è ancora ovviamente molto da fare, ci sono contraddizioni che non abbiamo sanato, ma siamo convinti che questo sia il punto piú avanzato a cui siamo giunti. In ogni caso abbiamo messo in pratica ciò che sostenevamo in teoria, ed è stato un atto, sia pur minuscolo ma tangibile, per cambiare in meglio il mondo.

Lo sappiamo, non sarà una proposta praticabile per tutti. Ma siamo tutti diversi e ognuno contribuisce al futuro con le proprie risorse. L’importante è che ci sia un senso nelle cose che si fanno, e noi l’abbiamo trovato. Come Mario Rigoni Stern «siamo arrivati a baita».

Einaudi Editore

 

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