Gennaio neroIl disastroso mese di Ursula von der Leyen

La presidente della Commissione europea ha ricevuto molte critiche dalla stampa internazionale per la gestione del caos vaccini e per la scelta nazionalista di vietare le esportazioni di dosi prodotte nell'Ue. Gli errori commessi sono superabili, se la leader tedesca troverà una soluzione

LaPresse

La Commissione europea aveva chiuso il 2020 con un grande successo grazie all’annuncio dell’avvio della campagna vaccinale contro il coronavirus in tutti i Paesi membri. La presidente Ursula von der Leyen aveva parlato di un momento storico, che avrebbe unito ancora di più gli Stati europei e dato prova della forza politica dell’Unione. La buona riuscita delle trattative per l’acquisto e la distribuzione delle dosi dei vaccini avevano aumentato anche la popolarità delle istituzioni europee e in particolare di von der Leyen, ma nel giro di un mese la presidente ha dovuto fare i conti con una crisi d’immagine e di fiducia. 

I ritardi nella distribuzione, la riduzione delle dosi in arrivo in Europa e la vaghezza dei contratti siglati con le case farmaceutiche che producono i vaccini sono solo alcuni dei problemi imputati alla von der Leyen e di cui la presidente è stata chiamata a rispondere. Come riportato dal giornale spagnolo El Pais, già da tempo diversi funzionari europei si lamentano della leadership di von der Leyen, ritenuta eccessivamente personalistica e poco propensa a un confronto realmente collegiale. Secondo i suoi critici, la presidente ha preso troppo spesso importanti decisioni senza consultare i suoi colleghi, limitandosi a un confronto con un ristretto gruppo di consiglieri a lei vicini. Simili accuse sono state recentemente negate dal portavoce della Commissione, Eric Mamer, ma le sue parole hanno sortito ben poco effetto, come dimostrano anche le critiche giunte dalla stessa famiglia politica di von der Leyen, il Partito popolare europeo (Ppe). 

L’ultima gaffe della Commissione – come sottolinea anche il New York Times – ha poi peggiorato la situazione e inasprito ancora di più il clima in Europa. Tra venerdì 29 e sabato 30 gennaio von der Leyen aveva annunciato l’introduzione di un meccanismo di controllo per l’esportazione di vaccini al di fuori dell’Ue che avrebbe creato anche una barriera commerciale tra Irlanda e Irlanda del Nord. La Commissione è immediatamente intervenuta inserendo anche Belfast fra i Paesi esenti dal meccanismo di controllo, ma l’errore non ha fatto che aumentare le critiche nei confronti di von der Leyen. 

Lo stesso ex presidente della Commissione e membro del Ppe, Jean-Claude Juncker, ha condannato l’introduzione del meccanismo di controllo, mentre Dacian Ciolos di Renew Europe ha chiesto a von der Leyen di presentarsi in Parlamento per discutere della strategia vaccinale e dell’errore commesso sull’Irlanda del Nord. Eppure, come fa notare il tedesco Der Spiegel, la presidente sembra restia a prendersi le proprie responsabilità, preferendo scaricare la colpa su Vladis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo responsabile per il Commercio. Inoltre, nonostante la richiesta di Renew, la presidente ha deciso di rispondere solo ad alcuni gruppi parlamentari in incontri a porte chiuse, rimandando a data da destinarsi un dibattito davanti alla plenaria del Parlamento.

In una recente intervista rilasciata a diversi media italiani ed europei, von der Leyen ha cercato di limitare i danni difendendo l’operato dalla Commissione – «Tireremo le somme a fine mandato (…) Quando agisci così in fretta c’è sempre il rischio di tralasciare qualcosa» – ma per riparare il danno di immagine e di fiducia dell’ultimo mese, legato anche a una cattiva comunicazione, serve ben altro.

Luci e ombre di von der Leyen
«Sulla carta von der Leyen era il miglior commissario che potevamo avere. Prima di tutto è laureata in Medicina, quindi adatta ad affrontare una crisi pandemica; in secondo luogo è di origine tedesca, ma madre lingua francese, per cui incarna i due paesi forti dell’Ue; infine è una figura della destra moderata», spiega a Linkiesta Eleonora Poli, ricercatrice presso il Programma Politiche e Istituzioni dell’Unione europea dello Iai. «Fino a ora è riuscita a gestire una crisi senza precedenti, come dimostrano anche il Recovey Fund e le misure prese in risposta alla pandemia».

Secondo Poli, a pesare sull’operato della Commissione è stata prima di tutto la burocrazia: le procedure europee sono più lunghe rispetto a quelle nazionali, per questo l’Ue è arrivata terza nel siglare accordi con le case farmaceutiche, con conseguenti ritardi nella consegna dei vaccini. A ciò si aggiunge anche un problema di personalismo politico. «Von der Leyen agisce ancora da politica, più che da burocrate: ha addossato ad altri commissari le proprie responsabilità e non è andata a riportare in Parlamento, rilasciando soltanto un’intervista alla televisione tedesca. Anche se non è stata lei a siglare gli accordi sul vaccino è ugualmente responsabile per le azioni dei suoi commissari». 

La gaffe sull’articolo 16 riguardante l’Irlanda del Nord, poi, non è stata una mossa lungimirante. «L’Irlanda è stato un punto centrale della Brexit, si è arrivati a un accordo che evitava la chiusura totale dei confini solo dopo lunghe trattative e andare a toccare proprio quell’articolo sarebbe controproducente anche per la stessa Ue, dato che creerebbe problemi sociali ed economici a un Paese membro». 

Un altro errore commesso dalla Commissione riguarda la mancanza di comunicazione con le altre istituzioni, in primis con il Parlamento. «È l’unico organo eletto dai cittadini, rappresenta la democrazia dell’Ue, pertanto deve essere reso partecipe delle decisioni prese, soprattutto per le questioni che coinvolgono in prima persona i cittadini europei. Il problema però è a decidere sono principalmente von der Leyen e una cerchia ristretta. Ciò va bene in un momento di crisi, ma quando si commette un errore bisogna sapersi prendere le proprie responsabilità. Al momento, però, non sembra sia questo il caso». 

La presidente quindi dovrebbe parlare davanti al Parlamento per dare una nuova immagine di sé e della Commissione, così da rassicurare anche gli animi a livello comunitario. «Non basta parlare alle tv tedesche, serve una comunicazione europea. In un momento in cui l’Ue è criticata per la mancanza di democrazia e in cui è percepita come particolarmente distante dai cittadini è necessario mettere in luce il rapporto tra Commissione e Parlamento, far vedere che tra i due c’è comunicazione. Si tratta però di un problema precedente alla situazione attuale». 

Tuttavia, conclude Poli, gli errori commessi da von der Leyen sono superabili se si trovasse una soluzione alla distribuzione dei vaccini. «L’Ue ha la capacità per farlo rivolgendosi alle aziende, facendo leva sui contratti che sono stati stipulati e sulla forza del mercato europeo. Mettersi a competere con gli altri Stati in questo momento è inutile».