Virtual experienceAscesa e caduta dell’arte via web (e come può aiutare Clubhouse)

Anche il settore della cultura deve trovare nuove strategie di sopravvivenza da adottare in previsione di un’altra stagione di chiusure. Un format ben riuscito è Artfatti, il podcast-visivo di Francesco Bonami e Costantino della Gherardesca. Ma nell’offerta di oggi si trova ancora poco che meriti attenzione

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Dopo un anno di tante chiusure e poche riaperture, il mondo dell’arte si interroga su quali strategie di sopravvivenza adottare, in previsione di un’altra lunga stagione di serrate che bloccano la programmazione e inibiscono la voglia di fare. Che trapeli un bel po’ di scoramento è ovvio, ma tanto è inutile lamentarsi, c’è chi sta decisamente peggio.

Nella prima fase della pandemia, proprio un anno fa, con i musei chiusi improvvisamente e noi con loro, ci fu una gara a mettere in rete contenuti di ogni tipo, dalle visite virtuali alle passeggiate con il direttore, gli artisti si dedicarono a raccontare il diario durante la reclusione quotidiana e le fiere provarono a vendere tramite l’online con scarsi risultati.

Appena la morsa dei contagi si allentava, qualcuno riapriva le porte delle mostre e delle collezioni, salvo poi richiuderle, e a questo punto c’è da capire se e quando inaugureranno gli appuntamenti messi in calendario nel 2021, ad esempio la Biennale di architettura a Venezia in maggio. Nel frattempo però qualcosa è cambiato e quando l’emergenza finirà è certo che non si tornerà indietro. Perché l’arte, come la cucina e a differenza del cinema nelle sale, ha bisogno della presenza umana per chiudere il cerchio e dare un senso al proprio esistere, ma i nuovi strumenti che utilizziamo ormai con naturalezza per tenere una lezione, partecipare a una riunione, farsi gli auguri di compleanno, non verranno certo archiviati perché indietro non si torna.

Pur essendo un linguaggio visivo l’arte sta dimostrando di cavarsela molto bene anche con le parole. Tralasciando chi propone ipotesi su come viaggerà il sistema dopo il covid, in parecchi si sono inventati prodotti interessanti che ne parlano superando la mancanza delle immagini. Certo, come il supporto non basta a determinare la qualità dell’opera – pittura, scultura, foto, installazione, video ecc.. sono poi solo convenzioni di stile – allo stesso modo non è sufficiente stare su Instagram, Clubhouse o aprire un podcast per dire di aver fatto una cosa figa. Anzi, nell’offerta illimitata si trova poco che ancora meriti attenzione e non andarsene dopo pochi minuti. Insomma, su come utilizzare questi nuovi mezzi c’è ancora tantissimo da imparare, quasi tutti i podcast sono davvero noiosi, c’è un sacco di gente che si parla addosso e non ha neppure una bella voce.

Artfatti, invece, funziona davvero bene. È un format che si sono inventati Francesco Bonami e Costantino della Gherardesca: una volta a settimana, il giovedì, una nuova puntata su Spotify (saranno dieci in tutto) incentrate su argomenti che “prendono” – gli outsider, arte e sesso, arte e supermercato -, ben scritte, ben dette e con un rimando al profilo Iinstagram dove trovare le immagini delle opere citate, perché senza le figure il processo resta monco. Bonami, uno dei critici d’arte più conosciuti, da tempo insegue la comunicazione e la fama virtuale su Instagram con il suo alter ego Childish Bonamino, che smaschera le brutture installate nelle pubbliche piazze, ottenendo molto successo in termini di follower, dimostrando che persino un ultrasessantenne può manovrare bene i meccanismi della nuova comunicazione.

Su Instagram peraltro diversi critici d’arte e curatori sono molto attivi, anche personaggioni come Jerry Saltz premio Pulitzer, e lo svizzero Hans Ulrich Obrist, e qui i cosiddetti contenuti vanno oltre i numeri tanto cari agli influencer. La nuova frontiera, a chi è esperto di parole, sembra essere Clubhouse, il social nuovo di zecca che ha attratto tanti intellettuali e operatori della cultura in quanto prometterebbe esclusività (che ne contraddice però lo spirito stesso). A sentire un esperto di arte e comunicazione digitale quale Andrea Concas, che conosce molto meglio di me i meccanismi del web, bisogna investire molto tempo su Clubhouse. Lui ci crede molto, io non ancora perché mi devo destreggiarsi tra le chiacchere inutili e i convenevoli, resistere a espressioni insopportabili ad esempio «come dire, una sorta di, resilienza».

Tutto questo tornerà utile per fare club con i propri simili, avviando conoscenze e contatti che chissà mai portino qualcosa. Che Clubhouse sia una specie di Tinder della cultura è un dubbio piuttosto radicato, anche perché del tanto parlare non resta memoria. Anche i musei ci puntano, come la GAMEC di Bergamo, presente tutte le mattine dalle 8.30 per un’ora in compagnia di ospiti prestigiosi ed esperti (a dire la loro). Forse ci vuole un supplemento di pazienza per capire come funziona, ora abbiamo ancora tempo da dedicare all’ascolto, poi si vedrà.