Non si trovanoIl problema dei bagni pubblici in America

Gli Stati Uniti hanno pochissimi sanitari nelle aree pubbliche. Se ne parla poco ma rappresentano un’infrastruttura che migliorerebbe la vita dei cittadini, soprattutto quelli con meno possibilità

Di Gilles Desjardins, da Unsplash

Quando si parla di nuove infrastrutture, i pensieri vanno a ponti, autostrade e impianti elettrici. Tutte cose importanti e da mettere ai primi posti. Ma gli Stati Uniti, come ricorda questo articolo di Nicholas Kristof sul New York Times, hanno un importante problema di bagni pubblici. Sono pochissimi.

È un fatto noto, che fa riflettere soprattutto a confronto con la situazione giapponese, dove sono numerosi e tenuti benissimo e perfino se paragonati a Cina e India, Paesi più poveri che però riescono a mantenere una rete di toilette a disposizioni di tutti senza eccessivi problemi.

È un problema? Sì, e con varie conseguenze. La prima è quella del decoro urbano. Avendo affidato la soluzione a bar e ristoranti (ma anche a mall, supermercati e stazioni di servizio), che concedono l’utilizzo dei bagni solo ai clienti (bisogna pagare, insomma), molte persone, soprattutto senzatetto, si trovano costrette a soluzioni estreme. Si acquattano in spazi riparati tra le automobili, cespugli e pareti, trasformando parti della città in una latrina. Una deriva deleteria e, dal punto di vista igienico, anche pericolosa. Finora le risposte offerte sono state controproducenti.

Come le multe. Nel Missouri una coppia di genitori ha portato i figli al parco. A un certo punto uno di loro (ha due anni) ha bisogno di andare in bagno. Dove portarlo? Non ci sono né bagni né latrine pubbliche nei dintorni, per cui l’unica antica soluzione è il cespuglio. Un poliziotto li sorprende, multa i genitori e il padre rimane in prigione per nove ore.

In Oklahoma, per lo stesso motivo un poliziotto ha multato un bambino di tre anni a 2.500 dollari di multa, anche se il fatto è avvenuto all’interno di una proprietà privata.

In generale, la legge non è clemente: in 13 Stati americani urinare in pubblico è equiparato a un reato sessuale. In Florida un uomo è stato allontanato da casa sua, vicina a un parco, perché, 19 anni prima, si era liberato in pubblico. È considerato un molestatore sessuale e perciò non può vivere vicino a parchi pubblici.

Sono paradossi, certo, che spingono fino al grottesco un problema serio. Ma i bagni sono una questione umanitaria, scrive Kristof riportando le parole di una donna senzatetto di Portland. E messa così fa riflettere. Anche perché una volta (nel XIX secolo) i gabinetti pubblici esistevano e punteggiavano quasi tutte le città americane.

Erano chiamati “Public urinals” (P.U.) e permettevano a uomini e donne di liberarsi in tutta tranquillità. Poi, nel corso del tempo, sono stati chiusi ed eliminati. Ha contribuito la diffusione dei bagni privati nelle case, certo. E anche il fatto che gestirli non è facile. Vanno tenuti puliti, sorvegliati, mantenuti in funzione come tutte le infrastrutture. Occorre evitare che radunino spacciatori intorno e prostitute. Sono impegnativi e costosi.

Kristof accenna anche a una questione di classe: al momento del bisogno chi può (anche se non sempre) andrà comunque in un ristorante, pagando la consumazione obbligatoria. Chi non può, cioè gli strati più bassi della società, si dovranno arrangiare. Ma i piani regolatori cittadini vengono pensati più per i primi che per i secondi.

Resta il fatto che il grado di sviluppo di un Paese si misura anche da qui, dalla salute dei bagni pubblici. Non solo dal numero di sonde inviate su Marte. Impegnarsi a migliorare la vita di tutti, partendo anche dai bisogni più comuni e indicibili è un segno di attenzione e di cura. E un politico, o un’intera classe politica, dovrebbe preoccuparsi anche di questo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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