Il nuovo Dickens“Storia di Shuggie Bain” insegna che nello squallore possono crescere anche anime gentili

Il romanzo di esordio di Douglas Stuart è un affresco della Glasgow post-industriale e depressa degli anni ’80, un racconto di povertà e dolore, di emarginazione sociale, omofobia e violenza. Ma anche di gesti improvvisi e generosi capaci di riscattare errori e intere esistenze

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Si comincia con il punto di arrivo: Shuggie Bain ha 16 anni, vive da solo in una casa in condivisione con altri uomini (di cui due sussidiati) nella zona sud di Glasgow e lavora nel reparto carne di un supermercato, dove l’igiene non è la priorità.

Senza soldi, sogna di potersi fare un bagno caldo «per potersi scongelare tutto insieme in una volta». La scuola la frequenta a fatica, solo per non fare intervenire i servizi sociali. Rimasto senza genitori, il suo sogno è fare il parrucchiere. Cosa importante, non è né cattolico né protestante. Ma è gay.

Il resto di “Storia di Shuggie Bain”, acclamata opera d’esordio dello scrittore scozzese-americano Douglas Stuart, tradotta in Italia da Mondadori, è il racconto di come, a partire dal 1982 e dall’asfittica casa dei nonni, Shuggie arriva fino a quel punto.

È cioè la storia di sua madre Agnes, donna bellissima ma sfortunata con gli uomini, distrutta dall’alcolismo, quella del padre Shugh, impenitente libertino, violento e maschilista, della sorella maggiore Catherine, che fugge dallo squallore della Glasgow anni ’80 sposandosi con Donald Jr («seduto a gambe divaricate, occupava più spazio di quanto avrebbe dovuto e parlava di sé senza alcuna modestia […] sembrava del tutto libero da pesi e scrupoli di coscienza. Risplendeva come d’oro, sebbene il suo colorito fosse più di un rossiccio rugiadoso e traslucido». Ricorda nessuno?) e del fratello Leek, talentuoso disegnatore che cerca di insegnargli a «comportarsi in modo normale». Cioè mascolino.

È, soprattutto, una storia «ispirata da anime gentili che sopravvivono in posti difficili», come ha spiegato lo stesso autore quando ha vinto il Booker Prize. Ed è una delle definizioni migliori. Il «libro meglio recensito» del 2020 (Vulture) è un affresco di povertà, orrore, squallore, abuso e dipendenza. Ma chi vuole può mantenere una sua purezza.

La madre si inabissa nell’alcol, vittima delle sue scelte, degli errori, della continua convinzione di essere migliore delle altre donne (le vicine, le amiche), che la circondano. Ma è capace di atti d’amore profondi, gesti di generosità improvvisi e sinceri che affondano nella violenza di uomini che la trattano come una cosa o un rifiuto.

I figli sono costretti a sopravvivere a lei, allo squallore che li circonda, alla violenza di una città che si riempie di disoccupazione e si arrende all’economia che cambia. Gli uomini non lavorano, vagano, si ubriacano, fanno risse tra cattolici e protestanti. Rangers o Celtic? Rispondere in modo sbagliato può voler dire avere la bocca tagliata dal coltello. Rispondere in modo giusto, per una ragazza, significa finire soltanto violentata.

Parlare di disagio sociale è sbagliato, per Douglas Stuart e i suoi personaggi quella è la normalità. Il romanzo mostra che si può sopportarla, perfino conviverci. Agnes non rinuncia ai suoi sogni di felicità (casa, marito, vita tranquilla), non smette mai i panni glamour della donna piacente, ma sa piegarsi a truccare i contatori del gas pur di cavare qualche spicciolo per il gelato dei figli.

E Shuggie? Fatica a muoversi «nel modo giusto», sa sempre di essere fuori posto. Addirittura, gioca con le bambole. Non sa cosa significhi «frocio» quando lo sente la prima volta, ma impara a sua volta, a soli nove anni, a ritirare i soldi della pensione sociale e a nasconderne una parte per evitare che finiscano subito.

La disperazione di questo romanzo dickensiano che gioca con Trainspotting è post-industriale, segnata da vestiti squallidi e case appiccicose e fredde, di mascara che cola per le lacrime e sigarette fatte a mano, taxi che puzzano di fish ’n chips e furbetti arraffoni e violenti. Le descrizioni sono precise, il male è fisico: ci sono tanti capelli strappati, ferite, unghiate, calze strappate. Tende di poliestere che vanno a fuoco, Agnes che viene trascinata lungo le scale, la vicina lancia escrementi di cane contro la facciata di una casa.

Il ritratto di Glasgow, con i suoi «cantieri navali morti», il lungofiume grigio, è cupo. Ma nella sua oscurità banale lascia spazio a un figlio e a una madre, fuori posto e disprezzati, di sollevarsi e camminare sulle sue rovine.