Libertà sotto assedioEcco come la pandemia ha indebolito la democrazia in tutto il mondo

Nel report annuale, Freedom House spiega che con il coronavirus l’equilibrio internazionale si è spostato a favore della tirannia. In molti Stati i leader politici in carica hanno fatto ricorso all’uso della forza per schiacciare gli oppositori, a volte nascondendosi dietro la tutela della salute pubblica

AP/Lapresse

Anche Freedom House conferma: la democrazia nel mondo è «sotto assedio». All’inizio di febbraio era stato l’annuale Democracy Index dell’Economist a denunciare come la situazione fosse la peggiore da quando nel 2006 l’indice era stato costruito per la prima volta, e che la pandemia di Covid aveva avuto un ruolo pesante in questo arretramento. Il 22 febbraio era stato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres a lamentare davanti a Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu che «con la pandemia come pretesto, le autorità di alcuni paesi hanno preso dure misure di sicurezza e adottato dure misure per reprimere le voci dissonanti, abolire la maggior parte delle libertà fondamentali, silenziare i media indipendenti e ostacolare il lavoro delle organizzazioni non governative».

Sono più o meno gli stessi toni usati nell’ultimo rapporto della ong di Washington che, fondata nel 1941 da un gruppo di personalità tra cui c’era anche la allora First Lady Eleanor Roosevelt, è un po’ la decana tra tutte le sigle che si occupano di diritti umani nel mondo. Tant’è che i suoi indicatori sono largamente utilizzati in Scienza Politica.

«Mentre una pandemia letale, l’insicurezza economica e fisica e un conflitto violento hanno devastato il mondo nel 2020», è l’inizio del rapporto, «i difensori della democrazia hanno subito nuove pesanti perdite nella loro lotta contro i nemici autoritari, in modo che l’equilibrio internazionale si è spostato a favore della tirannia. I leader in carica hanno usato sempre più la forza per schiacciare gli oppositori e regolare i conti, a volte in nome della salute pubblica, mentre attivisti sottoposti a gravi pressione – e privi di un sostegno internazionale efficace – in molti contesti hanno dovuto affrontare pesanti condanne al carcere, torture o omicidi».

Anche Freedom House ritiene che il peggioramento sia ormai continuativo, per il 15esimo anno di fila. E ben tre abitanti del mondo su quattro ne sono vittime. Si tratta 195 Paesi e 15 territori sottoposti a questa valutazione, che si basa su 25 indicatori: 10 relativi ai diritti politici e 15 ai diritti civili. Ottantadue Paesi sono giudicati «liberi». Un continuo arretramento rispetto agli 89 del 2005, 87 del 2010, 86 del 2015. Sono invece 59 i Paesi «parzialmente liberi». E qui la cifra potrebbe sembrare stabile, visto che nel 2005 erano 58, nel 2010 60 e nel 2015 59.

Il problema è che tra i retrocessi c’è stata l’India di Modi, che con il suo 1,4 miliardo di abitanti contribuisce in modo decisivo alla quota di tre quarti di popolazione mondiale in condizioni di deficit democratico. I «Non Liberi» sono pure in aumento continuo: 45 nel 2005, 47 nel 2010, 50 nel 2015, 54 nel 2020. «La lunga recessione democratica si sta approfondendo», è lo sconsolato responso. Una situazione che non era così grave dal 1995.

A peggiorare le cose vi è il fatto che l’attacco alla democrazia non è più perpetrato di nascosto. Sia il governo russo che quello cinese per bocca dei propri portavoce dicono ormai apertamente che secondo loro la democrazia liberale è un sistema «obsoleto», e utilizzano apertamente la propria influenza per contribuire a distruggerlo. A proposito della Cina il rapporto parla espressamente di «influenza maligna».

Pechino, è la denuncia, «ha intensificato la sua campagna globale di disinformazione e censura per contrastare le conseguenze del suo iniziale insabbiamento dell’epidemia di coronavirus, che ha gravemente ostacolato una rapida risposta globale nei primi giorni della pandemia». E un esempio di questa disinformazione è indicato nel modo in cui i media cinesi hanno diffuso l’ipotesi che il Covid fosse iniziato in Italia.

Xi Jinping si è inserito sempre più nel dibattito interno delle democrazie, ha mirato a estendere a livello transnazionale il tipo di violazione dei diritti che caratterizza la Cina ed ha pure sostanzialmente demolito il sistema di libertà e autonomie di Hong Kong. E intanto guadagnava influenza in organismi come il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite: proprio mentre gli Stati Uniti di Trump nel 2018 lo abbandonavano, lasciando campo libero a «una visione della cosiddetta non interferenza che consente agli abusi dei principi democratici e degli standard dei diritti umani di rimanere impuniti. mentre viene promossa la formazione di alleanze autocratiche».

Ovviamente il Covid ci ha aggiunto del suo. Anche governi democratici, secondo Freedom House, si sono resi responsabili di «sorveglianza eccessiva, restrizioni discriminatorie sulle libertà di movimento e di riunione e applicazione arbitraria o violenta di tali restrizioni da parte della polizia e di attori non statali. Ondate di informazioni false e fuorvianti, in alcuni casi generate deliberatamente dai leader politici, hanno inondato i sistemi di comunicazione di molti paesi, oscurando dati affidabili e mettendo a repentaglio le vite».

Ma mentre nella maggior parte dei Paesi con istituzioni democratiche più forti pur con eccessi tali misure erano comunque proporzionate al rischio, ci sono stato altri regimi che hanno sfruttato consapevolmente la cisi per reprimere l’opposizione e rafforzare il loro potere. Casi emblematici: Venezuela e Cambogia.

Distratte dalla crisi, ma anche per via del disimpegno trumpiano, le democrazie sono rimaste a guardare mentre la situazione degenerava in vari teatri. Dalle guerre infinite in Libia e Yemen, alle offensive lanciate dal governo etiopico nel Tigrai e da quello azero nel Nagorno-Karabakh con l’appoggio di vicini autoritari come Eritrea e Turchia, e contribuendo a una crisi dei tentativi di riforma in corso nella stessa Etiopia e in Armenia.

Al fronte delle democrazie è mancata l’India, dove pure il Covid è stato utilizzato da Modi per restringere le libertà, creando milioni di profughi interni e usando la minoranza islamica come capro espiatorio. Ma ancora più grave è la situazione della democrazia statunitense, il cui «stato critico» è diventato per Freedom House «evidente nei primi giorni del 2021 quando una plebaglia di insorti, istigata dalle parole del presidente uscente Donald Trump e dal suo rifiuto di ammettere la sconfitta nelle elezioni di novembre, ha preso d’assalto il Campidoglio e ha interrotto temporaneamente la certificazione finale del voto da parte del Congresso».

Ciò a coronamento di «un anno in cui l’amministrazione ha tentato di minare la responsabilità per illeciti, anche licenziando ispettori generali responsabili per la lotta ai cattivi comportamenti del governo nella finanza e in altri campi; ha amplificato false accuse di frode elettorale che hanno alimentato la sfiducia in gran parte della popolazione statunitense; e ha condonato la violenza sproporzionata da parte della polizia in risposta alle massicce proteste che chiedevano la fine dell’ingiustizia razziale sistemica».

Ma questa esplosione di violenza politica nel cuore simbolico della democrazia statunitense, incitata dallo stesso presidente, «ha gettato il Paese in una crisi ancora più grave». Insomma, Joe Biden dovrà lavorare duramente per rimettere la situazione in sesto.

In Cile e in Sudan le proteste hanno portato a miglioramenti democratici, ma sono molti di più i Paesi e territori in cui dopo proteste la situazione è peggiorata: «Quasi due dozzine».

Quanto all’Italia, ha 90 punti su 100: 36 su 40 in diritti politici; 54 su 60 in libertà civili. Stesso punteggio lo hanno Francia, Lituania, Slovacchia, Malta, Liechtenstein e Spagna. Li precedono Finlandia, Norvegia e Svezia con il massimo di 100; la Nuova Zelanda con 99; i Paesi Bassi, l’Uruguay e il Canada con 98; Australia, Irlanda, Lussemburgo e Danimarca con 97; Belgio, Giappone, Portogallo e Svizzera con 96; Barbados e Slovenia con 95; Estonia, Germania, Islanda, Cipro e Taiwan con 94; San Marino, Tuvalu, Austria, Isole Marshall, Regno Unito, Kiribati, Andorra, Cile, Dominica con 93; Capo Verde, Palau, Micronesia con 92; Saint Lucia, Costa Rica, Bahamas, Repubblica Ceca e Saint Vincent e Grenadines con 91.

Gli Stati Uniti dopo la cura Trump sono stati classificati a 83: al pari di Corea del Sud, Romania e Monaco, un punto sotto a Argentina e Mongolia, uno sopra alla Polonia.

Il confine tra libero e parzialmente libero è fissato a 71: è considerata ultima tra le libere la Tunisia con 32 di diritti politici e 39 diritti civili; prime tra le parzialmente libere Senegal e Perù, entrambe con 29 di diritti politici e 41 di diritti civili. Con l’Ungheria di Viktor Orbán a 69 e l’India di Modi a 67, il confine con la zona bassa è a quota 35. Ultime parzialmente libere Nagorno-Karabakh, Mauritania e Tanzania; prime non libere Uganda e Giordania. La Turchia sta a 32, la Russia a 20, l’Iran a 16, il Venezuela a 14, Cuba a 13, la Cina a 9, l’Arabia Saudita a 7. In fondo Siria e Tibet, con 1, battono in negativo pure il 3 della Corea del Nord e il 2 di Sud Sudan, Eritrea e Turkmenistan.

«I nemici della libertà hanno spinto la falsa narrativa che la democrazia è in declino perché incapace di rispondere ai bisogni delle persone», è la conclusione. «In effetti, la democrazia è in declino perché i suoi esemplari più importanti non stanno facendo abbastanza per proteggerla».

Sono dunque «urgentemente necessarie la leadership globale e la solidarietà degli Stati democratici. I governi che comprendono il valore della democrazia, inclusa la nuova amministrazione a Washington, hanno la responsabilità di unirsi per ottenere i suoi benefici, contrastare i suoi avversari e sostenere i suoi difensori. Devono anche rimettere le proprie case in ordine per rafforzare la loro credibilità e le loro istituzioni, contro i politici e quegli altri attori che sono pronti a calpestare i principi democratici per la ricerca del potere. Se le società libere non riescono a compiere questi passi fondamentali, il mondo diventerà sempre più ostile ai valori che hanno a cuore, e nessun paese sarà al sicuro dagli effetti distruttivi della dittatura».