La forza della visioneDraghi e Letta, il “doppio” che ha riportato la politica al centro del villaggio

Il presidente del Consiglio comunica poco, ma bene, e soprattutto comunica facendo. I primi risultati si vedono, anche per come sta gestendo gli errori che al governo possono capitare. Un approccio simile sta tenendo il segretario del Partito democratico, che ha nominato una gran squadra e si muove benissimo in questa nuova fase draghiana

Alfredo Falcone - LaPresse

«Lo Stato c’è». «Non sono tornato per condurvi a un sconfitta». La prima fase è di Mario Draghi, ieri a Bergamo, la seconda di Enrico Letta, domenica scorsa. Ecco, in queste due semplici frasi, la prima rivolta al popolo italiano, la seconda ai militanti del Pd, si avverte come una forza – non sapremmo come altrimenti definirla – che negli ultimi anni si era smarrita lungo la strada di una politica ridotta a gestione del potere senza visione. 

Draghi ha evocato la forza dello Stato, sì, davanti alla piccola Caporetto di AstraZeneca, dinanzi ai timori, ai ritardi, alle chiacchiere, alla demagogia. La forza dello Stato che lavora ad un’offensiva di primavera senza precedenti con la chiamata alle armi di tutto ciò che può essere mobilitato nella fase decisiva della guerra al virus (il vaccino in farmacia! Se funziona è un colpo da ko), e poi l’impegno a far sì che non accada più che le persone fragili e anziane «non vengano adeguatamente assistite e protette», non vengano difese.

Ci sono errori? Si ammettono, e si correggono. Altro che Domenico Arcuri. Si era per esempio nominato nel Cts questo Alberto Giovanni Gerli, uno che sbagliava le previsioni e si è visto non avere le credenziali giuste: errore blu. Ma 24 ore dopo Gerli si è dimesso (leggi, fatto dimettere). Gallera ci ha messo mesi, Arcuri lo si è dovuto cacciare perché da solo non se ne andava. C’è dunque lo Stato, perché c’è un governo, perché c’è un presidente del Consiglio che da autentico commander in chief guida, sposta, ammonisce, si accorda, decide. 

Comunica poco? Ormai dovrebbe essere chiaro anche ai leoni di Twitter che il premier comunica a suo modo: cioè facendo. Ma poi non diciamo sciocchezze, il discorso di ieri a Bergamo è stato toccante, serio, profondo. «Lo Stato c’è». È lontano il tempo delle chiacchiere e delle conferenze stampa autocelebrative di Giuseppe Conte, è illanguidito il ricordo delle conferenze stampa autocelebrative alla luce teatrale di palazzo Chigi, pare trascorsa un’intera epoca storica dal casalinismo da Martini on the rocks, eppure era solo un paio di mesi fa. Il paesaggio è cambiato. 

Si intravede un nuovo modo, democratico e moderno, di governare, di “fare la politica”. E il secondo protagonista di questo “doppio” – se fossimo su un campo di tennis – è il nuovo segretario del Pd, figura congruente con la stagione draghiana e perciò impensabile nella vacua éra contian-zingarettiana, fase tra le più inquietanti della vita della Repubblica, tra le più grigie e avara di passioni limpide. 

Enrico Letta in pochi giorni ha riacceso qualche luce al Nazareno (ieri ha nominato una buona “segreteria di governo” laddove quella di Zingaretti era piuttosto una specie di anonimo staff), un Nazareno dove nel tempo si è accumulata tanta di quella ruggine che occorrerà non poco tempo per rifarlo funzionare, bisogna rimettere in piedi tante cose, dalla comunicazione (finora para-staliniana) all’economia (ora c’è un gruppo molto forte, da Irene Tinagli a Peppe Provenzano, da Antonio Misiani a Chiara Gribaudo a Antonio Nicita), per dire due settori-chiave non curati dal segretario fuggitivo. 

Ieri Letta ha visto Maurizio Landini, Carlo Calenda, Roberto Fico, ha partecipato a un convegno sulla scuola con il ministro Bianchi: mondi diversi e persino lontani, ma la tela si va tessendo. Tutti, dentro e fuori il Pd, hanno l’impressione che adesso un leader ci sia. Il “doppio” Draghi-Letta sta dunque surclassando la coppia Conte-Zingaretti e da qui l’Italia può e deve ripartire, incrociando le dita.

 

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