Sindrome MugelloLetta rianima il partito di Conte, immemore dei tragici e identici errori del passato

Dalla candidatura di Di Pietro alle suppletive del 1997, alla scelta di concedere al partito dell’ex pm l’unico apparentamento con il Pd nel 2008, i leader del centrosinistra che, da D’Alema a Veltroni, hanno creduto di addomesticare i populisti sono sempre finiti come Zingaretti

Potremmo chiamarla la sindrome del Mugello: una via di mezzo tra la sindrome di Stoccolma e la sindrome Tafazzi, che spinge i leader progressisti a resuscitare, non appena li vedano a tappeto, i propri più accaniti torturatori – qualunquisti e populisti sempre pronti ad organizzare il coro dei cosiddetti «delusi della sinistra» – per esserne poi sistematicamente divorati. 

Può darsi che nella mente di alcuni, magari anche solo a livello inconscio, abbia pesato il precedente di Palmiro Togliatti, che con la sua clamorosa apertura al dialogo con Guglielmo Giannini diede forse il colpo di grazia al Fronte dell’Uomo Qualunque, togliendoselo di torno definitivamente. Il problema è che per quanto riguarda gli epigoni del Migliore – intesi genericamente come leader della sinistra – i loro tentativi di dialogo con i populisti sono andati a finire sempre al contrario.

Andò così a Massimo D’Alema con Antonio Di Pietro, ad esempio, nell’autunno del 1997. L’ex pm si era dimesso un anno prima da ministro del governo Prodi, ad appena sei mesi dalla nascita dell’esecutivo, dopo avere ricevuto un avviso di garanzia (l’inchiesta finirà nel nulla) e ormai sui giornali si parlava di lui solo a proposito di opache vicende di Mercedes comprate e rivendute, e di prestiti da cento milioni restituiti in contanti dentro una scatola da scarpe. Insomma, la carriera politica del pubblico ministero simbolo di Mani Pulite, appena cominciata, sembrava già finita. 

Ed ecco invece arrivare D’Alema a proporgli il collegio blindato del Mugello, nella rossa Toscana, appena liberato da Pino Arlacchi (se la mossa vi ricorda la storia del collegio senese che Nicola Zingaretti sembrava intenzionato a regalare a Giuseppe Conte appena disarcionato da Palazzo Chigi, avete ragione, la ricorda eccome). 

Nemmeno quattro mesi dopo la resurrezione, grazie al battesimo popolare nelle liste dell’Ulivo, Di Pietro corre però a fondare il suo partito personale, l’Italia dei valori, a Sansepolcro (il paese, in questo caso, non la piazza), che l’anno successivo confluirà nei Democratici, la formazione messa in piedi in pochi mesi da Romano Prodi appena uscito da Palazzo Chigi con il dichiarato intento («competition is competition», disse il Professore) di fargliela pagare al nuovo capo del governo e leader del centrosinistra. Vale a dire – ovviamente – a Massimo D’Alema.

Risultato centrato in pieno alle europee del giugno 1999 con un ottimo 7 per cento raccolto dall’Asinello prodiano, e un pessimo 17 per cento dei Democratici di sinistra (l’agonia del gabinetto D’Alema si protrarrà per qualche mese, quindi tenterà una resurrezione in uno stentato D’Alema bis che però durerà poco e cadrà definitivamente dopo la successiva sconfitta alle regionali del 2000).

Cambiando quel che c’è da cambiare, nel 2008 andò praticamente allo stesso modo a Walter Veltroni, che pure aveva dichiarato di voler presentare il Partito democratico da solo. Ciò nonostante, dopo avere messo alla porta tutti gli storici alleati del vecchio centrosinistra e concesso ai radicali solo qualche posto nelle liste del Pd, a un solo partito decise di concedere l’apparentamento, essenziale per poter superare le alte soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale: l’Italia dei valori. Che in questo modo sarà l’unico partito a non subire la pressione del “voto utile” e a potersi permettere di lavorare ai fianchi il fin troppo generoso alleato, prendendo il 4 per cento alle politiche (con il Pd al 33) e un clamoroso – e mai più replicato – 8 per cento alle europee dell’anno successivo, proprio quando il Pd precipita al 26 (ma ormai l’agonia della segreteria Veltroni si è già conclusa da qualche mese, dopo che alle sconfitte subite alle politiche e alle comunali di Roma ne sono seguite un altro paio alle regionali, in Abruzzo e in Sardegna).

Piccola nota di contesto: nel settembre del 2007, proprio mentre Veltroni si appresta a farsi incoronare segretario dalle primarie del Pd, si svolge il primo Vaffa Day, vero atto di nascita del Movimento 5 stelle, mentre giornali e televisioni rilanciano in ogni modo il caso editoriale dell’anno: «La casta» di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Beppe Grillo, sul suo blog, ne sarà uno dei più entusiasti recensori, per poi attingerne a piene mani per tutto il suo repertorio di slogan, invettive e invenzioni propagandistiche).

Facile intuire come il maggiore beneficiario di un simile clima di opinione, nell’immediato, sia proprio il partito di Di Pietro, peraltro il primo ad affidarsi all’allora sconosciuto Gianroberto Casaleggio per la propaganda online (il che ne fa in un certo senso il paziente zero del grillismo). Il Pd di Veltroni, per ragioni uguali e contrarie, ne è invece la prima vittima.

C’è poi la recentissima vicenda di Zingaretti, capace di schierare tutto il partito con Conte, twittando #AvantiConConte e giurando di non volere nessun altro al governo all’infuori di lui, per poi appoggiare invece il governo Draghi, e continuare tuttavia a giurare eterna fedeltà a Conte, riuscendo così a regalargli, almeno nei sondaggi, un bel po’ di voti (non per niente le dimissioni di Zingaretti seguono di poco il clamoroso 14 per cento attribuito al Pd nel caso in cui l’ex presidente del Consiglio si presentasse alla guida di un proprio partito). Ma è storia troppo recente perché ci sia bisogno di ripeterne i dettagli.

Immemore di questa lunga tradizione – e in caso contrario perlomeno molto poco scaramantico – Enrico Letta ha deciso dunque di rilanciare con grande enfasi l’alleanza con quel che resterà del Movimento 5 stelle, ammesso che ne resti qualcosa, dando ampio risalto al suo incontro di mercoledì con l’Avvocato del popolo, fino a quel momento praticamente scomparso dalle cronache politiche, sepolto sotto una spessa coltre di carte bollate e polemiche da cortile interne al suo partito, tra minacce di scissione e minacce di trascinarsi reciprocamente in tribunale.

Uscendo dall’incontro, Letta ne ha parlato in termini addirittura romantici, come di «un primo faccia a faccia, molto positivo, tra due ex che si sono entrambi buttati, quasi in contemporanea, in una nuova affascinante avventura». 

Cosa abbia potuto trovare di affascinante nei racconti di Conte è un vero mistero (sarà stato il modo in cui dice «ristori», «congiunti» e «autodichiarazione»?). È comunque motivo di consolazione sapere che in tutti i casi summenzionati, dopo avere portato alla rovina i leader della sinistra che si erano illusi di addomesticarli, i partiti populisti in questione si sono sempre estinti. 

È vero, i casi summenzionati sono solo due, l’Italia dei valori e il Movimento 5 stelle, e il Movimento 5 stelle, tecnicamente, è ancora in piedi. Ma le premesse sono decisamente incoraggianti.

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