Negare l’evidenzaIl problema di usare il buon senso al posto del metodo scientifico

Bisogna dubitare di tutto, tranne di ciò che possiamo chiaramente e distintamente riconoscere come vero. In questo anno di pandemia si sono sprecate le valutazioni intuitive di tecnici al servizio dei politici, senza guardare a una stima particolarmente puntuale dei rischi

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Nel Discorso sul metodo, pubblicato quasi quattrocento anni fa e ritenuto un punto di partenza della razionalità moderna, Descartes scriveva che la nostra capacità di navigare tra le difficoltà della vita la chiamiamo buon senso, e pensiamo di esserne tutti egualmente provvisti e che non ce ne serva più di quanto ne abbiamo.

Che noi tutti siamo egualmente capaci di giudicare equanimemente e con ragionevolezza situazioni diverse, è tutto da vedere. Ma non c’è dubbio che in situazioni d’incertezza dobbiamo in qualche maniera destreggiarci fra le difficoltà della vita appoggiandoci soltanto a ipotesi alquanto imperfette su come funziona la realtà. Il buon senso resta una bussola per quasi tutte le decisioni della vita – e la pandemia non fa eccezione. La pandemia ci ha messo di fronte, come persone, gruppi e istituzioni a diversi problemi in condizioni di emergenza, dove le incertezze prevalgono e l’urgenza di decidere in mancanza di informazioni controllate dovrebbe rendere prudenti nell’uso del solo buon senso. Ma soprattutto dovrebbe indurci a non scambiare il buon senso per un metodo scientifico.

Nell’ultimo anno, ognuno di noi è ricorso al proprio buon senso per decidere il da farsi a fronte di quel che sapeva e di quel che comprendeva del rischio di contagio. Il ricorso al nostro personale buon senso è stato però limitato dalle restrizioni imposte dallo Stato alle nostre libertà. Tutti abbiamo forse pensato che il governo stesse facendo ricorso a informazioni e conoscenze più valide delle nostre.

E invece no. Anche il governo e gli esperti che lo consigliavano sono ricorsi al loro buon senso. A iniziare dalle cosiddette misure non farmacologiche, in primo luogo mascherine e restrizione della libertà di spostamento e di svolgere attività produttive o commerciali. La logica che ha orientato tutte queste iniziative è la necessità di rallentare il corso dei contagi. Che i contagi avvengano in presenza di contatti è vero per definizione: per lo stesso principio per cui gli eremiti non possono contrarre malattie infettive se vivono in isolamento, così l’eradicamento (temporaneo) di Sars-Cov-2 è stato possibile soltanto in Paesi che siano isole e comunque isolati e isolabili dal resto del mondo.

Ma è difficile sostenere che il buon senso del governo e degli esperti sia, per così dire, di migliore qualità epistemologica. Pensiamo a molte decisioni degli ultimi mesi: il fatto che per un certo periodo fossero aperti, in zona rossa, i parrucchieri ma non i centri estetici. Vi si leggeva, in filigrana, una valutazione circa la diversa probabilità di contatti nell’uno e nell’altro tipo di esercizio. Una valutazione, appunto, intuitiva, spannometrica, ispirata a un qualche buon senso ma non a una stima particolarmente puntuale dei rischi. Gli esempi di valutazioni intuitive si sprecano e hanno investito anche il sistema più nevralgico per la continuità della convivenza civile, la scuola.

Il problema è che mentre il buon senso nel quotidiano serve a muoversi nell’incertezza, quando il buon senso si presenta in camice bianco e reggendosi su un’impalcatura di parole nuove, lemmi d’importazione, discorsi tronfi e altisonanti, diventa pseudoscienza. Diffusa da scienziati di professione, e pertanto anche più dannosa. Chi prende decisioni che hanno effetto concreto sulla libertà degli altri, del resto, si vergognerebbe a esprimerne le motivazioni con un lessico semplice e immediato che rivelerebbe come i suoi processi mentali somiglino, in tutto e per tutto, ai nostri. Si nasconde dietro una bardatura di parole difficili. Ma queste ultime non bastano a fare di un predicozzo un discorso scientifico.

Sempre Descartes forniva un suggerimento che ha fatto la fortuna del mondo moderno: bisogna dubitare di tutto, tranne di ciò che possiamo chiaramente e distintamente riconoscere come vero, cioè come evidente. Non dobbiamo avere fretta diceva e stare alla larga dai pregiudizi – anche Francis Bacon diceva di guardarsi dagli idola, che sono anche più infettivi e dannosi del virus.

Orbene, a un certo punto della sua storia recente, medicina e sanità pubblica si sono trovate in una situazione nella quale il progresso loro e di altre discipline scientifiche loro prossime ha consentito di supporre che l’evidenza che giustifica gli interventi e le decisioni sia data dalle prove di efficacia, cioè sui controlli che usano le conoscenze biologiche, i campionamenti, i confronti appropriati, l’analisi statistica, l’etica, etc.

Da almeno trent’anni, le scuole di medicina del mondo occidentale insegnano la medicina basata sulle prove di efficacia, e non sul buon senso o sulla scienza del laboratorio. Ma se qualcosa è mancato nell’approccio medico-sanitario al controllo della pandemia è stata questa medicina basata sulle prove d’efficacia. Il meno contatti, meno contagi è diventato una specie di mantra che ha giustificato il ricorso a proibizioni molto stringenti, cioè ai cosiddetti lockdown. Salvano delle vite? Riducono i contatti e contribuiscono a dare una martellata ai contagi, ma la loro presunta validità come strumento profilattico a sua volta presume una specie di contesto nel quale ci sia un solo rischio da contrastare (il contagio da Sars-CoV-2) e un solo obiettivo sociale (ridurre la mortalità conseguente al contagio da Sars-CoV-2).

Si possono trovare in letteratura diverse decine di studi che dimostrano come non sia possibile stabilire una correlazione valida tra lockdown e andamenti locali della pandemia, che ci ostiniamo a chiamare ondate mentre sono piuttosto dei focolai di un incendio, che si riattiva con modalità più o meno casuali o comunque dettate da dinamiche che prevalentemente chiamano in causa il virus. E cominciano a circolare altre decine di studi da cui risulta che forse le restrizioni hanno causato anch’esse dei decessi, agendo in diversi modi, come il mancato accesso a cure per malattie non dovute al coronavirus o per i disagi mentali che hanno determinano comportamenti autolesivi.

Troviamo stucchevole e anche poco etico che esperti, giornalisti, accademici e politici dal comfort delle loro case spaziose, ben cablate, con due o tre postazioni per lavorare e magari una bella terrazza dove prendere il sole, predichino con toni da neo-savonarola dei lockdown duri, che tanto andranno a devastare la vita di milioni di persone meno fortunate, di cui essi bellamente ignorano l’esistenza e i problemi.

È una interessante questione sulla tendenza all’unidimensionalità di qualsiasi dibattito pubblico: per esempio, gli appassionati della discussione sulle diseguaglianze si accaniscono volentieri sull’esistenza di straordinari patrimoni personali ma non vedono la concreta diseguaglianza in termini di metri quadri calpestabili e di esposizione al sole, che quando si è chiusi, per legge, in casa, non allarga le diseguaglianze fra un quadro della pubblica amministrazione e Jeff Bezos ma più concretamente quella fra chi sta al piano ammezzato e chi al secondo piano con due affacci.

La prima lezione di un corso di sociologia della scienza di solito introduce il concetto che nel mondo della big science lo scetticismo costitutivo dell’ethos scientifico è stato soppiantato, nella percezione sociale della figura dello scienziato, dalla saccenteria dell’esperto. Esiste una letteratura, che va montando come la panna sotto l’azione del frullatore, da cui emerge che gli esperti sono tragicamente inclini ai bias, ai pregiudizi, come le persone comuni e di buon senso, a ogni livello di produzione di uno studio, cioè dalla raccolta dei dati, al tipo metodo per analizzarli e all’interpretazione dei dati.

Nel momento in cui si confrontano con questioni nelle quali la lettura dei dati potrebbe metterne in discussione le conclusioni ricorrenti e, dunque, la percezione che hanno di sé (per esempio come donne e uomini di destra o di sinistra, amici o avversari del capitalismo), gli esperti finiscono per ricorrere più all’appartenenza che a un ragionamento che dovrebbe essere equanime e equidistante.

Per esempio, gli esperti tendono a commettere errori che inficiano i risultati degli studi perché pensano che le cattive condotte etiche nella ricerca siano questione di tratti personali e che quindi riguardino solo individui meno scrupolosi, che solo le persone incompetenti commettano errori, che gli esperti siano sempre imparziali e immuni da bias, che la tecnologia protegga dal commettere errori, che solo gli altri siano pronti a sbagliare e di avere il controllo sulle inclinazioni a sbagliare.

Meriterebbe una riflessione scevra da pregiudizi il fatto che in ultima istanza, nel corso dell’ultimo anno, l’unico sistema di attività di ricerca e intervento sulla pandemia alla fine sia stato quello mosso dall’industria del farmaco. È una questione di incentivi. I tanto esecrati profitti dell’industria farmaceutica rivelano che in quel mondo non si può prescindere dall’esame il più spassionato possibile dei dati, dalla ricerca delle prove di efficacia: le esige la scienze, le reclamano gli investitori.

Gli esperti di salute pubblica hanno potuto consigliare i decisori politici rifacendosi solo al loro personale buon senso: il che è comprensibilissimo a febbraio 2020, allo scoppio della pandemia, un po’ meno un anno dopo. Ma non hanno una comunità scientifica pronta a sanzionarli, e nemmeno board e azionisti pronti a chiudere il rubinetto agli investimenti meno promettenti.

Il decisore politico ragiona in termini di consenso e, accertato che a chiudere la gente in casa non se ne perde troppo e che magari qualche miglioramento rispetto alla triste conta quotidiana dei morti da Covid c’è, può dirsi soddisfatto. Gli incentivi del mercato costringono a prassi in linea con lo stato dell’arte della ricerca scientifica, gli incentivi della politica si accontentano di una pseudoscienza che suoni bene.