Come nel 1993Lo stile confusionario dei partiti italiani

Le dimissioni di Zingaretti da segretario del Partito democratico, il Movimento cinque stelle con le sue scissioni interne, la Lega stordita dai pericoli e dalle opportunità di una svolta europeista. Ogni forza politica ha offerto un pessimo servizio al Paese negli ultimi mesi: adesso è il momento di comportarsi da adulti e iniziare a risolvere i problemi

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Il rischio di un altro ’93, di un secondo crash down dei partiti a distanza di venticinque anni dal precedente, comincia ad acquistare una sua concretezza. L’annuncio (o forse solo la minaccia) di dimissioni di Nicola Zingaretti, è l’ultimo atto di una generalizzata crisi di nervi dei partiti che ricorda da vicino – arresti e inchieste a parte – lo stato confusionale della politica italiana in quell’antico passaggio, quando nessuno sembrava più capire gli eventi, la realtà, la direzione in cui muoversi.

Allora, fu l’esito di una tornata amministrativa a decretare il declino di ogni certezza e strategia: chi ha un po’ di memoria ricorderà la sconfitta della sinistra a Milano (con l’elezione del leghista Marco Formentini) e quella della Democrazia cristiana a Roma (con l’approdo al ballottaggio del missino Gianfranco Fini). Stavolta le elezioni sono state rinviate all’autunno, ma la crisi non ha aspettato la certificazione del voto. È precipitata a prescindere, a ogni latitudine politica, nell’arco di pochi giorni, ovunque appesa alla difficoltà delle classi dirigenti di controllare i loro “mondi” e di dargli una prospettiva.

La sinistra ha scoperto all’improvviso, grazie a un sondaggio, che l’asse tenacemente costruito col Movimento cinque stelle e con Giuseppe Conte è potenzialmente un disastro per le sue percentuali elettorali. Il Movimento si è sfasciato sotto le martellate di Davide Casaleggio, che ieri ha pubblicato la base teorica della scissione prossima ventura – un manifesto intitolato “Contro Vento” – in aperto conflitto con i “governisti”.

Sul fronte opposto, la Lega appare stordita dai pericoli e insieme dalle opportunità della svolta europeista in favore del governo di Mario Draghi: spedisce lettere di solidarietà politica all’ungherese Vicktor Orban, che ha lasciato il Partito popolare europeo per difendere il suo “diritto al sovranismo”, e al tempo stesso ambisce a sostituirlo entrando nella famiglia dei Popolari.

Ora che tutto si è compiuto – tutto in una notte o poco più – forse è più chiaro il tipo di tensioni che covavano dietro le apparenti sicurezze del governo “di prima”. È più chiaro perché, contro ogni ovvio consiglio, il governo “di prima” abbia rifiutato per mesi il rimpasto o la sostituzione dei gestori dell’emergenza che non funzionavano.

È più chiaro il motivo per cui, nel 2020, l’opposizione si è trincerata sull’Aventino, temendo le conseguenze di ogni scelta di collaborazione (che la situazione del Paese avrebbe imposto fin dai primi giorni dell’epidemia). E, soprattutto, è più facile capire perché abbiamo Mario Draghi a Palazzo Chigi, perché a un certo punto la convocazione del “meglio” si è resa indispensabile e urgentissima.

Ognuno degli elementi di conflitto venuti allo scoperto nelle ultime ore era già ben vivo nel backstage del Conte Due: lo scontro frontale tra correnti e linee politiche nel Partito democratico; la ribellione dei “Casaleggisti” contro la normalizzazione del Movimento; il dissenso del “partito del Nord” per le scelte di Matteo Salvini; i sondaggi in calo di tutti; le insufficienti risposte di tutti al classico “che fare”. Sono stati insabbiati nella retorica dell’emergenza, per mesi, confidando nel collante del potere. Un pessimo servizio a se stessi, e anche al Paese.

Nicola Zingaretti, ieri, ha detto che “si vergogna” di un partito che in piena pandemia parla solo di se stesso: si figuri come si vergognano i cittadini, che al suo partito e alle altre due grandi forze italiane hanno dato oltre 22 milioni di voti solo tre anni fa e adesso devono sperare nell’autorevolezza e nel decisionismo di un banchiere per salvare la loro salute, i loro redditi, i loro posti di lavoro, mentre l’intero quadro politico frana nella spirale della resa dei conti. È strano, ma anche questa parola ricorda i sentimenti che prevalsero nei partiti in quel lontano ’94, e sinceramente, stavolta, se ne può fare a meno.

Più della vergogna, dovrebbe farsi strada – nel Partito democratico, nel Movimento cinque stelle, nella Lega – un sentimento opposto, una botta di sfrontatezza e coraggio per dire a se stessi: ci siamo, i nodi sono venuti al pettine, bisogna tagliarli, finalmente è finito il piccolo cabotaggio e le circostanze obbligano a decidere.

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