Marine litterL’Europarlamento vuole risolvere l’inquinamento marino partendo dalle canne da pesca

Gli eurodeputati hanno chiesto con una risoluzione più restrizioni sulla plastica monouso e i materiali sostenibili appositamente progettati per gli attrezzi ittici. I rifiuti prodotti da questo settore e dall’acquacoltura rappresentano il 27% di quelli presenti negli oceani. Di questi solo l’1,5% viene riciclato

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In una risoluzione adottata giovedì 25 marzo, i deputati del Parlamento europeo hanno denunciato la gravità dei rifiuti marini sulla salute del Pianeta e degli esseri umani. Soprattutto la micro e nano plastica. Per questo hanno chiesto restrizioni sulla plastica monouso e sollecitato l’impiego di materiali sostenibili appositamente progettati per gli attrezzi da pesca.

Il marine litter rappresenta una minaccia tanto per le specie marine, quanto per i pescatori e, più in generale, per i consumatori.

Le nano e micro-plastiche, contaminanti invisibili eppure sempre più presenti negli oceani, costituiscono una nuova sfida nella lotta all’inquinamento marino perché presentano caratteristiche che rendono complesso e tuttora poco conosciuto il loro impatto sull’ambiente e sulla salute umana.

Come si legge nella relazione del 3 marzo scorso di Catherine Chabaud (Commissione per la pesca), queste particelle, oltre a contenere una miscela chimica che può essere rilasciata una volta a contatto con l’ambiente acquatico, hanno la particolarità di essere “spugne inquinanti”, in quanto attirano sostanze persistenti e tossiche.

Possono anche sostenere determinati organismi, come virus o agenti patogeni, in grado di interagire con le specie acquatiche e con l’equilibrio microbico degli ambienti marini.

«Alcuni degli effetti sul patrimonio genetico e sul passaggio delle nano-plastiche nell’organismo – si legge nella relazione – richiedono una ricerca a livello europeo. La questione delle micro e meso-plastiche può anche suscitare la preoccupazione dell’opinione pubblica in merito alla qualità dei prodotti ittici e tradursi in rischi economici reali per l’industria».

Le ricadute sugli ecosistemi acquatici e sull’uomo

«I rifiuti marini – prosegue la relazione – si ripercuotono sugli ecosistemi e sulla fauna marina attraverso le reti fantasma, che continuano a spostarsi e catturano, feriscono e uccidono indiscriminatamente numerose specie, alcune delle quali sono già minacciate o a rischio critico di estinzione  […] L’accumulo di tali rifiuti comporta anche il rischio di soffocamento bentonico dei fondali marini, contribuisce al degrado generale dell’ecosistema, aumenta il rischio di malattie dovute alla maggiore presenza di agenti patogeni o all’introduzione di alcune specie invasive in un nuovo ecosistema».

Come si ricorda nel testo, un consumatore medio di molluschi del Mediterraneo ingerisce 11000 frammenti di plastica ogni anno. Un danno per la salute cui si associa un altro, ma economico: il settore della pesca perde tra l’1 e il 5% delle sue entrate a causa dell’inquinamento marino.

«I pescatori – si apprende dal documento stilato dalla Commissione per la pesca – esposti al rischio di incidenti e impigliamento devono pulire regolarmente i loro attrezzi da pesca per separare i rifiuti marini dal pescato e riparare gli attrezzi danneggiati o rotti. I rifiuti marini possono compromettere anche il peschereccio stesso, deteriorando i sistemi di elica o la sua struttura, ma anche intasando i sistemi di raffreddamento. Infine, i rifiuti marini possono avere un impatto sulla qualità delle catture trasportate a bordo del peschereccio con cui sono entrati in contatto».

Nella relazione, si sottolinea che il settore stesso ha una responsabilità nella risoluzione del problema: dovrebbe promuovere l’economia circolare attraverso la raccolta, il riciclaggio e l’upcycling, e la ricerca di una migliore progettazione degli attrezzi da pesca. Infatti, i rifiuti provenienti da questa attività come le gabbie, casse per il trasporto, boe, ma anche attrezzi da pesca abbandonati agganciati al fondo marino o strappati sott’acqua e persi a causa di condizioni meteorologiche avverse, riparazioni all’ormeggio o a bordo delle navi o gettati intenzionalmente rappresentano il 27% dei rifiuti marini e solo l’1,5% degli attrezzi da pesca è attualmente riciclato.

Si tratta di un problema non solo europeo e che non si limita a ciò che noi possiamo osservare sulla superficie dei nostri mari.

«I rifiuti marini, ben visibili sulle spiagge, lungo le coste e i litorali, nascondono in realtà un fenomeno di contaminazione molto più ampio. I rifiuti “visibili” rappresentano solo la punta dell’iceberg. In superficie, la massa complessiva di rifiuti galleggianti costituisce solo l’1 % della plastica gettata nell’oceano […] I rifiuti marini sono trasportati dalle correnti oceaniche in tutto il mondo, mettendo a repentaglio le piccole isole periferiche e le zone costiere, che raccolgono un grande volume di rifiuti ma non sono in grado di proteggersi adeguatamente. Il fenomeno della condensazione sull’oceano consente la contaminazione di aree un tempo considerate vergini. Questo spiega in parte come i ricercatori siano riusciti a trovare tracce di microplastiche nella neve delle Alpi e nell’Artico».

Quali soluzioni

Come viene sottolineato nella relazione, per contrastare i rifiuti marini e mitigarne l’impatto sulla pesca sono necessarie misure trasversali che tengano conto del ciclo di vita dei rifiuti e dei loro legami con il ciclo delle acque, sia naturali che reflue. E questo, come si legge nella relazione, richiede una migliore conoscenza del fenomeno, un quadro legislativo più efficace, una visione olistica e globale del ciclo di vita dei rifiuti, un piano d’azione sul territorio – in particolare contro gli scarichi incontrollati nei corsi d’acqua dei bacini idrografici e, più specificamente, sulle micro e nano-plastiche -, lo sviluppo di una vera e propria economia circolare nei settori della pesca e dell’acquacoltura e l’avvio di una raccolta coordinata dei rifiuti nei fiumi, negli estuari e in mare.

Tuttora, come emerge dalla relazione, la ricerca e le conoscenze oceanografiche sono ancora sottosviluppate, e questo rappresenta un ostacolo per lo sviluppo di nuove politiche che contrastino il problema, mitigando il suo impatto sulla pesca.

Per quanto riguarda la revisione del piano legislativo, «l’attuazione del Green Deal, della strategia sulla biodiversità e del programma “dal produttore al consumatore”, nonché del piano d’azione per l’economia circolare, invita a ripensare il quadro giuridico esistente, a evidenziarne i punti deboli e a formulare raccomandazioni per il nuovo ciclo politico annunciato», si legge nella relazione.

«Le opzioni per individuare, ma anche raccogliere, rifiuti marini una volta in mare sono limitate e vi sono pochi incentivi a ricondurre tali rifiuti in porto, passivamente o attivamente. Le fasi di scarico e smistamento presso gli impianti portuali, il trasporto verso i centri di trattamento, così come le operazioni di riciclaggio meccanico o chimico e il riutilizzo del materiale riciclato, pongono sfide strutturali significative».