
Un grave momento, una grande opportunità per il nostro Paese.
Lo scorso anno, più o meno in questi giorni, fui spinto da alcune persone che stimo a trasferire su carta alcune delle considerazioni che ci facevamo durante quelle prime settimane di chiusura forzata. Motivi di lavoro mi avevano portato negli ultimi anni a ripetuti viaggi in Cina (l’ultimo solo pochi giorni prima della chiusura di Wuhan), frequentavo (e frequento tutt’oggi) l’ambiente associativo delle imprese e il settore della sanità.
Ciò che più mi colpì, in quel periodo, fu l’angoscia che stava nascendo in molti, per la situazione nuova, straordinaria per dimensioni e potenziali effetti; un’angoscia alimentata anche da una comunicazione istituzionale irrituale nei modi e poco chiara nei contenuti e dagli interventi, dal catastrofico al negazionista, delle decine di esperti – o supposti tali – che si alternavano nei vari talk show. Cominciai a chiedermi quali reali interessi si nascondessero dietro questo nuovo ecosistema dell’angoscia e come reagire, sia come singoli individui che come sistema Paese.
Lo scritto originale, datato 10 aprile 2020, fu condiviso all’inizio solo con poche persone; l’ho ripreso verso la fine di gennaio di quest’anno quando, nuovamente, la giostra dei decreti – e quindi delle incertezze – era tornata a essere l’elemento di riferimento del Paese. Di un incarico a Mario Draghi si vociferava, ma era ancora in discussione la costituzione di un nuovo governo con il Primo Ministro uscente.
Ho ripreso lo scritto originale chiedendomi cosa fosse cambiato, rispetto a un anno fa, e ho sintetizzato i concetti che ancora mi sembrano tuttora validi nei due punti sotto riportati. Questa volta gli amici mi hanno spinto a condividerlo con una platea più ampia. Lo faccio senza presunzione, ma con passione civile e con la speranza di suscitare qualche spinta al cambiamento, affinché le tragedie umane e sociali consumatesi in questo periodo possano essere anche un’opportunità di ricostruzione, per un rinascimento di valori nel nostro Paese, in un contesto geopolitico più ampio, in cui, per la nostra storia, la nostra cultura e il nostro posizionamento geografico non si sia subalterni ad altri ma attori primi.
Infine, mi pare – e di ciò sono lieto – che alcuni dei concetti qui di seguito espressi siano presenti nell’azione quotidiana dell’attuale governo guidato da Mario Draghi – la cui riconosciuta autorevolezza e competenza ha contribuito a far rinascere la fiducia e, forse, anche un po’ di ottimismo.
L’angoscia di oggi, l’incertezza del domani
Angoscia e incertezza derivano dalla inadeguatezza del nostro sistema nella gestione del Paese. La pandemia ha dimostrato la totale impreparazione delle Istituzioni alle reali emergenze. Siamo di fronte a: fallimento della politica sanitaria e industriale; crescita del debito non efficacemente indirizzato; incapacità di utilizzare il nostro patrimonio culturale per creare lavoro; burocrazia che sempre prevale e ferma ogni decisione; meccanismi di controllo e interventi talvolta inutili e dannosi in quanto farraginosi e lenti.
Complessità vuol dire lentezza, creazione di aree di accesso conoscitivo a pochi, riduzione dei poteri decisionali, incremento del potere di interdizione e quindi corruzione. Per fermare angoscia e incertezza bisogna ridare fiducia, governando bene. Governare vuol dire scegliere. Scegliere vuol dire avere capacità di decidere. Vi è un solo modo: scegliere la semplicità, che è un elemento tangibile nelle azioni, nelle decisioni e nella comunicazione. Bisogna combattere angoscia e paura, creare fiducia tramite un sistema che riesca a farsi capire, con il coraggio di far prevalere il bene comune.
Un ”grande” Paese, così come una grande azienda, non rimarranno tali a lungo se gestiti da ”piccoli” uomini. Si riparta quindi da un serio, convinto, reale esame di coscienza. Si rifaccia ciò che si deve rifare nei fatti, non a parole, magari sbagliando qualcosa, dandosi delle priorità. Si renda il Paese semplice e comprensibile ai cittadini e alle altre Nazioni.
È necessario superare il populismo spinto di cui il Paese è oggi ammantato e impostare rapporti sociali nuovi, con la riscoperta dell’educazione civica e con la percezione che il bene comune debba ritornare elemento di centralità; revisionare profondamente l’insieme di leggi e norme esistenti e privilegiare la chiarezza legislativa; ridisegnare la struttura economica e industriale in senso lato; ridare impulso e investire in iniziative culturali, nella valorizzazione delle peculiarità dei nostri territori e dell’enorme patrimonio storico e artistico, ancora troppo sottovalutato come elemento propulsivo per la nostra economia; rivedere il ruolo di alcune Istituzioni e organi di controllo della Pubblica Amministrazione, il cui intervento, nell’attuale contesto confuso di norme, arreca talvolta più danni alla comunità che non benefici; riposizionare il valore delle competenze e delle professionalità rispetto all’ignoranza; valorizzare le peculiarità ingegneristiche, sistemistiche e tecnologiche italiane.
Anche se vi è bisogno di velocità nelle decisioni e nelle azioni, è comunque il momento della calma veloce da opporre al caos creativo. E, soprattutto, si prenda atto che una decisione presa supera tutte le precedenti discussioni.
Focus su lavoro e industria
La struttura geopolitica mondiale non sarà più quella di prima, così come cambierà il modo di produrre. L’impatto economico per il superamento dell’attuale crisi muterà significativamente il peso relativo di alcuni Paesi. L’Europa dovrà costringere alcuni Stati membri a rivedere l’egemonia e l’atteggiamento ostile dei paesi del Nord Europa verso una politica economica di sostegno di altri considerati meno virtuosi.
L’internazionalizzazione delle imprese, in particolare delle piccole-medie (PMI), subirà alcuni contraccolpi. La limitazione alla mobilità, in alcune aree in cui le nostre piccole-medie imprese stanno operando, in particolare nel continente Africano, perdurerà a lungo – o diventeranno aree a maggior rischio. Appare anche inevitabile un cambiamento a più lungo termine del modo di produrre, sfruttando la digitalizzazione, e di esportare.
Da porre attenzione allo “smart working” e al telelavoro, che dovranno iscriversi al capitolo sicurezza dei dati industriali che rischiano di essere saccheggiati senza che le Aziende abbiano possibilità di difendersi. Saremo un po’ meno globali e dovremo pensare che alcune attività e settori nel nostro Paese dovranno essere profondamente rivisti.
Si punti quindi soprattutto a fare una politica industriale di visione e di indirizzo in cui lo stato non svolga direttamente attività industriale, ma crei le condizioni fiscali, regolamentari, percorsi autorizzativi rapidi a supporto di iniziative che tengano conto anche delle caratteristiche dei territori e delle competenze esistenti.
Si evitino tendenzialmente nuovi accorpamenti di aziende partecipate direttamente dallo Stato o da società da esso controllate – come alcuni sembrano ancora oggi suggerire – per perseguire progetti con l’obiettivo di creare campioni nazionali, ma che, in realtà, non sono sorretti da alcuna consistente visione industriale e di inquadramento nel mercato internazionale, bensì spinti da agende personali. Si posizionino nelle aziende controllate/partecipate dallo Stato figure ad alta capacità gestionale e operativa, con seria e provata conoscenza dei settori specifici.
Per ridisegnare tutto questo, si coinvolgano un numero limitato di soggetti competenti, rappresentativi delle istituzioni governative, dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali, e si eliminino da questi gruppi di competenza a supporto delle istituzioni coloro che, pur essendolo, sono potenzialmente portatori di interesse di parte.
Si dovrà recuperare la produzione di alcuni prodotti merceologici strategici per il Paese, ancorché a bassa marginalità, come dimostrato dalla carenza dei dispositivi di protezione individuale all’inizio della fase pandemica. Stante la bassa marginalità, non si può escludere che debba essere lo Stato a intervenire eccezionalmente su queste aree. Vi sarà un indubbio accorciamento delle filiere produttive per motivi analoghi. Si dia spazio all’imprenditorialità giovanile e si agevoli un ritorno all’agricoltura supportata dall’alta tecnologia.
La difesa del dissesto ambientale del territorio passa da questo, non da ulteriori vincoli e norme. Si potenzi la scuola, elemento fondamentale per affrontare i problemi di cui sopra, incrementando gli investimenti formativi nella fascia giovanile. Si promuova convintamente la cultura: la cultura genera lavoro e il lavoro alimenta la cultura. Si intervenga a sostegno di lavoratori e famiglie che la pandemia ha ridotto all’indigenza. La campagna vaccinale rappresenta un elemento oggi fondamentale per la ripresa sociale e delle attività economiche del Paese e deve essere gestita con visione internazionale, evitando la sindrome del recinto.
Soprattutto non deve esserci più contrapposizione fra il lavoro e la salute, tra lavoro e ambiente, tra attività industriali e ambiente. Industria 4.0, l’evoluzione tecnologica, lo sviluppo nel campo dei sensori, dell’analisi dei “big data”, della robotica di servizio, delle stampanti 3D, utilizzati congiuntamente, costituiscono condizioni abilitanti per modelli produttivi e attività completamente nuovi sia in campo pubblico e privato.
E se finora l’insieme di queste attività ha dato origine a molteplici progetti a livello nazionale per migliorare efficienza e produttività, portando con sé la speranza che questo miglioramento induca anche un miglioramento delle condizioni di lavoro sia in riduzione di termini di lavori usuranti e ripetitivi sia di maggiore sicurezza, la parola “salute” non viene mai esplicitamente citata come uno degli obiettivi di questi cambiamenti. Oggi, essa deve sempre di più essere al centro della discussione.
Infine, il Recovery Fund e i suoi punti prioritari richiedono un’attuazione rapida ed efficace. È necessario pertanto costituire una squadra ad alta capacità gestionale, logistica e operativa, guidata da persone di conclamata capacità manageriale – Cincinnati di oggi – che procedano senza esitazione alla realizzazione dei progetti.
Giuseppe Zampini è presidente di Ansaldo Energia