Secondo tempoIl (nuovo) piano Colao per la trasformazione digitale italiana

Il ministro dell’Innovazione intende far arrivare la connessione veloce a tutti gli italiani entro il 2026. Avrà a disposizione più di 40 miliardi del Recovery Plan, ma «non sono più ammessi ritardi». Ecco perché chiede una soluzione rapida del dossier sulla rete unica

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L’Europa si è posta l’obiettivo di garantire Internet veloce a tutti entro il 2030. Il ministro dell’Innovazione digitale Vittorio Colao vuole correre e far arrivare la connessione a tutti gli italiani in anticipo, entro il 2026.

Nove mesi dopo la presentazione di quel piano per il rilancio chiesto dal governo Conte 2 e mai utilizzato, l’ex manager ora ha in mano il 20% delle risorse del Recovery Plan. Sui 191,5 miliardi circa dei fondi in arrivo da Bruxelles, significa circa 40 miliardi. Ma «la cifra sarà considerevolmente superiore se si includono anche misure parzialmente digitali, investimenti nella telemedicina e sulle competenze», spiega il ministro durante la sua audizione in Parlamento.

Dal suo ministero, creato ad hoc da Draghi per realizzare la transizione digitale, passa una delle due gambe del Recovery Plan, insieme alla transizione ecologica. E con lui si stanno confrontando tutti i ministeri: Salute, Scuola, Università, Sviluppo economico, Infrastrutture, Pubblica amministrazione, Coesione sociale. Si dovrà mettere mano al fascicolo sanitario elettronico, al potenziamento degli Istituti tecnici superiori e dei dottorati industriali. Ma anche agli incentivi per la trasformazione 4.0 e i settori strategici come lo spazio e la microelettronica. Temi trasversali che dovranno passare tutti dalla scrivania di Colao, tramite il coordinamento del Ciae, il Comitato intergovernativo per gli affari europei.

«A metà gara vogliamo essere nel gruppo di testa nella corsa europea al digitale», dice Colao. Ma transizione digitale «non è solo digitalizzazione in senso tecnico». Significa «dare coerenza a tutte le misure. Soprattutto per i ragazzi e le ragazze, che sono i miei veri datori di lavoro».

Da qui il piano ambizioso. Si parte dalle infrastrutture digitali. «Non sono più ammessi ritardi», ripete il ministro. Ci sarà una mappatura per capire quali sono i progetti di copertura degli operatori. E una volta stabiliti i tempi, «sarà effettuato un controllo forte e stringente sulla realizzazione delle cablature tramite il Ciae». Il piano prevede accordi commerciali con le società, anche locali, per garantire la connessione anche nelle aree rurali e interne.

«Dobbiamo avere connessioni di 1 gigabit per secondo in tutte le case, pubbliche amministrazioni, scuole, strutture sanitarie nei prossimi cinque anni». Ecco perché, come già fatto dal collega Giorgetti, insiste sulla necessità di sbloccare l’operazione rete unica, cui dovrebbero dare vita Tim e Open Fiber: «C’è l’esigenza che si arrivi nel più breve tempo possibile a una soluzione. Non possiamo permetterci un’attesa che condiziona piani e tempi della banda ultralarga». Motivo per cui con Giorgetti e Franco si stanno anche valutando delle «alternative», ovvero piani B come aggregazioni e altre forme commerciali «che permettono di superare eventuali impasse». In ogni caso, dice, Cdp «potrebbe avere un ruolo nel promuovere la copertura al 2026 dell’Italia. In quali forme e in che struttura azionaria però va definito». 

La strada, però, sembra tutta in salita. Anche perché, con meno del 34% delle famiglie italiane che ha accesso alla banda ultralarga, il lavoro da fare è tanto. Ci sono ancora 10 milioni di famiglie senza Internet tramite la rete fissa e 5,5 milioni con una velocità inferiore ai 30 mega. Il problema quindi non si risolve solo realizzando la fibra, spiega il ministro. Il problema è anche culturale e sta nella scelta di tante persone di non avere un abbonamento a servizi veloci. Risultato: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più ampio digital divide.

Questo significa, dice Colao, «che siamo davanti alla esclusione sistematica di intere fasce di popolazione», spiega il ministro. Ma «non sarei pessimista», aggiunge. «Se facciamo uno sforzo, in quattro-cinque anni possiamo arrivare nel gruppo di corsa. Però dobbiamo partire adesso».

Dunque, «va rivisto il modello, lasciando agli imprenditori la libertà di scegliere le migliori tecnologie in base ai territori». Comprese tecnologie radio, dove la banda larga non riesce ad arrivare, e soprattutto 5G. La rete in fibra non è un dogma. Anzi, ben vengano allora tecnologie senza fili. Ma andranno semplificate anche le procedure per gli scavi e il rilascio dei permessi per l’installazione delle antenne. «Entro un limite massimo di 60 giorni», spiega Colao. «Nei comuni più piccoli si può arrivare anche a 90 giorni, ma sicuramente non ai 210-220 giorni della media attuale».

L’obiettivo è favorire al massimo la creazione delle reti in tecnologia 5G, decisive per l’automazione dei processi produttivi nelle aziende. Lo stesso vale per il cloud. La pubblica amministrazione – da quella centrale ai territori – dovrà adottare la “nuvola” per immagazzinare i dati, garantendo la interoperabilità delle banche. Si segue il principio “once only”, ovvero evitare che i cittadini debbano fornire le stesse informazioni ogni volta che si presentano a uno sportello diverso.

Si prevede quindi la realizzazione di un Polo strategico nazionale per razionalizzare i data center delle amministrazioni pubbliche dispersi sul territorio e poco sicuri. E saranno «garantite le risorse per le migrazioni informatiche». Ma «tutto va fatto in sicurezza», per cui il piano prevede anche un «rafforzamento della capacità di difendersi e difenderci dagli attacchi cibernetici».

Serviranno anche software e applicazioni per i cittadini, partendo da un maggiore utilizzo della app Io, della carta d’identità elettronica e del sistema dei pagamenti unico della pubblica amministrazione. «Spostando sui canali digitali il maggior volume possibile di interazioni con il cittadino», ma «senza la proliferazione di piattaforme».

«Nessuna transizione funziona però se non si parte dalle persone», spiega il ministro. E qui arriva la nota dolente delle scarse competenze digitali italiane. Solo il 42% dei nostri connazionali tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base, contro il 58% in Europa. E il 17% degli italiani nella stessa fascia di età non ha mai usato Internet, contro il 9% dell’Ue: quasi il doppio.

A supporto di tutto questo serviranno tre riforme. In primis per velocizzare l’acquisto di beni e servizi informatici delle amministrazioni pubbliche. «Stiamo lavorando per vedere qual è il percorso migliore per Consip o per un altro soggetto che proceda agli acquisti con i fondi del Pnrr», spiega Colao. L’obiettivo è evitare i colli di bottiglia legali e burocratici che oggi allungano i tempi degli acquisti. Agli uffici pubblici, tramite la riforma firmata Brunetta, sarà poi garantita una struttura di supporto alla trasformazione digitale e soprattutto nuove assunzioni di professionalità che porteranno le competenze digitali necessarie per attuare gli investimenti del Recovery.

«Ammodernare le infrastrutture digitali è un dovere dello Stato per garantire piena inclusione e uguaglianza», ripete Vittorio Colao. Che salva anche diversi provvedimenti messi a punto dal governo precedente. A partire dai bonus pc e Internet, per i quali però è ancora stato usato solo il 34% delle risorse. «Per la fase due spingeremo in Europa», dice, «con nuovi interventi per stimolare la domanda». Poi anche il servizio civile digitale e le sand box care alla ex ministra Paola Pisano, ovvero i “recinti di sabbia” nei quali una startup può lavorare e mettere alla prova le proprie soluzioni pur non avendo passato tutti gli esami delle autorità finanziarie. Ma anche il cashback. «È stato un successo», dice Colao a sorpresa. Al di là delle valutazioni sullo stop preventivo che farà il ministero dell’Economia, «molti italiani hanno imparato a fare cose che prima non facevano».