Autolesionismo demZingaretti è lo Schettino del Pd cui nessuno ha davvero chiesto di tornare a bordo

Le dimissioni da segretario del Partito democratico, dopo un primo momento di sorpresa, sono state accolte con comprensione e un certo sollievo. Il presidente della regione Lazio invece di salire sul carro dei vincitori con l’arrivo del governo Draghi ha mandato in crisi il suo partito, ma soprattutto ha decretato il fallimento della sua visione politica

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Nicola Zingaretti è una sorta di capitan Francesco Schettino della politica, sia pure con alcune differenze sostanziali: a parte la capigliatura, nel naufragio di Zingaretti non vi sono stati nè morti né feriti; nessun comandante gli ha urlato nelle orecchie «torni a bordo, c..o!». Anzi, dopo un primo momento di sorpresa, l’equipaggio dem ha temuto che cambiasse idea. Tanto che – sia pure con qualche mal di pancia – pare che i maggiorenti abbiano già trovato un sostituto in Enrico Letta.

Le dimissioni di Nicola Zingaretti sono state accolte con una comprensione “pelosa”; i soliti avvoltoi hanno preferito gettarsi sulle accuse che l’ex segretario ha rivolto al suo partito: «Mi vergogno – ha scritto su Facebook – che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie». Parole che hanno dato fiato all’armamentario dell’antipolitica ormai in disuso anche tra i grillini, ma che assicura da decenni qualche titolo in prima pagina.

Peraltro quel riferimento alle poltrone finiva per essere rivolto alle donne dem rimaste da sole a rivendicare nel partito una presenza che non avevano ottenuto nella delegazione ministeriale. Ma perché Zingaretti si è dimesso? Lo ha spiegato in diretta tv nella trasmissione di Barbara D’Urso con queste parole: «Se c’è una cosa che mi ha dato particolarmente fastidio è che tutti insieme, tutto il partito, tutto il gruppo dirigente, avevamo deciso di sostenere Conte. Quando il tentativo è fallito, ci siamo girati e non c’era nessuno». Sembra il rimpianto di un nostalgico della maggioranza che si è sfasciata per iniziativa di Matteo Renzi.

Eppure era chiaro a tutti che, dopo la crisi, il tentativo di mettere in pista un Conte 3 costituiva il frutto della disperazione. Perché l’operazione andasse in porto erano necessarie due condizioni che – se anche si fossero rivelate possibili – avrebbero dato corso a situazioni politiche insostenibili: la costituzione, al Senato, di un gruppo di “cani perduti senza collare”, tenuto insieme con il mercato dei sottosegretari, ma sostanzialmente inaffidabile come sono le truppe mercenarie; oppure il ritorno all’ovile della pecorella smarrita, quel Matteo Renzi (definito in quelle settimane con tutti i peggiori epiteti del vocabolario della politica) al cui “capriccio” sarebbero stati affidati i destini della maggioranza.

Immagino che la soluzione Draghi non fosse ritenuta possibile per le tante implicazioni che essa comportava; prima di tutte la conversione di Matteo Salvini, il quale non ha battuto ciglio quando Mario Draghi ha tracciato al Senato i confini invalicabili dell’esecutivo da lui presieduto: «Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione».

Che cosa avrebbe dovuto fare il gruppo dirigente del Partito democratico quando il Demiurgo è stato calato sulla scena e ha ritessuto una trama che aveva smarrito il filo? Andarsi a nascondere, a partire dal segretario, il quale, da ex comunista, dovrebbe avere confidenza con le autocritiche.

In sostanza, per un complesso di circostanze – che seguivano pur sempre una logica politica di cui si doveva tenere conto nell’analisi del contesto – è maturato un processo che ha lasciato di stucco le cancellerie, i mercati finanziari, le opinioni pubbliche, che ha assicurato una stabilità in un Parlamento nato instabile nel 2018, ha messo in mani sicure le risorse del Next Generation EU, ha tolto dall’imbarazzo di essere in cattiva compagnia nell’alleanza che sostiene il governo, perché ci ha pensato Draghi – ovvero la personificazione dell’Europa – a garantire per i “barbari”. È accaduta questa trasformazione inattesa e insperata e il Partito democratico – il partito legittimato a cantare vittoria – è andato in crisi.

Il suo leader, invece di salire sul carro dei vincitori scusandosi del ritardo e assumendo il posto che merita il Partito democratico in quella coalizione, si è dimesso rimpiangendo («ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova») il mancato successo di una strategia che, per quanto discutibile, non è per niente preclusa. Appartenere a questa maggioranza non impedisce – se questa sarà l’orientamento prevalente nel Partito democratico – di cercare un’alleanza con il Movimento 5 Stelle e Leu. Ma per favore la smetta di farsi del male. Magari organizzi un pellegrinaggio a Lourdes. A volte si verificano delle guarigioni miracolose.