Avvocati hi-techLa digitalizzazione del lavoro riguarda anche gli studi legali, ma non tutti sanno sfruttarla

La professione forense ha a disposizione diversi strumenti tecnologici e la crescita della spesa dimostra il riconoscimento della loro importanza. Ma a usarli quotidianamente sono soprattutto i giovani, cioè quelli che possono investire meno per l’aggiornamento tecnologico: la nuova sfida sarà trovare nuove il modo di abbassare i costi di investimento

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La digitalizzazione delle professioni è uno dei temi centrali quando si parla delle tendenze già esistenti ma esasperate dalla pandemia. Vale un po’ per tutti i settori. Anche per gli avvocati, che però sembrano rimasti a metà strada, almeno fin qui: sanno di dover puntare maggiormente su strumenti innovativi per riuscire a emergere in un mercato sempre più competitivo, ma sembra esserci ancora molto lavoro da fare per mettere in pratica questa consapevolezza.

La sensazione è confermata dai numeri pubblicati in uno studio che ha coinvolto 400 titolari di studi legali su tutto il territorio nazionale. L’analisi è stata svolta tra novembre e dicembre 2020 dalla società di ricerche di mercato Doxa per conto della casa editrice Giuffrè Francis Lefebvre, attiva nell’editoria professionale legale e fiscale.

La consapevolezza sul ruolo che può avere la digitalizzazione è evidente: il 91% degli avvocati intervistati ritengono che gli strumenti digitali abbiano portato significativi benefici alla pratica professionale, consentendo un accesso più rapido e agevole alle informazioni.

Quando si parla di digitalizzazione infatti si parla soprattutto di due cose: banche dati e software gestionali.

Negli anni sempre più spesso gli studi legali hanno scelto di abbonarsi alle banche dati (il 35% nel 2020, in crescita rispetto al 25% registrato nel 2010), a fronte di una spesa media in tendenziale ripresa rispetto a quanto registrato nel 2018. Con un’alta intensità d’uso – almeno una volta al giorno per tre quarti degli studi – e alti livelli di soddisfazione.

I maggiori margini di espansione però sono quelli del mercato dei software gestionali: in linea con quanto rilevato in passato, quattro studi su dieci hanno adottato questo strumento, che viene utilizzato in prevalenza per il monitoraggio di modifiche normative e giurisprudenziali (79%), per la verifica degli atti (74%), per la condivisione di documenti (73%) e per gli strumenti di calcolo (72%).

«I primi strumenti di questo genere a supporto dell’operatività dell’avvocato risalgono ormai a qualche tempo fa», dice a Linkiesta Elisa Bettini, Business Line Training Leader della casa editrice Giuffrè.

«Oggi – aggiunge – gli strumenti di editoria digitale e i software dai gestionali migliorano soprattutto l’efficienza dei processi e la produttività nell’organizzazione dello studio professionale. La pandemia ha influito soprattutto sulla formazione, che si faceva già in modalità digitale, ma la maggior parte delle iniziative di formazione erano proposte e richieste in presenza: ora è ampiamente adottata e accettata in digitale e forse in futuro sarà addirittura preferita se proposta con modalità adeguate».

Inoltre, spiega Bettini, gli investimenti degli studi legali in banche dati e software sono in crescita, a conferma del fatto che la consapevolezza rispetto ai vantaggi è elevata e che la spesa non è considerata un costo ma un investimento destinato a portare benefici in futuro.

Solo che al momento teoria e pratica non sono necessariamente sovrapponibili. Il tempo dedicato allo sviluppo del business è ancora piuttosto limitato, allo stesso modo si registra una presenza sui social poco attiva. In media infatti gli studi legali dedicano appena il 10% del loro tempo allo sviluppo del business e più di uno studio su tre dichiara di non dedicarsi ad attività di new business.

«Probabilmente la difficoltà maggiore di assimilare/aderire alla trasformazione digitale sta nell’implementare attività digitali dedicate allo sviluppo del business», dice Bettini.

E la spiegazione va ricercata in fattori storici e culturali: «È dovuto a un retaggio derivante dal codice deontologico forense – aggiunge – che fino a pochi anni fa, in Italia, limitava moltissimo le attività di marketing e comunicazione dello studio legale: le stesse attività che nei Paesi anglosassoni ad esempio sono sempre state incentivate, tanto che si sono affermate nel tempo figure di professionisti legali specializzate che offrono consulenza di legal marketing ai loro colleghi avvocati».

A puntare sulle nuove tecnologie è soprattutto la nuova generazione di avvocati, che lavora quasi sempre in studi associati (addirittura il 98%) e investe molto sui social per promuovere la sua immagine e il suo lavoro.

Se l’81% degli intervistati dichiara di non avere una partecipazione attiva sui social, infatti, il restante 19% che si dichiara attivo è composto interamente da giovani avvocati che puntano soprattutto su Facebook.

Il rovescio della medaglia però è che la capacità di spesa dei giovani avvocati è spesso ridotta rispetto ad altre fasce d’età, così la dotazione di supporti per la professione è più limitata: per le banche dati i giovani avvocati spendono circa il 20% in meno rispetto alla media degli studi legali, il 50% in meno per i software e il 15% in meno per la formazione.

La nuova sfida sarà allora quella di trovare nuove modalità di approccio che consentano di sfruttare al massimo le nuove opportunità offerte dalla digitalizzazione – di cui i giovani sono consapevoli – abbassando i costi di investimento.

«La new generation lawyers, gli avvocati più giovani e non ancora affermati – conclude Bettini – fa decisamente molta più attenzione degli avvocati di lungo corso anche sulle spese fondamentali. Per loro, che sono consapevoli dell’importanza dei nuovi strumenti e che sentono più forte l’esigenza di affermarsi, sarà fondamentale cogliere questa sfida utilizzando gli strumenti di marketing digitali che gli consentono di raggiungere clienti e prospects con investimenti contenuti».

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