Per questi motiviLa grande faida dentro la magistratura, senza un Draghi che possa sanarla

Si è aperta una lotta intestina tra togati e correnti che riflette la polarizzazione del dibattito politico. C’è molta speranza nel programma autorevole e ben definito del Guardasigilli Marta Cartabia. Ma nella corporazione non c’è una figura in grado di rimettere le cose a posto

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Una diffusa opinione afferma che la nascita del governo Draghi abbia accelerato la fine di alcune alleanze politiche e di un equilibrio di potere consolidato. L’esempio classico è costituito dalla fine della segreteria Zingaretti e della alleanza organica tra Partito democratico e Cinquestelle. L’effetto tellurico sembra riprodursi in un altro dei sistemi bloccati del Paese: quello della magistratura con le sue gerarchie e le sue alleanze.

È bastata la nomina di un ministro autorevole e competente come l’ex presidente della Consulta Marta Cartabia e che la stessa dettasse un suo programma ben definito su materie scottanti come prescrizione e ordinamento giudiziario, smarcandosi dalla abituale tutela dei magistrati nidificati a via Arenula (si pensi ad esempio alla nomina nel suo gabinetto di un giovane docente ed avvocato, Nicola Selvaggi) per causare un primo sommovimento.

Gli epicentri del sisma sono Roma e Milano i due più importanti centri giudiziari italiani dove lo scandalo Palamara e le sue confessioni ad Alessandro Sallusti hanno fatto emergere per il vasto pubblico lo squallido scenario dei mercanteggiamenti sulle nomine dei dirigenti dei più importanti uffici giudiziari, peraltro ben noto agli addetti ai lavori.

La novità è invece costituita dalla spaccatura interna al mondo della magistratura che sempre si era presentato come un blocco granitico all’esterno pur essendo diviso dentro da rivalità politiche e odi feroci.

Se c’è una regola che da sempre è stata rigidamente osservata è quella per cui i panni sporchi si lavano in famiglia. La magistratura ha sempre celato le sue divisioni e i suoi rancori dietro una cortina di ferro più impenetrabile del muro di Berlino.

Per dire, di recente una pm ha giustificato al Consiglio superiore della magistratura la mancata denuncia di una aggressione sessuale subita da un collega con il timore di «arrecare danno all’istituzione». Ecco.

Ora anche questo assetto rischia di venire giù: la prima scossa giunge da Milano all’indomani della sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale a favore dei vertici dell’Eni accusati di corruzione internazionale.

È stato l’ultimo atto di una complessa storia che incrocia gli uffici giudiziari non solo di Milano ma anche di Roma e iniziata in Sicilia con la scoperta di una centrale corruttiva di avvocati e magistrati siciliani che secondo le accuse fornivano un’attività di spionaggio giudiziario a favore degli stessi vertici dell’ente petrolifero, nel frattempo indagati e poi assolti a Milano per la vicenda nigeriana.

In sintesi, in Sicilia, a Siracusa, centro giudiziario di alcune inchieste sugli impianti Eni nella zona, alcuni avvocati e magistrati “creavano”, tramite false denunce, inchieste posticce finalizzate ad ottenere dalla procura di Milano notizie riservate sulle indagini in corso contro i dirigenti dell’impresa petrolifera. Su tale profilo è da precisare che non c’è stato nessun riscontro sul coinvolgimento dei vertici Eni.

Uno degli avvocati, Piero Amara, a sua volta è stato indagato anche a Roma perché, secondo le accuse, avrebbe creato anche qui una sorta di associazione finalizzata a influire sugli esiti dei procedimenti davanti al Consiglio di Stato, il massimo consesso della giustizia amministrativa e della struttura dello Stato che attinge a piene mani dalle sue fila i più ascoltati consulenti e dirigenti della pubblica amministrazione, a partire dalla Presidenza del Consiglio.

Proprio indagando sull’avvocato Amara e sui suoi rapporti con un imprenditore, Fabrizio Centofanti, era emersa la relazione amichevole di questi anche con Luca Palamara alla base di presunti favori che costituiscono l’oggetto del processo in corso a Perugia contro quest’ultimo, imputato di corruzione.

La “Amara connection” (nomen omen) arriva a Milano e al processo contro l’Eni: qui l’avvocato siciliano – che ha patteggiato per le sue pendenze siciliane e romane – ha rivelato una circostanza che ha innescato la miccia, parlando di un presunto «accesso» agevolato di cui avrebbero goduto i legali dell’ Eni presso il presidente del collegio giudicante.

Una definizione vaga che investe di tuttavia di malevola insinuazione due tra i più autorevoli avvocati italiani, uno dei quali, per inciso, ex ministro di giustizia e indicato tra i papabili per lo stesso governo Draghi, Paola Severino.

La deposizione di Amara ha originato l’apertura di un fascicolo della Procura di Brescia, competente per eventuali reati che coinvolgano i colleghi di Milano, con l’ipotesi di traffico di influenze, celermente archiviata, nonché, qui sta il punto dolente, la richiesta della procura milanese di allegarla agli atti del processo Eni.

La mossa dei pm è stata respinta dal Tribunale, nonostante sapesse il contenuto dell’atto che direttamente lo chiamava in causa e che ha ritenuto di non astenersi, una conseguenza, questa, che doveva essere sicuramente ben chiara e ritenuta possibile dai procuratori che hanno posto la questione.

L’assoluzione di De Scalzi, come inevitabile, ha scatenato una vivace discussione che in altri tempi sarebbe rigorosamente rimasta all’interno del mondo delle toghe e invece oggi è tracimata sulle prime pagine e deflagrata in un aperto conflitto tra il tribunale e la procura di Milano, con buona pace di chi lamenta la vicinanza tra i pm e i giudici.

Il presidente del tribunale Roberto Bichi con una lettera aperta di solidarietà e condivisione ai membri del collegio giudicante ha etichettato come «subdola insinuazione» il riferimento ai rapporti tra i legali degli imputati e i giudici.

Un linguaggio inaudito per il felpato mondo della magistratura che denuncia una manovra preordinata contro la serenità e l’autonomia dei giudici, una ferita profonda difficile da rimarginare e con riflessi forse anche sugli assetti istituzionali futuri dell’ordinamento giudiziario.

Il tutto mentre sono in sospeso le nomine ai vertici delle più importanti procure italiane: Roma e Milano

Quanto al capoluogo lombardo Giulia Merlo su Domani ha dato notizia di un incontro cordiale tra l’attuale procuratore Francesco Greco che sta concludendo tra le polemiche il suo mandato e nientemeno che Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, adorato dal giornalismo anti-mafia ma non esattamente la figura più adatta a rasserenare gli animi accesi a Milano.

A Roma dove l’attuale procuratore Prestipino è sub judice dopo l’annullamento della sua elezione a opera del Tar si registrano nuove scosse dalla vicenda Palamara convocato dal Csm che lo ha radiato per ascoltarlo sulle circostanze contenute nelle chat attinenti il «mercato delle nomine».

Clima tesissimo e audizione segretata tra le proteste di chi vorrebbe piena trasparenza: come al solito però le notizie sono trapelate e indirizzate dalla stampa che volentieri si presta al ruolo di spin doctor delle opposte fazioni in campo.

La bomba della settimana riguarda un incontro in separata sede tra uno dei membri laici del Csm chiamato a giudicare sui venti magistrati coinvolti dalle intercettazioni di Palamara, il prof. Alessio Lanzi, e il difensore del magistrato, Roberto Rampioni. Curiosamente lo schema richiama quello milanese sui supposti rapporti tra Paola Severino e Marco Tremolada presidente del collegio sul caso Eni.

Non a caso la notizia è stata veicolata dagli stessi quotidiani, Repubblica e Corriere della Sera che attivamente contribuirono a rivelare l’esistenza del procedimento a carico di Palamara a Perugia. Lanzi e Rampioni sono due docenti e amici di lunga data, oltre che professionisti stimatissimi, e peraltro l’interesse di Palamara sulla tranche in atto al Csm è indiretto in quanto non riguarda lui, già giudicato e radiato.

Ma questo non importa: appare chiaro a chi vuole capire che nulla ha insegnato lo scandalo dell’hotel Champagne.

Non c’è nessuna voglia da parte dell’attuale classe dirigente della magistratura di cambiare indirizzo e con l’aiuto della stampa amica si sta consumando l’ennesima ferocissima lotta di potere.

Da una parte c’è chi vuole raccontare la storia della giustizia italiana come il predominio della sinistra politica delle toghe tesa ad abbattere i governi Berlusconi e Salvini, che è la tesi di Palamara veicolata da Sallusti, risibile pensando ai porti delle nebbie neanche tanto distanti nel tempo, e dall’altra chi ritiene che la sinistra deve governare comunque «perché gli altri sarebbero peggio».

Ora, in politica si è trovata una soluzione ma un Draghi della magistratura non esiste, occorre solo confidare in un effetto Cartabia e nella moral suasion per azzerare un’intera classe dirigente troppo compromessa, tanto per cominciare. È tempo, forse, che cominci la supplenza politica della giustizia chiedendo ai magistrati di farsi da parte, almeno non continueranno a far danno.

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