Una sinistra liberaleBiden vuole ricostruire l’America, salvare il pianeta e tenere a bada la Cina (ecco un programma riformista)

Il formidabile piano del presidente americano, fino all’altro ieri descritto da radicali e giacobini come una specie di nemico del popolo, è salutato da più parti come un nuovo paradigma politico, sociale ed economico. In realtà dimostra come solo un moderato possa governare senza paraocchi e che la strada da percorrere per combattere le diseguaglianze sia quella della maggiore crescita, della tutela delle famiglie e dell’intervento per fermare gli attori globali che non rispettano le regole del mercato

Ap/Lapresse

Vaccinare è l’unica cosa che conta, ma le formidabili gesta di Joe Biden e del suo staff di clintoniani e obamiani della Casa Bianca stanno alimentando un bel dibattito ideologico sul cambio di paradigma impresso dal presidente americano alle politiche economiche dell’America e dell’Occidente. 

Biden sta vaccinando quattro milioni di americani al giorno e, dopo aver convinto il Congresso a stanziare tremila miliardi di dollari per quelli che noi chiamiamo ristori, ha presentato un ambizioso e dettagliato piano di rinascita economica, di salvataggio del pianeta e di ricostruzione sociale per contrastare l’ascesa della Cina, per costruire una transizione ecologica che non sia anti sviluppista ma al contrario capace di creare occupazione e crescita, per siglare un nuovo patto sociale con gli americani e per avviare un ciclopico progetto infrastrutturale in tutto il Paese. Il piano si chiama Build Back Better, ricostruire meglio, ed è composto dal Rescue Plan già approvato (vaccini sulle braccia e assegni in tasca degli americani), dal Jobs Plan appena presentato (occupazione, infrastrutture e strategia per tenere a distanza la Cina) e da Families Plan, non ancora presentato ma finalizzato ad aiutare economicamente la classe media e le famiglie.

Biden ha scelto una strada coraggiosa, incurante dei possibili contraccolpi elettorali, consapevole che la doppia catastrofe costituita da Trump più il virus non lasciavano spazio a mezze misure. 

Questo interventismo strategico e non temporaneo di Biden ha stupito molti osservatori, soprattutto tra i suoi avversari di sinistra, al punto che il presidente che in ambienti radicali e giacobini fino all’altro ieri era descritto come una specie di nemico del popolo adesso è improvvisamente diventato un eroe socialista. 

Due importanti articoli, pubblicati uno di qua e uno di là dell’Atlantico, hanno spiegato bene che cosa sta succedendo. Il Financial Times ha raccontato che l’audacia di Biden e del suo staff conferma ancora una volta che solo i politici moderati e di solida cultura democratica sono in grado di osare, di rompere gli schemi e, come in questo caso, di governare da sinistra. Il secondo articolo in realtà è un podcast di Ezra Klein per il New York Times, sotto forma di intervista a Brian Deese, uno dei principali consulenti economici di Biden, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca. L’intervista a Deese è stata salutata da Paul Krugman e da molti altri come il segnale di un cambiamento epocale della governance economica dopo gli anni della prevalenza dell’austerità e della lotta al debito pubblico (i podcast del New York Times sono americanocentrici e si sono persi per strada il «whatever it takes» e «il debito buono» di Mario Draghi). 

Brian Deese ha un curriculum curioso per essere il nuovo beniamino della sinistra radicale perché, dopo una collaborazione con la Casa Bianca di Barack Obama sul salvataggio dell’industria automobilistica e poi sugli impatti economici dei cambiamenti climatici, è diventato un super manager di BlackRock, il più grande fondo privato di investimenti finanziari nel mondo, un aggeggio che gestisce oltre ottomila miliardi di dollari, non noccioline. 

Biden ha preso Deese e l’ha messo a guidare il team de suoi consulenti economici, evidentemente senza che nessuno si accorgesse della sua provenienza finanziaria perché altrimenti chissà che cosa avrebbero detto di un presidente che sceglieva come suo principale advisor economico nell’epoca delle grandi diseguaglianze un manager della più grande società di investimenti di capitale del pianeta. 

Nel colloquio con il New York Times, Deese dice alcune cose davvero interessanti. La prima è che il governo centrale deve intervenire massicciamente con politiche economiche e industriali mirate ma non per motivi ideologici, o «socialisti», semmai per ragioni geopolitiche perché contro l’espansione economica cinese non esiste una soluzione di mercato per il semplice presupposto che la Cina non rispetta le regole condivise del capitalismo. 

Quello di Biden, dunque, non è un approccio statalista, protezionista o antiglobalista, come si vuol far credere sugli account Twitter più scalmanati, anche italiani, ma è, al contrario, un orientamento realista che demolisce peraltro le bislacche teorie secondo cui il sistema cinese sarebbe soltanto una forma estrema e inevitabile di capitalismo, quella più autoritaria e per questo anche la più coerente. No, spiega Deese, il sistema cinese è esattamente l’opposto del sistema basato sulle regole del mercato, al punto da costringere l’America a riadattare il suo credo laissez-faire per evitare che Pechino prevalga proprio aggirando le regole del gioco. 

La seconda cosa che dice Deese è che la questione del clima non è una moda passeggera o una posa per aderire allo spirito del tempo, ma un’occasione strategica per salvare il pianeta e per prefigurare nuovo sviluppo e altri posti di lavoro. 

Il terzo elemento del ragionamento del consigliere di Biden è il seguente: i sussidi post Covid servono a poco se rimangono isolati, perché anche prima della pandemia ci siamo accorti che le politiche economiche devono tenere sempre più conto degli impatti distributivi e delle diseguaglianze, da qui la cura di investimenti strategici per modernizzare le infrastrutture, per creare sviluppo verde e per aiutare le famiglie e la classe media. Una strategia che, se realizzata, è probabile che guiderà il dibattito ai prossimi vertici internazionali del G7 e del G20. 

Ci aspettano anni di ricostruzione, di crescita, di ripensamento delle politiche globali e di competizione con attori impostori, sperando che l’Italia che fatica a uscire dal bipopulismo destra-sinistra e dalla maldestra sbandata filorussa e filocinese non ne rimanga ai margini. 

Mario Draghi su questo è una sicurezza e alla Casa Bianca adesso c’è Joe Biden, non un quaquaraquà come Trump. Segnaliamo, poi, la surreale e grottesca manifestazione di atlantismo di Luigi Di Maio in visita oggi a Washington, lo stesso Di Maio già anti Nato, anti euro, filo russo, contrario alle grandi opere in Italia ma favorevole al piano di infrastrutture cinesi nel nostro Paese in cambio di qualche cassetta di arance rosse siciliane da esportare in Cina. 

Quanto ai complici del bipopulismo nostrano che ora si mostrano entusiasti della svolta di Biden, oltre a immaginare che cosa avrebbero detto se un qualsiasi leader italiano avesse scelto come principale consigliere economico di Palazzo Chigi un manager scippato a Wall Street, gli andrebbero ricordate le parodie della lavagna colorata con le Grandi opere di Silvio Berlusconi da Bruno Vespa, le caricature sul piano shock per le infrastrutture di Matteo Renzi, i mille No al Ponte sullo Stretto, al Tav, al Tap e a qualsiasi nuova infrastruttura necessaria al Paese, insomma tutte le loro austerità.

La buona notizia non è che Biden voglia costruire ponti, strade, binari e infrastrutture fisiche e digitali, oltre a preservare il pianeta e a tenere a bada la minaccia di Pechino, ma che in Italia il presidente americano potrebbe far cambiare idea agli eredi della cultura politica contraria alle autostrade e alla tv a colori oggi alleata strategicamente con i seguaci della Belt and Road Initiative cinese e della decrescita felice.