La predicazione antipoliticaDall’«Anonima partiti» alla «Casta», breve storia del populismo cattodemocratico

Filippo Andreatta esorta il Pd a mandare in soffitta il proporzionale, con argomenti che ci ricordano quale sia l’origine di una critica alla Repubblica nata molto prima del Movimento 5 stelle

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Da anni mi interrogavo intorno al nesso tra una certa religione del maggioritario, affermatasi in Italia sull’onda dei referendum Segni, e la retorica populista e antipolitica che da allora in poi ha dominato il discorso pubblico nel nostro paese, mantenendo sempre ben visibili i segni della temperie in cui era nata: tra la caduta del muro di Berlino e l’esplosione dell’inchiesta Mani Pulite.

Ed ecco che ieri Filippo Andreatta, figlio di Beniamino, autorevolissimo dirigente della sinistra dc e maestro di Enrico Letta (a sua volta buon amico di Filippo), in un’intervista al Corriere della Sera, per esortare il neosegretario a proseguire sulla strada del Mattarellum, la mette così: «Il Pd si stava rassegnando al proporzionale, in cui i governi vengono fatti e disfatti dopo le elezioni dalle segreterie dell’anonima partiti».

Tralascio per una volta la questione che riguarda il dibattito attuale sulla legge elettorale e le scelte di Letta. Mi interessa piuttosto, anche per capire meglio quel dibattito, risalire alle fonti politico-culturali di certe posizioni.

L’espressione «anonima partiti», anzitutto, è di Andreatta padre, e risale al tempo in cui da presidente della Commissione Bilancio, proprio all’inizio degli anni Novanta, si batteva contro un pezzo consistente della sua maggioranza e del suo stesso partito in favore delle privatizzazioni, contro la lottizzazione e per un complessivo arretramento dello Stato dall’economia.

Quanto la storia gli abbia dato ragione nell’immediato e torto in seguito, o viceversa, è questione assai complicata, e meriterebbe una trattazione distesa, che tenga anche nel debito conto i rapporti di forza di allora, e il modo in cui l’intreccio tra politica e finanza nell’Italia del tempo passava anche per vicende oscure come quella del Banco Ambrosiano.

Nel centrosinistra, generalmente, il problema viene superato limitandosi a santificare la figura di Andreatta e le sue posizioni di allora, salvo sostenere l’esatto contrario oggi. Dove «oggi» va inteso però in senso strettissimo, perché fino all’altro ieri, diciamo fino ai tempi del governo Monti, posizioni come quelle summezionate andavano per la maggiore. Per essere proprio precisi, almeno fino a quando l’ascesa di Matteo Renzi non ha fatto rinascere in molti dei suoi avversari interni la passione per un radicalismo giovanile fino a quel momento da essi mai praticato (tanto meno da giovani).

Il giusto tributo alla memoria e al coraggio di Beniamino Andreatta, e tutto lo sforzo possibile e doveroso per contestualizzare le sue parole, non cancellano però il sapore di un’espressione che nella lingua italiana ha un significato univoco e indubitabile, e fa tanto più impressione oggi, proprio per l’eco che da allora in poi produce (o incontra) nella più recente storia del nostro paese: dall’«anonima partiti» a «la casta», dalla sinistra dc al Movimento 5 stelle, da #AvantiConConte a #IndietroConProdi (e con il Mattarellum, il nuovo Ulivo, i vertici di coalizione da cento coperti), passando per tutto quello che è successo nel frattempo, e ci ha lasciato in eredità una politica, e dei partiti, ridotti così. 

Un panorama di macerie che a mio parere è anzitutto il frutto di una lunga predicazione antipolitica, che dai referendum per il maggioritario in avanti, insieme con le campagne giustizialiste alimentate dagli scandali scoperchiati da Mani pulite, non ha trovato più ostacoli. 

Fatto sta che sono trent’anni ormai che inseguiamo il miraggio di un sistema anglosassone (ora all’inglese, ora all’americana) ma anche francese (con tanto di semipresidenizalismo, ma pure senza), e non approdiamo a nulla, rimanendo in una terra di nessuno che ha i difetti peggiori di tutti i sistemi (ingovernabilità, frammentazione, proliferazione di micropartiti con enorme potere di ricatto).

E una delle ragioni culturali per cui non riusciamo a uscire da una simile palude è proprio il fervore ideologico di quell’influente circuito di politici e intellettuali provenienti dalla sinistra dc, che al proporzionale hanno sempre attribuito la responsabilità della loro lunga cattività nel partito di Giulio Andreotti (erroneamente, peraltro, perché dipendeva dal Muro di Berlino, non dal meccanismo di attribuzione dei seggi). Di qui l’ossessione per quel «Grande Centro» che per decenni hanno continuato a vedere dietro ogni angolo, minaccia a loro giudizio sempre incombente sulla democrazia italiana, che nel mondo reale, negli ultimi trent’anni, non ha mai preso più del dieci per cento. 

E così, per evitare un inesistente pericolo di rinascita della Balena Bianca, e in attesa della mai avvenuta «costituzionalizzazione delle estreme», abbiamo continuato a pigiare a casaccio tutti i tasti del frullatore in cui ci eravamo infilati, senza mai sognarci di uscirne. Abbiamo avuto così la progressiva radicalizzazione di tutte le forze centrali e l’emarginazione tanto della destra quanto della sinistra liberale. Complimentoni.

Le parole di Filippo Andreatta contro l’«anonima partiti» ci ricordano dunque quale sia stata l’origine di questa lunga storia, che nasce proprio da lì, dalla demonizzazione della Prima Repubblica e dei partiti in nome di una fantomatica Repubblica dei cittadini, della società civile che si autogoverna, o che governa direttamente attraverso i referendum. Un’elegantissima distopia scalfariana che è solo la versione colta ed elitaria, diciamo il primo prototipo, ancora troppo caro per il grande mercato, delle successive fregnacce casaleggesi sulla democrazia diretta, il cittadino Dibba legislatore per un giorno, le Quirinarie sul blog e tutto quello che ne è seguito. 

Il punto di attacco, allora come oggi, era il proporzionale, giustamente inteso come quel sistema che permetteva a ciascun partito di presentarsi agli elettori con il proprio simbolo, i propri candidati e il proprio programma, ottenere parlamentari in proporzione ai voti, e solo dopo, su tale base, formare coalizioni di governo (o andare all’opposizione). 

L’idea che quello fosse il punto decisivo su cui fare leva per scardinare «la Repubblica dei partiti» si è rivelata storicamente esatta. Tutto sta a stabilire, adesso, e possibilmente con il senno del poi, se ciò che è venuto dopo, tanto dal punto di vista dei governi quanto da quello dei soggetti politici, sia stato meglio, o peggio. O semplicemente un incubo, da cui sarebbe ora di svegliarsi.

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