Innovazione socialePerché il Recovery plan italiano dovrebbe garantire più risorse alla produzione creativa

Nel Piano nazionale si nota un eccesso di concentrazione per l’ambito infrastrutturale e tecnologico del settore cultura, a scapito dell’industria che valorizza il patrimonio artistico attraverso conoscenza e tutela, accessibilità e fruizione, e si collega all’educazione e al turismo sostenibile alimentando un prezioso ecosistema economico

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Se è vero che la Cultura e il Turismo sono settori chiave per l’Italia e la spesa ad essi correlata, come recentemente dimostrato per Matera, restituisce valore al territorio, allora il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presenta diversi limiti.

La parte dei fondi del Piano destinata alla Cultura è contenuta all’interno della Missione Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura, con risorse modeste in quantità. Su questo molti hanno già scritto e non vale la pena ripetersi. Ma è utile concentrarsi su come tali risorse verranno investite, perché hanno l’ambizione – e la giustificazione – di essere destinate alle future generazioni (Next Generation Eu è il nome di tutto il Piano, Patrimonio Culturale per la Prossima Generazione è il titolo di un Ambito di Intervento nella componente Turismo e Cultura 4.0).

Lo scorso anno la Corte dei Conti Europea ha rimproverato l’Italia per la mancanza di indirizzi chiari e di coordinamento nella spesa dei finanziamenti europei sulla cultura. Il recente sito OpenCoesione, l’iniziativa di open government sulle politiche di coesione in Italia, che rende accessibili i dati dei precedenti settennati su risorse programmate e spese, localizzazioni e ambiti tematici, evidenzia non solo una limitata capacità di spesa ma anche una scarsa efficacia. I difetti principali sono riscontrabili nella destinazione della spesa che ha troppo privilegiato la materialità degli obiettivi (il 93% alle infrastrutture fisiche e solo il 6% alle imprese), la frammentarietà dei progetti e dei destinatari (i luoghi puntuali non connessi ai territori e la dispersione in migliaia di centri di spesa) e la marginalità (l’assenza di interconnessione della cultura con una filiera verticale e orizzontale molto ampia, con impatti in ambiti diversi che vanno dallo sviluppo sostenibile alla qualità della vita).

Quanto agli indicatori di impatto basta osservare quelli legati ai visitatori, che pur sono una minima parte del potenziale, per mostrare la scarsa correlazione tra spesa e sviluppo: in Campania, ad esempio, regione ricca di Siti Unesco, gli indicatori sui visitatori tendono a crescere molto poco da metà anni Duemila ad oggi, cosa che non stupisce visto che nella stessa regione alcuni siti oggetto di costosi restauri sono rimasti per anni non visitabili.

Le prospettive delle Politiche di Coesione per il prossimo settennio mostrano un cambio di passo: non solo viene introdotto un nuovo obiettivo specifico dedicato alla Cultura e al Turismo Sostenibile nell’Obiettivo di Policy 4 riconoscendone quindi un ruolo sociale legato alle comunità urbane e territoriali anche in chiave di sviluppo, ma vengono anche suggerite nuove modalità di intervento ottimale con le quale valorizzare e gestire beni culturali con finalità di innovazione sociale, mediante forme di collaborazione strutturale tra attori pubblici, privati e cittadini, come i Partenariati Speciali pubblico-privati ai sensi dell’art.151.

E veniamo al Pnrr. Gli investimenti nella cultura intervengono in sintesi sotto i profili della digitalizzazione e della riqualificazione, anche intesa come efficientamento energetico degli spazi culturali, teatri e cinema.

Pur riconoscendo fin dalle premesse l’importanza della cultura per la coesione sociale, l’obiettivo della coesione sembra aver influito principalmente nella scelta di includere oltre ai grandi attrattori, isolati dal territorio, anche i luoghi minori, le periferie urbane, le aree interne. Scelta sicuramente lodevole che, in ogni caso, non è nuova perché già perseguita in molte precedenti programmazioni delle regioni del Sud, il cui esito, in assenza di efficaci, coerenti e partecipate strategie territoriali integrate, e pluriennali, è stato spesso una dispersione dei finanziamenti.

In ogni caso la preoccupazione maggiore riguarda l’eccesso di concentrazione su puntuali investimenti “hardware”, edili o tecnologici, a scapito di quegli investimenti “software” su nuovi modelli di governance integrata e partecipata, sul capitale umano, sulle filiere di imprese, cui è destinata una minima quota di investimento del 2% (Industria Culturale e Creativa) della pur minima quota del 2% dell’investimento complessivo per la ripartenza del paese.

Eppure è da questi soggetti che dipendono l’accessibilità, l’animazione, la produzione creativa nei luoghi del patrimonio culturale diffuso e i benefici correlati. Evidente è la differenza di peso nel confronto con la quota del 10% riservata allo sviluppo delle filiere dell’agricoltura sostenibile nell’ambito della missione Rivoluzione Verde.

Se nelle stesse pagine del Piano si legge del gap nel nostro Paese tra potenziale della cultura, brand attuale e peso nell’economia e del contributo del settore alla promozione di occupazione giovanile e femminile, non è certo mobilitata a questo scopo la filiera degli operatori della cultura e della creatività, così gravemente colpiti dalla crisi e con serie difficoltà di ripartenza, anche perché non sempre ristorati in modo adeguato per il tramite dei desueti criteri dei Codici Ateco.

Eppure nei capitoli successivi la cultura è sempre citata come elemento di corredo e premiante: una delle tematiche chiave su cui puntare per la piena fruibilità delle aree verdi e dei Parchi, per lo sviluppo del rapporto tra ricerca e impresa, per la qualità dell’abitare, per il riuso dei beni confiscati alle mafie, solo per citarne alcuni. Un ruolo strategico e trasversale coerente all’Agenda 2030 (incrocio tra cultura e Ambiente & Resilienza, Economia & Prosperità, Saperi & Competenze, Inclusione & Partecipazione) ma poco riconosciuto, premiato e facilitato nel Piano, anche in assenza di una Riforma dedicata.

E qui veniamo al tema delle riforme. Sono anni che nel nostro Paese si parla della necessità di una iniziativa legislativa per il riconoscimento unitario e il sostegno del comparto culturale e creativo. Per raggiungere questo obiettivo sarebbe necessario che il governo acceleri sulla definizione delle Imprese Culturali e Creative (ICC) e definisca all’interno di questo comparto la disciplina dei vari attori che compongono questo eterogeneo settore “industriale”.

In Italia il percorso di innovazione legislativa ha prodotto, negli ultimi anni, la nascita delle benefit corporation, delle start up a vocazione sociale, delle Imprese Sociali, delle società sportive non lucrative e degli Enti del Terzo Settore. Si tratta di forme imprenditoriali ibride ispirate ad un nuovo modello in cui le risorse umane, economiche e fisiche sono orientate a produrre esternalità positive nell’ambiente in cui operano.

Giustamente a questi soggetti il Pnrr affida la necessaria costruzione di una più diffusa necessaria infrastruttura sociale per il Paese. E l’infrastruttura culturale?

Particolarmente timido è stato invece il percorso fin qui seguito per giungere alla definizione di un corpus normativo capace di sostenere la crescita di quel prezioso ecosistema economico che ruota intorno alla creatività e alla cultura. Un ecosistema che è molto più ampio e diversificato del Terzo settore, all’interno del quale la cooperazione culturale e creativa, insieme alle imprese sociali, rappresenta la componente dell’economia sociale. Così in Europa almeno.

Il Ddl Turismo e Cultura tratteggiava alcuni di questi temi e conteneva un disegno per iniziare a costruire un progetto strategico per la cultura, introducendo alcune delle condizioni abilitanti che consentirebbero agli operatori della cultura e delle creatività di diventare motori: le zone franche cioè sburocratizzate e libere da autorizzazioni impossibili, la semplificazione per l’affidamento degli immobili pubblici inutilizzati, gli strumenti di incentivazione fiscale, gli strumenti per l’accesso al credito semplificati e dedicati come quelli necessari a cultura e creatività (fondo per lo sviluppo delle attività culturali e creative).

E ne occorrerebbero altri: la co-progettazione territoriale, il partenariato pubblico-privato come modello di governance delle strategie territoriali, l’incentivazione delle filiere e delle piattaforme di rete a sostegno delle stesse.

Un progetto che andrebbe arricchito e aggiornato rispetto alle esigenze che la pandemia ha posto ma ritardarne sine die l’approvazione rischierebbe di condizionare il processo di sviluppo delle Imprese culturali e del loro potenziale di innovazione per il prossimo decennio, nonché lasciarle fuori dalle grandi occasioni europee, il Piano dell’Economia Sociale, il New European Bauhaus, il Digital Education Action Plan – DEAP.

Un progetto che non può trovare risposta nella separazione tra cultura e creatività perché significherebbe spezzare quella circolarità che unisce conoscenza e tutela, accessibilità e fruizione, produzione e innovazione, ciclo che, a sua volta, si collega in una filiera verticale all’educazione e in orizzontale, nei territori, al turismo sostenibile.

Un paese, come ci ha ricordato il Presidente del Consiglio, fragile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale che nell’ultimo decennio ha registrato tassi di crescita nettamente inferiori rispetto a quelli dei principali paesi europei, con il tasso più alto di abbandono scolastico ed un preoccupante tasso di povertà (circa il 10% della popolazione), lento sul piano dell’innovazione e incapace di attrarre i giovani e le donne al mercato del lavoro, ha bisogno di fare leva su alcune delle sue principali risorse: la cultura e la creatività, troppo spesso evocate ma quasi sempre ignorate nei piani di sviluppo del paese.

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