Progettare il MezzogiornoI soldi del Recovery Plan per il Sud sono sufficienti, ma bisogna imparare a usarli

Le proteste degli amministratori locali che vorrebbero più finanziamenti per i loro territori dimenticano che non è la quantità di liquidità a generare valore e crescita, ma la qualità delle riforme strutturali associate agli investimenti

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«Il 40 per cento delle risorse territorializzabili del Piano sono destinate al Mezzogiorno, a testimonianza dell’attenzione al tema del riequilibrio territoriale». Lo scrive il presidente del Consiglio Mario Draghi nell’introduzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato alle Camere, alla vigilia della notifica alla Commissione Europea.

A questa cifra (circa 82 miliardi su 206 miliardi, i restanti 15 del Piano sono fondi non riconducibili a nessun territorio, tipo quelli per la digitalizzazione e il cloud della Pubblica amministrazione centrale o la sicurezza informatica), si è arrivati anzitutto grazie a un faticoso lavoro di ricognizione, sollecitazione e spesso difesa della “quota Sud” da parte del ministro Mara Carfagna.

Il Mezzogiorno potrà dunque beneficiare di una quota di risorse del piano più alta della sua popolazione (il 34 per cento del totale) e del suo Pil (il 22 per cento).

Dietro i numeri ci sono le cose concrete, come l’alta velocità e il potenziamento dei collegamenti ferroviari sull’intero territorio meridionale, l’aumento della capacità dei porti, la banda larga, l’innovazione e il trasferimento tecnologico, gli asili nido, gli investimenti per la transizione ecologica, la sanità, la modernizzazione della pubblica amministrazione. Interventi sistemici la cui portata economica e sociale e i cui effetti sullo sviluppo vanno ben al di là dell’orizzonte dei 5 anni previsti per la loro realizzazione.

C’è chi dice che il 40 per cento non sia sufficiente: lo hanno fatto i governatori di alcune delle principali regioni meridionali, poi una rete di sindaci riunitasi in piazza a Napoli a protestare e infine diversi esponenti parlamentari del Sud durante il dibattito in Aula.

L’argomento che usano è che l’entità del contributo all’Italia del Recovery and Resilience Facility (Rrf), sotto forma di trasferimenti e di prestiti, sia reso tanto imponente (191 miliardi) proprio dai più bassi indici di sviluppo e occupazione del Mezzogiorno, che spinge verso il basso l’Italia intera.

Dunque, rivendicano il 68 per cento del totale dei fondi. Perché il 68 per cento?

A questa quota arrivano calcolando quanto varrebbe l’insieme di prestiti e trasferimenti del Rrf se l’Italia intera avesse indici di reddito e occupazione del Centro-Nord (sarebbero circa 131 miliardi complessivi rispetto agli attuali 191) e dunque rivendicano la differenza di 60 miliardi per il solo Mezzogiorno.

«Ci hanno scippato 60 miliardi», tuonavano in piazza sindaci e loro sostenitori. Hanno ragione? Nelle premesse ma non nella conclusione.

È vero infatti che nell’assegnare le quote nazionali Bruxelles ha tenuto conto dei livelli di reddito pro capite e di occupazione dei diversi Paesi, incorporando quindi per l’Italia i più bassi parametri del Mezzogiorno, così come è corretto sostenere che tra gli obiettivi espliciti del Next Generation Eu ci sia la riduzione dei divari territoriali (così come quelli di genere e intergenerazionali).

Non è invece corretta la conclusione a cui giunge il movimento di protesta, e cioè che l’Unione europea imporrebbe l’uso al Sud di questo famigerato 68 per cento, né alcuna altra soglia specifica.

Nelle intenzioni delle istituzioni europee, non c’è alcuna visione ragionieristica e aritmetica del riparto territoriale dei fondi nel singolo Stato, non fosse altro perché non è la quantità della spesa a generare valore e crescita, ma la sua qualità e le riforme strutturali associate agli investimenti.

Posto che i due terzi dei cittadini italiani, quelli residenti nelle regioni del Centro-Nord, accettassero democraticamente un riparto dei fondi ancora più favorevole al Mezzogiorno, la domanda da porsi sarebbe un’altra: cosa si farebbe, al Sud, se il Recovery portasse più soldi? Il rischio molto concreto sarebbe quello di non impiegarli in tempo.

Sia Mario Draghi che Mara Carfagna lo hanno più volte esplicitato, da ultimo il premier nelle sue repliche in Senato: «Le risorse sono sempre poche, se non le si usa». Il ministro per il Sud ha spesso richiamato la necessità di focalizzarsi sulla reale capacità di attuazione dei progetti d’investimento nel Mezzogiorno, di fronte a una storia pluridecennale che racconta invece una estrema debolezza e lentezza.

Il Pnrr non è uno strumento per distribuire pani e pesci, né per gettare banconote da un elicottero, ma un piano di investimenti strutturali e di riforme sistemiche da realizzare in modo rigoroso entro il 2026.

Cinque anni, durante i quali c’è da seguire un cronoprogramma puntuale di stati di avanzamento e di riforme parallele, senza il quale la Commissione europea non potrà erogare i fondi.

La vera sfida del Piano risiede proprio nella capacità di spesa e nell’attuazione degli interventi infrastrutturali nei tempi dati, ma anche nella capacità di assorbimento da parte degli operatori economici privati degli incentivi economici previsti dal piano, come i fondi per la ricerca, Transizione 4.0, il sostegno alle piccole e medie imprese, il superbonus, e via discorrendo.

Se sul piano delle infrastrutture il Sud riceve una quota estremamente lusinghiera di interventi (superiori al 50 per cento), una porzione così alta sarebbe impossibile per le misure del Pnrr rivolte alle imprese: rappresentando il 22 per cento del Pil, il Mezzogiorno non ha la forza di assorbire il 40, il 50 o il 60 per cento dei fondi destinati – ad esempio – alla digitalizzazione del sistema produttivo o agli investimenti previsti per la sperimentazione delle stazioni di rifornimento a idrogeno.

Qualcuno potrebbe obiettare che allora il Piano avrebbe dovuto aumentare la quota di infrastrutture al Sud e ridurre le misure ad assorbimento da parte del sistema produttivo, ma questa scelta avrebbe probabilmente trasformato il Pnrr in qualcos’altro: non più un ambizioso programma di transizione dell’economia e della società nazionale verso le sfide globali e tecnologiche del prossimo decennio, ma una enorme replica emergenziale dei fondi strutturali europei e della politica nazionale di coesione.

Quest’ultima peraltro c’è e resta, e va semmai usata concretamente e con lungimiranza. Carfagna richiama spesso le cifre complessive che nei prossimi anni saranno movimentate al Sud, al netto del Pnrr.

Una programmazione del Fondo di Sviluppo e Coesione da 73 miliardi, di cui 58 al Mezzogiorno. È curiosamente la stessa entità del declamato “scippo” e serve – per legge – proprio per ridurre il gap tra Sud e resto del Paese.

Chi dice che i fondi Fsc sono “già” del Sud, dimentica che in passato queste risorse sono in larghissima parte rimaste inutilizzate, proprio per debolezza istituzionale, amministrativa e progettuale di chi dovrebbe beneficiarne: le regioni e gli enti territoriali meridionali.

Il ciclo di programmazione Fsc 2014-2020 aveva 60 miliardi programmati, di cui a oggi risulta speso poco più del 5 per cento. Lo stock di risorse programmate ma non usate negli ultimi cicli del Fondo di Sviluppo e Coesione (cicli 1999-2006, 2007-2013, 2014-2020) è di circa 140 miliardi di euro, la larga parte al Sud.

Forse è il momento di mettere fine alle polemiche sulle percentuali e sulle quote territoriali del Pnrr e di iniziare a progettare – con tutta la difficoltà del caso – una stagione in cui nel Mezzogiorno si colgono davvero le opportunità a disposizione. Che sono molte, dentro e fuori il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.