Una Legge che libera la vitaGli stereotipi e l’immaginario collettivo sul senso dell’ebraismo

In un articolo pubblicato su Repubblica lo scorso 3 aprile, Massimo Recalcati ribadisce una serie di luoghi comuni che hanno storicamente e fatalmente falsificato tanto il giudaismo quanto il cristianesimo. Espressioni che sono già state messe in discussione da diversi pensatori e che peraltro sono distanti anche dall’autentica predicazione gesuana

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In un articolo pubblicato su La Repubblica il 3 aprile scorso («Pasqua, la vita oltre la Legge»), Massimo Recalcati ripropone il classico stereotipo antigiudaico dell’equiparazione tra Legge e morte, elemento – è il caso di dirlo fin da subito – proprio del peggiore cristianesimo.

Dico peggiore, perché estraneo tanto all’autentica predicazione gesuana, quanto al cuore più proprio del messaggio dell’ebreo Paolo nel quale, in varie epoche, si è voluta rintracciare l’origine di quell’equiparazione.

Il tema suona ancora più stridente in giorni in cui la Pasqua cristiana è coincisa con la conclusione di Pesach, in un momento dell’anno che porta con sé un’indubbia valenza simbolica. Nonostante, infatti, si sia ben lontani dai foschi periodi nei quali il triduo pasquale veniva variamente caratterizzato dalle cacce all’ebreo deicida e “perfido”, i rigurgiti di taluni sentimenti antigiudaici e antisemiti tornano ad aleggiare prepotentemente nelle nostre società.

Recalcati scrive che al cuore dell’evento del Cristo-risorto sta la consapevolezza che «la vita giusta è la vita viva, è la vita che desidera la vita e che sa generare frutti» intendendo ciò come il «ripensamento radicale della nozione deuteronomica della Legge».

La Legge ebraica è – peraltro secondo una consolidata tradizione filosofica che trova nel giovane Hegel una delle espressioni più compiute – «antagonismo alla vita», «Legge del sacrificio», «Legge del culto masochistico del sacrifico», nonché principio oppositivo del desiderio.

Questo immaginario sul senso della Legge ebraica all’origine di tanti stereotipi antigiudaici, è stato radicalmente messo in discussione da pensatori come Cohen, Buber, Rosenzweig o Levinas; senza trascurare, peraltro, l’apporto decisivo di alcuni contributi di esegeti e storici del pensiero paolino come E.P. Sanders (un gesuita) o Daniel Boyarin (per non dire dei “nostri” Paolo De Benedetti, Piero Stefani, Claudio Gianotto e molti altri).

L’argomentazione di Recalcati è, tuttavia, più sottile: a suo dire, la predicazione di Gesù non si risolverebbe in una mera negazione della Legge, in un becero anomismo costituito dal suo completo rifiuto. Piuttosto, scrive Recalcati, la predicazione di Gesù invita a una «Legge che solleva l’uomo dal peso della Legge perché questa Legge – la Legge della buona novella – coincide con il desiderio dell’uomo stesso, con la sua forza affermativa».

Sebbene l’articolo non ne faccia menzione, questa Legge che “libera” dalla Legge, è essenzialmente una delle forme con cui la torah d’Israele viene presentata dal testo biblico: una Legge che libera dal potere schiavista dell’Egitto poiché “scelta” e non imposta, una Legge che chiede a ciascuno ciò che ciascuno è in condizione di dare, perché essa è essenzialmente la sostanza stessa delle cose e del mondo.

Dovrebbe far riflettere il fatto che in un antico e celebre commento al versetto dell’Esodo – «le tavole erano scrittura di Dio incisa su tavole» (Es,32.16) – i maestri della tradizione d’Israele invitino a non leggere «charut» (scrittura), ma «cherut» ossia libertà. Le parole, i “comandamenti” di Dio sono libertà su tavole, questo pensa – e ci dà da pensare – l’ebraismo. E proprio il filosofo Levinas si chiedeva quale fosse il senso di questa “difficile” – e, in certo modo, paradossale per il pensiero dell’Occidente (ma certo non per Kant) – libertà.

Ovviamente, qui non c’interessa la risposta ma la consapevolezza contenuta nella domanda. In questo contesto, al fine di provare l’oltranza della Legge gesuana di vita contro quella ebraica di morte, Recalcati si affida al sempiterno ricorso al capitolo 2 del Vangelo di Marco (Mc, 2.23-27), nel quale Gesù cura un malato durante lo shabbat e raccoglie delle spighe da un campo per sfamare i suoi discepoli. Replicando alle proteste di alcuni farisei che assistono alla scena, Gesù dice che «il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc, 2.27).

Un rovesciamento radicale della prospettiva ebraica, non fosse che la citazione evangelica compaia tale e quale in uno dei più autorevoli e antichi commenti al libro dell’Esodo, in cui sta scritto: «Lo Shabbat è stato dato a voi, non voi allo Shabbat» (Mekhilta su Es, 31.13).

Tutto questo era già chiarissimo agli occhi del rabbino e filosofo Leo Baeck che nel 1938, in piena Germania nazista, pubblicava il suo Il Vangelo: un documento ebraico (Giuntina 2004), grido disperato di contro l’orrore imminente: a maggior ragione, dovrebbe esserlo per Recalcati, autore raffinato, sensibile e dall’indiscusso carisma intellettuale.

Ora, non è mia intenzione sovrapporre o ridurre la prospettiva cristiana a quella ebraica, sarebbe storicamente scorretto e inutilmente apologetico. Dico solo che il problema porta con sé una complessità di cui l’articolo di Recalcati sembra non tenere minimamente conto, nonostante alcuni elementi facessero presagire il contrario.

Infatti, quello che in apertura appariva come un diverso valore conferito alla Legge da parte di Gesù si trasforma, poche righe più avanti, nell’affermazione di una «nuova Legge che autorizza a coltivare il proprio desiderio – la propria vocazione, i propri talenti – anziché reprimerlo», in una spirale del più scontato – e banale – sostituzionismo.

E certo, ci sarebbe da chiedersi cosa ne sia, in questa prospettiva, di Romani, 3.31 e del celebre adagio paolino «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge»), se il discorso si conclude con una lunga citazione agostiniana – e va detto: dell’Agostino più marcatamente antigiudaico – in cui viene sancita l’opposizione più dura tra Legge e grazia, senza segnare alcuna soluzione di continuità tra le due.

Così facendo, l’articolo finisce purtroppo col ribadire – sono certo in maniera del tutto inconsapevole, ma Recalcati sa quanto certe categorie di pensiero lavorino nella latenza – una serie di stilemi teologici e luoghi comuni esegetici che hanno storicamente e fatalmente falsificato tanto il senso dell’ebraismo quanto quello del cristianesimo, e per i quali il popolo ebraico ha pagato un prezzo straordinariamente troppo alto negli ultimi duemila anni della propria storia.

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