L’ultimo samuraiPerché il Giappone è tornato ad apprezzare Yukio Mishima

Tenuto da parte per 50 anni, lo scrittore che decise di uccidersi con il rituale del seppuku torna nelle librerie, nei convegni e nei programmi televisivi del suo Paese. Una riscoperta dettata non dall’ideologia nazionalista ma da qualche altra nota più profonda

da Wikimedia Commons

Yukio Mishima è tornato. Lo scrittore giapponese, che si suicidò il 25 novembre 1970 facendo seppuku in televisione, ha ricominciato a godere di una certa popolarità sia in Giappone che nel resto del mondo. Ci è voluto del tempo: il suo colpo di Stato, tanto inverosimile quanto fallimentare, lo portò – per disperazione? – a togliersi la vita, di fronte all’esercito che lo derideva e dopo la lettura di un proclama definitivo. Il gesto ribaltò tutto, diede nuovo senso ai suoi libri (che in Italia erano usciti per Feltrinelli) e contribuì a caricare di un valore ambiguo la sua figura.

In patria il suo bellicismo era scomodo, la sua visione nazionalista e nichilista in contrasto con il nuovo corso politico giapponese. In breve, uno degli autori più importanti di quel periodo, amato da Kawabata e Tanizaki, fu lasciato da parte.

A 50 anni dalla morte, le cose stanno cambiando. Come ricorda Stephane Giocanti su Le Figaro, è appena finita la pubblicazione definitiva della sua opera omnia, cioè 44 volumi per un totale di 20mila pagine, da parte della casa editrice Shinchosha. Intanto aumentano discussioni, tesi e ricerche su di lui, in tutte le lingue. Nel 2012 è uscita la sua biografia, “Persona”, a opera di Naoki Inose e Sato, il suo lavoro è entrato a far parte dei curricula delle università americane, nel 2019 si è tenuta una conferenza su di lui a Parigi, mentre in Giappone è diventato il soggetto di film e documentari.

Insomma, la notizia è che, ormai, si può apprezzare l’autore del “Padiglione d’oro” senza passare per nazionalisti (in Giappone) o estremisti di destra (nel resto del mondo). Quello che rimane del culto reazionario, ormai smarrito, che avvolse la sua figura dopo il suicidio rituale, è solo il profondo nichilismo, che – sostiene Giocanti – somiglia molto a quello che oggi anima i giovani giapponesi, ormai scacciata ogni speranza collettiva.

È il principio della maschera: forma di protezione individuale, riparo dalla realtà, cui si aggiungono altri elementi di contorno che ne arricchiscono il fascino. Tra questi l’amore per l’oscurità, la notte, la bellezza tragica, la presa di coscienza della propria nullità e la fine dei valori. Dove il fallimento diventa eroismo.

Nonostante i frequenti richiami alla cultura europea (addirittura, la visione romantica del Giappone di Mishima sarebbe derivata dalla rivisitazione europea, da cui lui attinge), si tratta di un complesso di idee che attinge alla tradizione buddhista yuishiki (vedere la tetralogia “Il mare della fertilità”) e che l’autore convoglia in una lettura della realtà nazionale dalla nostalgia ormai fuori tempo massimo.

Mishima, utilizzando lo scudo di una mitologia spenta, raccontava i silenzi del dopoguerra giapponese, dava un senso alla frustrazione di un Paese che non si scopriva solo sconfitto, ma sconfessato: quello che era stato vero fino a un giorno, divenne falso dal giorno successivo.

Forse è questa verità, più che la grottesca messinscena dell’onore samurai conclusa con la sua morte, a fare presa oggi.

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