RimozioniIl Pd ammette che Conte è caduto per ragioni politiche, ma non vuole dirci quali

Mentre Orlando, Bettini e il resto della sua area di pensiero plurale (non chiamatela corrente) rilanciano la tesi della «convergenza di interessi» ostili (non chiamatelo complotto), Letta ribadisce di pensarla diversamente, ma non spiega come

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Il dibattito innescato dalle parole di Goffredo Bettini sulla caduta del governo Conte, dovuta a suo giudizio a «una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli», ha permesso di chiarire molte cose dentro il Partito democratico, a cominciare dal ruolo di Bettini e della sua «area di pensiero plurale» (per gli amici: App), tranne una: le ragioni della caduta del governo Conte.

Enrico Letta ha infatti tenuto a far sapere subito a tutti i giornali di non condividere affatto la «personalissima elaborazione» di Bettini, essendo convinto al contrario che il governo Conte sia caduto per ragioni «tutte politiche». Ma proprio a questo punto, sul più bello, si è fermato.

Quali siano state tali ragioni tutte politiche, infatti, non lo ha detto mica. Se non è stato un complotto degli americani, della Confindustria o dei poteri forti, si può sapere, secondo Letta, per quale motivo è caduto?

In parte, ma è un problema che Letta condivide con la quasi totalità dei commentatori, e dunque sarebbe ingiusto farne colpa soltanto a lui, c’è il problema di Matteo Renzi.

Si è prodotta infatti una situazione davvero bizzarra, in cui tutti, da Carlo Calenda ad Andrea Orlando, a buona parte degli osservatori, prima hanno denunciato l’irresponsabilità della manovra condotta da Renzi per mettere in crisi il governo Conte, quindi hanno salutato con entusiasmo la nascita del governo Draghi (Orlando fino al punto da entrarvi come ministro), che di quella crisi è stato la diretta conseguenza.

Si dirà che Renzi ormai gode di buona stampa solo a est del Giordano, e viste le sue dichiarazioni sul Rinascimento saudita è anche giusto che sia così. Può darsi. In ogni caso, considerando i sondaggi, ormai è più un problema sociologico (cioè di sociologia, o psicopatologia, dei gruppi dirigenti) che un problema politico.

Ma al di là del ruolo di Renzi, resta aperta la questione: accertato che a innescarla è stato lui, quali sarebbero le ragioni «tutte politiche» per cui il governo non è riuscito a evitare la crisi, né a rialzarsi dopo, ed è stato necessario sostituirlo?

Del resto lo stesso Bettini, al termine della presentazione della sua App, lo ha ribadito forte e chiaro: «Se ho parlato di una convergenza di interessi per far cadere Conte è perché sul governo c’è stato un bombardamento che andava molto oltre i suoi difetti, che pure ci sono stati. Al di là di Renzi c’è stata una sproporzione, qualcosa di più grande si è mosso».

Seguito su questa linea dallo stesso ministro Orlando: «Non credo ci sia stato un complotto, ma c’è stata sicuramente un’ostilità diffusa nelle élite del Paese che vedono il populismo come un fungo spuntato all’improvviso».

Non chiamatelo dunque complotto, chiamatela pure convergenza, ma in ogni caso la posizione dell’area di pensiero bettiniana (che non va chiamata corrente) è piuttosto chiara. A non essere chiara è la linea di chi, nel Partito democratico, dice di pensarla diversamente, ma non ci dice come, a cominciare dal segretario.

Tra le poche eccezioni, si segnala l’intervista a Repubblica di Enrico Morando, che è stato forse il primo a sciogliere finalmente l’enigma: la ragione politica della caduta di Conte, ha spiegato, è la sua incapacità di dare risposta ai due problemi principali del Paese, vale a dire vaccinazioni e Recovery Plan.

Vedremo se e quanto il governo Draghi si dimostrerà capace di fare bene su entrambi i fronti (fare meglio sarebbe obiettivamente troppo facile), ma intanto sarebbe interessante capire se il Partito democratico nel suo complesso, e anzitutto il suo vertice, se la sente di sottoscrivere tale giudizio. E quali conseguenze intenda trarne per il futuro.