Conformisti & CominformistiIl caso Bettini dimostra che Letta non può stare «con Draghi ma anche con Conte»

Il Pd è il primo partito nella storia a denunciare un complotto ordito con l’obiettivo di insediare un governo di cui fa parte. Ma se quello di prima era il governo Allende, ciò significa che i Democratici, oggi, stanno con Pinochet. Quanto possono andare avanti così?

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E così finalmente ieri ha preso vita la cosa voluta da Goffredo Bettini (lui, come ogni capocorrente che si rispetti, prega di non chiamarla corrente, definendola piuttosto un’«area di pensiero plurale», che però come definizione è lunghetta, per cui proporrei di chiamarla semplicemente App). L’occasione per muovere i primi passi – all’App di Bettini – l’ha offerta l’iniziativa di presentazione del suo manifesto, che per la verità sui giornali si era già presentato egregiamente da sé, anzitutto per quel passaggio sul governo Conte, caduto «per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile». Probabilmente il Partito democratico è il primo partito nella storia a denunciare un complotto internazionale ordito con l’obiettivo di insediare un governo di cui fa parte.

Com’era facilmente immaginabile, il passaggio ha suscitato qualche imbarazzo a largo del Nazareno. Il segretario è corso a ripetere a tutti i giornali, con buone ragioni, che il governo Draghi «è il governo del Pd di Letta», mentre quella di Bettini è una sua «personalissima elaborazione». Un po’ meno convincente appare però l’osservazione secondo cui tale elaborazione sarebbe stata proposta «malgrado Conte, che non risulta abbia mai esposto teorie dello stesso tenore» (i virgolettati sono quelli che Repubblica ieri attribuiva direttamente allo staff di Enrico Letta). Una forma di ma-anchismo – stiamo con Draghi, ma anche con Conte – che in questo contesto appare sempre meno sostenibile.

Ma il segretario non è l’unico a essere rimasto spiazzato. Tanto che nel suo partito è tornata di moda una battuta di Claudio Petruccioli, affidata a un’intervista al Riformista di circa un mese fa dal titolo: «No, Bettini, Conte non è Allende» (già a febbraio, infatti, il prolifico dirigente del Pd aveva spiegato, in un articolo sul Foglio, che il governo Conte era caduto perché non abbastanza affidabile «per il salotto buono della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d’assalto Confindustria»). Battuta illuminante, quella di Petruccioli, che impone però agli stessi dirigenti del Pd di trarne almeno due conseguenze. Quando avranno finito di sghignazzare, s’intende.

La prima è che, se Conte era Allende, ciò significa che loro, attualmente, stanno con Pinochet. D’altra parte, se il governo precedente è caduto per un complotto internazionale ordito dagli epigoni di Henry Kissinger, e siamo dunque dinanzi a una gravissima violazione della sovranità nazionale e a un’inaccettabile interferenza nella nostra vita democratica, come si spiega che chi oggi coraggiosamente denuncia un simile golpe, invece di stare sulle montagne con i partigiani, sta al governo con i golpisti?

Ma soprattutto – seconda logica conseguenza della tesi bettiniana – se il precedente governo è stato fatto cadere perché considerato una minaccia per la collocazione atlantica dell’Italia, non essendoci più né il Partito comunista italiano né il Patto di Varsavia, è lecito domandarsi dove diavolo quel governo ci stesse portando. A meno di non volere accreditare l’idea che il vero colpo alla posizione internazionale del governo Conte sia stato semplicemente la caduta di Donald Trump. Posizione legittima, che potrebbe trovare più di una pezza d’appoggio (dal viaggetto di William Barr in Italia per ottenere patacche da usare contro il candidato Joe Biden dai nostri servizi, cortesemente messi a sua disposizione da Palazzo Chigi, alla simpatica sfilata lungo tutta la penisola dei camion militari russi nel marzo 2020), a condizione d’intendere la presidenza Trump come avanguardia delle posizioni putiniane. Resta comunque assai arduo spiegare perché Giuseppe Conte, punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti, fosse così strettamente legato a Trump, che certo non si può definire progressista, e infatti, in Italia, era semmai il punto di riferimento di Matteo Salvini e Giorgia Meloni (oltre che dei cinquestelle, ovviamente).

Insomma, si direbbe che i vecchi schemi cominformisti sul governo rovesciato da un complotto atlantico non siano di grande utilità per capire la situazione internazionale di oggi. In compenso, aiutano a capire in che situazione si è messo il Pd, dove i cominformisti, come si vede, non mancano. E nemmeno i conformisti.

Pensare di uscirne tenendo il piede in due scarpe, come Letta ha tentato di fare finora, è evidentemente un azzardo, e su questa strada non c’è bisogno di una particolare capacità profetica per prevedere che le occasioni di imbarazzo si moltiplicheranno.

Ripetere che il governo Draghi è il «governo del Pd di Letta», ma al tempo stesso pretendere di ricostruire una specie di nuovo Ulivo con Conte, i cinquestelle e tutti quelli che ogni giorno parlano dell’attuale esecutivo come di un governo fantoccio imposto dall’imperialismo yankee, obiettivamente, è troppo anche per il più agile e snodato degli equilibristi democristiani. E Letta, in questa fase, non appare né particolarmente agile, né particolarmente democristiano. Purtroppo.