Quesiti linguisticiChe cos’è il “pezzotto”? Risponde la Crusca

Indica l’“oggetto contraffatto”. Era una specie di morsetto usato dai falegnami per tenere fermi i pezzi di legno durante la lavorazione o anche una toppa per i sarti

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono quale sia l’origine del termine pezzotto nel senso di ‘(oggetto) falso, contraffatto’.

Risposta
Un caso di cronaca di qualche tempo fa (l’ampia operazione, denominata “Eclissi”, condotta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine in Italia e in altri paesi europei contro la pirateria televisiva online) sembra aver procurato una certa notorietà a un termine di origine napoletana, pezzotto, di uso piuttosto comune, come sostantivo o anche aggettivo, a Napoli e nelle zone limitrofe in riferimento a qualcosa di ‘falso, contraffatto’ (come, per citare qualche esempio spigolato fra i titoli dei quotidiani locali campani, le scarpe pezzotte, imitazioni di calzature di grandi marchi, le più recenti mascherine pezzotte, non autorizzate e non a norma, il pezzotto del Viagra, un surrogato del noto farmaco):

Pirateria, blitz contro il pezzotto: oscurato Xtraem Code. Gdf: “Abbonati rischiano carcere” (“la Repubblica” 18/9/2019)

La retata della pay-tv “pezzotta”. Multe per i 700 mila abbonati (“il Fatto Quotidiano”, 19/9/2019)

Abbonamenti pirata pay tv, denunciati 223 utenti del «pezzotto» Sky: rischiano otto anni di carcere (“Corriere della sera”, 19/2/2020)

TV pirata: ecco cosa rischia chi ha usato il “pezzotto” (“Panorama”, 19/2/2020)

223 persone sono state denunciate per aver usato il “pezzotto”, il dispositivo per vedere illegalmente i canali tv a pagamento (“il Post”, 19/2/2020)

Va detto che nell’italiano comune non mancano i termini (anche di registro colloquiale, come farlocco o tarocco) semanticamente affini al napoletano pezzotto, la cui incipiente diffusione, almeno nell’uso giornalistico, anche fuori della Campania, sarà verosimilmente da ricondurre alla sua recente specializzazione (nel gergo criminale e di qui nell’uso degli inquirenti e dei giornalisti) a indicare proprio il decoder pirata, il dispositivo adoperato – è bene precisarlo – in tutta Italia, e non solo a Napoli, per vedere illegalmente i canali televisivi a pagamento italiani ed esteri (si vedano, al riguardo, i vari servizi realizzati sul fenomeno criminale del “pezzotto” dalla popolare trasmissione televisiva Le Iene, già a partire dall’aprile del 2019).

In realtà, come abbiamo visto sopra, nel dialetto napoletano e nell’italiano regionale campano la parola pezzotto e i suoi derivati, il verbo (ap)pezzottare, l’aggettivo verbale (ap)pezzottato e il nome d’agente pezzottaro, hanno un valore semantico che rimanda all’idea di ‘falso, falsificare, falsificatore’ in generale (si consideri anche, ad esempio, un’espressione come notizie pezzottate, pronunciata qualche anno fa da un deputato campano col senso sostanzialmente di ‘fake news’). Quest’uso di pezzotto (e famiglia lessicale) è noto – come documenta Nicola De Blasi (Nuove parole in città, pp. 288-291) – almeno da un trentennio, inizialmente in riferimento “alle auto rubate e al numero di telaio ‘riciclato’”, poi via via a tutto ciò che si può falsificare, imitare, dagli oggetti venduti in particolare sulle bancarelle (come musicassette, videocassette, CD, DVD, vestiti, borse, occhiali da sole) fino appunto ai prodotti tecnologici più avanzati come il decoder pezzotto. Inoltre, come spiega ancora De Blasi: “La diffusione attuale della parola deve la sua fortuna nel lessico giovanile, dove ormai circola nel senso più generale di prodotto adulterato o perfino di ‘cosa di dubbio gusto’, ‘oggetto kitsch’”.

Ma se i valori semantici dei termini fin qui notati possono considerarsi recenti, non può dirsi lo stesso della forma pezzotto (che dal punto di vista etimologico costituisce evidentemente un diminutivo di piezzo ‘pezzo’, senza il dittongo metafonetico, visto lo spostamento d’accento sul suffisso), la quale è documentata in napoletano già alla fine del Seicento con l’accezione di ‘piccolo spazio di tempo’ (cfr. Rocco, s.v. pezzotto); poi nel Settecento con quella di ‘mancia, dono in denaro’ (forse da piezzo nel significato antico di ‘moneta’), che si ritrova anche in siciliano (cfr. VS, s.v. pizzottu3) e nel dialetto teramano (cfr. DAM, s.v. pəzzóttə); quindi nell’Ottocento per indicare ‘una specie di morsetto usato dai falegnami per tenere fermi i pezzi di legno durante la lavorazione’.

Il tipo lessicale pezzotto – che d’altra parte si è prodotto e può prodursi facilmente e indipendentemente (per poligenesi) nella lingua e nei dialetti italiani – lo ritroviamo anche nell’italiano antico con il significato di ‘piccolo pezzo, piccola quantità di una sostanza solida’ (ma si tratta comunque di una presenza assai rara e minoritaria rispetto al tipo pezzetto; cfr. GDLI, s. v. pezzòtto); in genovese, dove in passato con pessotto (o, italianizzato, pezzotto) si indicava “la pezzuola o il velo che copre il capo delle donne e scende sulle spalle”, altrimenti detto mèsero (cfr. Olivieri, s.v. pessotto); mentre oggi è adoperato specialmente per denominare un tappeto tipico dell’artigianato della Valtellina, confezionato con ritagli di stoffa di colori diversi.

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