L’evoluzione del giocoLa Super League renderà il calcio più popolare del modello attuale

Si leggono un sacco di critiche insensate alla nuova competizione: si dice che rubi il calcio ai tifosi, alle persone, ma invece ne raggiungerà molte di più, ed è il motivo per cui JP Morgan è disposta a investire tanto. I club fondatori andrebbero rimproverati per la discutibile scelta di tempo, la scarsità di dettagli tecnici e organizzativi, la mancata adesione di alcune grandi squadre

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Pubblichiamo un thread dell’economista Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente dell’Area Strategia della SDA Bocconi, sul dibattito sulla Super League

Gli argomenti usati nella reazione quasi unanime dei politici sulla Super League evidenziano due cose: a) I politici non hanno scrupoli a strumentalizzare lo sport a fini di consenso, invece di rispettarne l’autonomia; b) I politici non capiscono molto di economia dello sport.

La Super League può legittimamente non piacere ai tifosi. Ma chi deve garantire le regole della competizione di mercato non può fare affermazioni senza fondamento.

Ciò che fa sorridere è la surreale ragione invocata da alcuni politici: «Il calcio è del popolo». Ma la Super League è tale proprio perché estremamente più “popolare” di Benevento-Spezia. Sarà ricca solo se sarà popolare. Se così non fosse, JP Morgan non ci avrebbe investito miliardi.

L’altro errore di analisi economica è sostenere che la Super League “rubi” i soldi al resto del calcio. I ricchi più ricchi, i poveri più poveri. È una fallacia. Il progetto accresce la torta economica che media e sponsor allocano al calcio, con ricadute positive sullo sport.

Quanto all’argomento della presunta “funzione sociale dello sport”, è semmai vero il contrario: una maggiore “popolarità” globale del calcio – molto più probabile con la Super League – incentiverà una maggiore partecipazione sportiva tra i giovani di tutto il mondo.

Altra fallacia logica è sul concetto di “merito” nel calcio. Esso può essere applicato solo agli sportivi, non alle squadre, tra le quali non sempre vince chi merita. Nel modello Super League – molto diverso dalla Nba – la selezione dei talenti non cambierebbe rispetto a oggi.

Le critiche al modello Super League andrebbero piuttosto fatte in mancanza di un rigoroso schema di fair play finanziario, di un processo di gestione dei vivai e selezione dei talenti e di un robusto sistema di audit indipendente sulla gestione tecnica e sportiva.

I punti critici del progetto Super League sono semmai la discutibile scelta di tempo, la scarsità di dettagli tecnici e organizzativi, la mancata adesione di grandi squadre tedesche, francesi, olandesi, portoghesi. Ma i club siano liberi di sbagliare, senza l’aiuto della politica.

Il giudizio sui commenti dei politici italiani che si sono espressi in queste ore sulla Super League è invece esplicito: ignoranza crassa, populismo triviale, fake news, paternalismo. Esperimento naturale perfetto che fa capire perché il Paese è specchio del suo calcio. Fallito.

Il progetto Super League è razionale in termini economici ma tuttora ingiudicabile dal punto di vista sportivo, per carenza di dettagli organizzativi. Ma se l’Uefa fosse stata meglio gestita negli ultimi anni, non saremmo probabilmente arrivati a questa inopinata rottura.

La superficialità che si continua a leggere nei commenti politici sulla Super League è sconcertante. Si può essere legittimamente contrari a un progetto sportivamente ancora poco strutturato e zoppo, ma la retorica del «Salviamo i campionati nazionali» è falsa e pelosa.

Il progetto Super League è chiaramente alternativo alla Champions, per calendario e (abbozzato) modello organizzativo. NON è concorrente ai campionati nazionali, dai quali anzi trae candidati per licenze al torneo (anche pluriennali), come succede da anni in Eurolega basket.

È imbarazzante leggere affermazioni economicamente e giuridicamente insensate («il calcio appartiene ai tifosi») non sugli editoriali della rosea Gazzetta (sempre sia lodata) ma nelle dichiarazioni ufficiali di politici e capi di governo. Il populismo dilaga, la reputazione scema.

La politica italiana ha perso l’ennesima occasione per dimostrare di essere all’altezza delle sfide globali. Il calcio è l’unica Netflix naturale e globale del continente. Può non piacere questo specifico progetto (neanche a me) ma il provincialismo strumentale è becero.

Vedere come la politica giudica il mercato dello sport, mischiando paternalismo e crassa ignoranza economica, è un test perfetto per valutarne le infime capacità di analisi e discernimento. Affidare il Paese a gente non migliore dei suoi commenti da bar è suicidio annunciato.

Per capire i valori economici in gioco nell’attuale Uefa Champions League bisogna iniziare a comparare questi numeri con i 3,5 miliardi anticipati da JP Morgan alla Super League e poi commentare i criteri di scelta razionale per un manager di club sportivo. Così si imposta l’analisi.

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