La rivoluzione verde di BidenIl piano americano per riscrivere l’agenda internazionale sul clima

Dalle 14 del 22 aprile fino a venerdì 23, quaranta leader mondiali e altre personalità di rilevanza internazionale si riuniranno per parlare del futuro del pianeta. Il summit, voluto dal presidente degli Stati Uniti, farà capire quali obiettivi potrebbero essere raggiunti in occasione dalla COP26 di Glasgow, prevista a novembre  

LaPresse

Dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030. È a questo che mira il piano climatico di Joe Biden, un progetto con cui il presidente degli Stati Uniti intende riaffermare la leadership americana sui cambiamenti climatici, raddoppiando di fatto l’impegno assunto dall’amministrazione Obama.

Per raggiungere questo ambizioso obiettivo sarà indispensabile liberare tutti i settori dell’economia da petrolio, gas e carbone.

L’appuntamento cade in occasione della 51esima giornata dedicata alla Terra, un buon momento per il vertice virtuale di due giorni sul clima che Biden ha desiderato tenere insieme ad altri 40 leader mondiali ma anche altre figure di rilevanza internazionale come Papa Francesco e il presidente della Banca Mondiale David Malpass.

La giornata del summit è stata aperta il 22 aprile, alle 14 (ora italiana), da Biden e dalla vicepresidente Kamala Harris mentre quella di venerdì verrà inaugurata da John Kerry, inviato speciale del presidente americano per il clima, e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Seguirà una sessione, dedicata ai vantaggi economici della lotta al climate change, cui parteciperà il fondatore di Microsoft Bill Gates, che interverrà in qualità di fondatore di Breakthrough Energy, un fondo di investimento che sostiene progetti per la riduzione delle emissioni climateranti.

Tra i leader internazionali partecipanti sono attesi il presidente cinese Xi Jinping ma anche il presidente russo Vladimir Putin e quello brasiliano, Jair Bolsonaro, con cui Biden sta negoziando un piano per salvaguardare la foresta pluviale.

È in calendario anche un intervento del primo ministro britannico Boris Johnson, della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Parteciperanno anche il primo ministro Narendra Modi dell’India, il presidente Moon Jae-in della Corea del Sud e quello del Giappone Yoshihide Suga. Poi il re Salman dell’Arabia Saudita, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello messicano Andrés Manuel López Obrador.

Il nuovo impegno a stelle e strisce

Rispetto all’ex amministrazione democratica di Barack Obama, l’impegno assunto da quella attuale sarà più significativo: la prima si era impegnata in una riduzione delle emissioni climalteranti tra il 25 al 28% entro il 2025. La seconda punterà invece a una quota compresa tra il 50 e il 52% entro il 2030.

Con questo appuntamento nell’agenda statunitense, Biden intende dimostrare quanto sia stato inappropriato l’approccio del suo predecessore Donald Trump, che aveva portato il Paese fuori dall’Accordo di Parigi, contrastando le principali politiche climatiche federali e locali, e sollevando polemiche con i principali esperti del settore, continuamente derisi.

Come riporta il New York Times, in un confronto con i giornalisti dello scorso mercoledì, un alto funzionario dell’amministrazione ha affermato che il nuovo obiettivo farebbe degli Stati Uniti un esempio da seguire per altri Paesi come Canada, Giappone, Argentina e Corea.

Il progetto di Biden è stato accolto con favore sia dagli attivisti ambientali che dal mondo dell’imprenditoria e della politica democratica, perché ritenuto tanto ambizioso quanto raggiungibile. E, soprattutto, indispensabile per frenare l’impennata del riscaldamento globale, con tutte le conseguenze nefaste che conosciamo e che abbiamo potuto constatare negli ultimi anni, con lo scioglimento dei ghiacci in Artide e il divampare di devastanti incendi in Siberia, California, Amazzonia e Australia, per esempio.

«Gli obiettivi di riduzione delle emissioni dell’amministrazione sono tecnologicamente fattibili e alla nostra portata», ha sottolineato al New York Times il senatore democratico Edward J. Markey.

Biden avrà, tuttavia, un bel da fare per rassicurare e ottenere il sostegno repubblicano: dovrà far capire che le sue promesse troveranno un riscontro reale molto di più di quelle avanzate da Barack Obama.

«Il popolo americano non ha bisogno di impegni arbitrari o dell’approccio di comando e controllo dei democratici che potrebbe paralizzare la nostra economia senza affrontare il vero problema che sono le emissioni globali», ha ricordato il repubblicano Kevin McCarthy, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato della California. Parallelamente, secondo il senatore repubblicano del Wyoming John Barrasso, il progetto climatico di Biden impegnerebbe unilateralmente l’America in un piano sulle emissioni drastico e dannoso che danneggerebbe l’economia degli Stati Uniti e incentiverebbe quelle di Paesi come Cina e Russia.

Il rientro degli Stati Uniti nell’accodo di Parigi è stato accolto con favore dai leader mondiali, che rimangono però diffidenti dall’amministrazione americana che nel corso degli anni ha dimostrato interessi schizofrenici in ambito climatico. Bill Clinton aveva spinto per la creazione del protocollo di Kyoto nel 1997, primo trattato mondiale sul clima, poi osteggiato dal successore George W. Bush. Stessa cosa è accaduta vent’anni più tardi con l’accordo di Parigi, voluto da Obama ma non dal successore Trump.

Il caso della Cina

Tra gli interventi più attesi al vertice c’è sicuramente quello del presidente cinese Xi Jinping, che guida il più grande produttore mondiale di gas serra e il più grande consumatore di carbone. Cioè della principale fonte di emissioni climalteranti. Insieme agli Stati Uniti, la Cina produce il 42% delle emissioni di gas serra del mondo.

Pechino è tuttora impegnata a costruire nuove centrali a carbone, in patria come all’estero: questo costituisce un esempio di una tendenza globale, incentivata anche dall’India e dal Sudest asiatico, che minaccia le possibilità di contrastare l’avanzata del climate change.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia la domanda di carbone è destinata a raggiungere il suo picco quest’anno: un grave problema che acuirà l’inquinamento atmosferico nelle aree in cui questa fonte di energia fossile viene bruciata e estratta e che ostacolerà il progetto di riduzione delle emissioni globali di gas serra entro il 2030.

L’impegno europeo

Al contrario, l’Europa si presenterà al meeting con le carte in regola dopo una maratona negoziale di 14 ore antecedenti alla vigilia del summit in cui l’Unione ha stabilito, se pur informalmente, i nuovi impegni per raggiungere entro il 2030 una riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990 e conseguire la neutralità climatica entro il 2050.

La Commissione europea ha adottato un primo insieme di criteri tecnici per la cosiddetta finanza verde, quindi per individuare le attività economiche da sostenere e premiare per la loro valenza ambientale. È stato invece rinviato a giugno la decisione decisione su gas e nucleare, due fonti che diversi Paesi considerano tuttora indispensabili per assicurare la transizione ecologica.

Le potenzialità del vertice statunitense in attesa della COP26 di Glasgow

In attesa della prossima Conferenza sulle parti delle Nazioni Unite che si terrà, in parternship con l’Italia, in autunno nel Regno Unito, il presidente della COP26 Alok Sharma si aspetta di capitare principalmente due aspetti che emergeranno dal vertice della Casa Bianca: quanti Paesi assicureranno di aumentare l’ambizione sul clima entro il 2030 e quali investimenti garantiranno per raggiungere questo obiettivo.

«Voglio vedere se stiamo facendo progressi apprezzabili sulla strada per la COP26», ha sottolineato in un’intervista telefonica Sharma, che si è detto incoraggiato dalle sue conversazioni con John Kerry, l’inviato speciale degli Stati Uniti per il cambiamento climatico, ma anche pronto ad ascoltare i piani della Cina, osservando che altri Paesi orientali, Giappone e Corea del Sud in testa, avevano già annunciato un programma di riduzione delle emissioni nette a zero netto entro il 2050, con 10 anni di anticipato rispetto a quello cinese.

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