Il corvo e i falchiIl contrappasso di Davigo e la lezione per i giustizialisti italiani

L’ex magistrato di Mani Pulite vive una amara condizione di solitudine, circondato dal generale imbarazzo. Ma è inutile inseguire mediaticamente un responsabile simbolico perdendo di vista il quadro d’insieme che sembra assai più grave delle presunte bizzarrie a lui attribuite. Chissà se alla fine capirà che le garanzie non servono a occultare la verità ma a impedire che quest’ultima venga sepolta sotto le bugie interessate

Credit Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images

L’immagine di Piercamillo Davigo (d’ora in avanti PCD) braccato davanti al supermercato dal solito reggi-microfono che lo insegue semplicemente per esporlo al pubblico ludibrio, potrebbe essere una sorta di gustosa nemesi per chi ha dovuto sorbirsi le sue tirate e i suoi aforismi contro lo Stato di diritto.

A lui, che ha sempre sostenuto l’importanza del giudizio etico della pubblica opinione, tocca sottostare al processo in contumacia celebrato domenica sera da Massimo Giletti e il suo ex braccio destro e delfino Sebastiano Ardita, da cui oggi lo separa un profondo rancore dalle misteriose origini.

A lui, proprio a lui, ex colleghi ed ex amici contestano di aver prima occultato e poi fatto uso improprio di alcuni brogliacci («copiacce», le definisce Ardita) degli interrogatori con cui a fine 2019 l’avvocato Piero Amara ha rivelato l’esistenza di una misteriosa loggia,“Ungheria”, con iscritti di primissimo piano tra gli altri vertici dello Stato ai magistrati della procura milanese, tra cui Paolo Storari (che quelle copie aveva dato proprio a Davigo).

La piega degli eventi è poi precipitata con l’incredibile particolare riferito, attraverso Adnkronos, dal presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, per cui l’ex eroe di Mani Pulite era uno dei «punti di riferimento per quanto riguarda l’azione in termini di politica giudiziaria», di una confidenza fatta «nella tromba delle scale» sulla presenza di Ardita nella presunta Loggia, particolare smentito da Davigo.

È interessante rilevare che il periodo in cui l’allora consigliere del Consiglio superiore della magistratura si attivava per mettere a conoscenza le massime cariche istituzionali della grave notizia di reato (il vicepresidente del Csm David Ermini e il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi) precedeva di pochi mesi il voto per la permanenza dello stesso Davigo nell’organo di autogoverno dei magistrati in cui i voti della sua corrente, di cui Ardita era il numero due, avrebbero dovuto essere fondamentali e invece è stato abbandonato dagli ex compagni.

L’impressione è che oggi Davigo viva una amara condizione di solitudine, circondato dal generale imbarazzo, e non è mancato chi come Luciano Capone, giornalista del Foglio, ha addirittura sollecitato l’iscrizione di PCD nel registro degli indagati della Procura di Brescia, che sta conducendo l’indagine sulla fuga di notizie sui verbali di Amara. Andiamoci piano.

Il rischio ricorrente in casi come questi è che si finisca per inseguire un responsabile simbolico perdendo di vista il quadro d’insieme che sembra assai più grave delle presunte bizzarrie dell’ex magistrato di Mani Pulite.

Sarà pure vero che PCD, come sostiene Carlo Bonini di Repubblica, abbia promosso una sorta «circolazione extra-corporea» di notizie delicatissime coperte dal segreto, tramite confidenze orali e non seguendo le vie formali, come sostenuto da autorevoli commentatori esperti della materia come Carlo Nordio e Armando Spataro, ma anche altri alti rappresentanti istituzionali si sono come lui mossi in questa storia come se stessero agendo in un vero e proprio “stato di eccezione” che ha imposto prassi non ordinarie.

Davigo, per ammissione degli stessi interessati, ne ha parlato a Ermini (che, forse, ne ha riferito al Quirinale, che ha però smentito) e al Procuratore Generale Salvi. Ebbene, non risulta che nessuno lo abbia sollecitato a mettere per iscritto le gravi notizie apprese da un pubblico ministero di Milano, che peraltro riferiva di una ingiustificata omissione d’ufficio del capo di uno dei più importanti uffici giudiziari del Paese.

Con il massimo riserbo, fa sapere lo stesso Salvi, egli ha invece contattato il capo della procura milanese, che secondo la versione resa da Storari a Davigo, avrebbe frenato una doverosa indagine, con il quale «si convenne sull’opportunità di coordinamento con le procure di Roma e Perugia. Il coordinamento fu avviato immediatamente e risultò proficuo». Se è così, verrebbe da chiedersi perché nessuna ha pensato di muoversi un po’ prima.

L’attuale procuratore generale della Cassazione, uomo rigoroso e di ferrea etica da sempre, in questa circostanza sembra muoversi più come titolare dell’azione disciplinare in un’inedita veste di «procuratore nazionale anti-loggia segreta» avviando il coordinamento delle indagini sulla misteriosa “Ungheria”, come mi fa notare, con una certa perplessa ironia, una toga esperta in materia.

Nello stesso senso si muove un altro alto rappresentante dello Stato, il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra che, come da lui minuziosamente esposto ad Adnkronos prima e poi al Gran Sabba giudiziario tenuto la domenica sera da Giletti, viene reso edotto da Davigo, suo «punto di riferimento» di una grave notizia di reato che tiene accuratamente celata, per poi dopo diversi mesi riferire all’unico organo legittimato (che sarebbe quello giudiziario, non Giletti).

Infine, last but not the least, il tocco finale fornito da due consiglieri del CSM ancora in carica, Nino di Matteo e Sebastiano Ardita, quello dei verbali di Amara e delle «copiacce» di Davigo, che si presentano separati ma per colpire insieme in due diverse trasmissioni della stessa rete televisiva.

Il primo è colui che ha fatto scoppiare l’ennesimo scandalo perché, avendo ricevuto anche lui i famosi verbali, ne parla al plenum del CSM rendendoli pubblici e pronunciando una convinta difesa di Ardita, basata su alcune evidenti incongruenze delle dichiarazioni dell’avvocato siciliano.

Ardita viene assolto dal tribunale di “Non è Arena”, in un’atmosfera di complice rilassatezza, nell’assenza del reprobo Davigo, destinatario lontano e privo di replica di numerose allusioni. C’è da dire, però, che lo stesso era andato farsi intervistare in television da Giovanni Floris, senza contraddittorio, sempre sulla stessa rete. Una mania.

È un sollievo che una manovra calunniosa venga subito scoperta e ce ne felicitiamo con l’interessato che ben sa come in Italia, dal caso Tortora all’omicidio Borsellino, per smontare le false accuse in genere passi molto tempo.

Per dire, neanche un grande investigatore come Di Matteo si accorse delle bugie di Scarantino nonostante lo avesse sentito. Eppure era uno dei più grandi depistatori della storia giudiziaria, da cui aveva preso le distanze un solo magistrato tra quelli che se ne occuparono, Ilda Boccassini, che se ne andò via dopo aver litigato con il capo della procura che allora indagava sulla strage di via D’Amelio. Per combinazione era Gianni Tinebra, che poi ritroviamo nei verbali di Amara. Piccolo il mondo.

Non è il caso di andare per il sottile, come fa Marco Travaglio che vorrebbe aspettare la parola dei pm che fanno le indagini e non dei consiglieri del CSM che fanno un altro mestiere e non dovrebbero interferire, tanto meno per esporre la propria versione dei fatti e gettare sospetto sui colleghi del CSM alla cui mala gestio si opporrebbero. Tutto ciò, nel più desolante silenzio di chi dovrebbe intervenire per imporre quantomeno un po’ di riservatezza.

Siccome la storia si ripete in forma di farsa, tocca ricordare che molti anni fa, nel 1988, il mondo giudiziario conobbe un altro corvo (erroneamente individuato nella figura di un magistrato della Procura di Palermo) che distribuì lettere con le quali denunciava la gestione del rientro segreto in Sicilia del pentito Totuccio Contorno, di cui indicava tra i responsabili Giovanni Falcone.

Era tutto falso. Dopo quattro anni, Alberto Di Pisa fu assolto perché dimostrò come fosse stata artefatta una sua impronta rilevata a sua insaputa dall’ufficio dell’allora Commissario Antimafia Domenico Sica (la procura nazionale non era stata creata).

Andandosene in pensione, Di Pisa ha ricordato la sua storia e la sua convinzione per cui le propalazioni fossero da ascriversi a faide dentro la polizia e lui fosse stato un ideale capro espiatorio perché inviso ad altri colleghi.

Dunque prudenza e niente sentenze anticipate: chissà se il dottor Davigo, il dottor Ardita, il dottor Di Matteo capiranno che, alla fine, le garanzie servono non a occultare la verità ma a impedire che quest’ultima venga sepolta sotto le bugie interessate.