Meglio intereBreve storia del cartone delle uova

Inventato da Joseph Coyle nel 1911, è un esempio di packaging funzionale a bassissimo costo. Una piccola rivoluzione vecchia cent’anni che ci ha migliorato la vita e non smette di stupirci

Opera di Anita Vaskó

Il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia e della riscoperta delle uova: l’ultimo report Ismea le colloca tra i prodotti più apprezzati dagli italiani, con un incremento di fatturato per l’intero comparto (Iper, Super, liberi servizi e Discount) del 13,6% rispetto al 2019.

Ma se arrivano a casa nostra perfettamente integre, condizione necessaria affinché possano essere rotte come si deve al momento giusto e non lungo la strada di casa, il merito è di quella scatoletta a forma di scrigno che finisce quasi sempre nella raccolta differenziata. La prossima volta facciamoci caso perché quella che abbiamo tra le mani è una delle più grandi invenzioni del secolo scorso.

Nonostante l’aspetto grezzo ed essenziale, il pack delle uova è frutto di un processo industriale complesso che deve superare una serie di stress test specifici. Immaginate come sarebbe il mondo senza questi involucri sagomati?

Il cartone usa e getta delle uova ha più di un secolo di vita e la sua storia si intreccia curiosamente con il mondo dell’editoria. A inventarlo, nel 1911, è Joseph Coyle, un editore di Smithers, British Columbia, nel tentativo di risolvere una controversia legale tra un contadino e un albergatore stanco di ricevere la fornitura giornaliera di uova decimata durante il percorso.

Prima di allora le uova venivano trasportate in ceste e rompere le uova nel paniere, come recita il famoso detto, era piuttosto facile. Coyle per primo ha l’idea di proteggere i gusci uno a uno usando qualcosa a lui molto familiare, la carta di giornale. Può sembrare l’invenzione dell’acqua calda ma nessuno prima di allora ci aveva pensato.

Dopo i primi prototipi realizzati a mano Coyle trova una soluzione talmente popolare da richiedere la produzione in serie delle scatole per far fronte alle richieste sempre più numerose.

Nel 1918 brevetta il primo contenitore sagomato facendone lo standard adottato nei decenni successivi e abbandona l’editoria per dedicarsi al più redditizio business delle uova. Quando muore, nel 1972, i suoi cartoni sono diffusi in tutto il mondo, prodotti in centinaia di milioni di esemplari.

Negli anni Cinquanta, il britannico H. G. Bennett perfeziona ulteriormente il packaging, ingrandendo le scatole e facendole più robuste per poter essere trasportate su diversi mezzi. Nonostante piccole modifiche e l’utilizzo di materiali diversi, il cartone che troviamo al supermercato non è molto diverso dai primi prototipi. Oggi come ai primi del Novecento il suo compito è identico: assorbire gli urti e proteggere il contenuto da luce e umidità. Di più: la sua forma è così standardizzata da diventare un simbolo: non è necessario aprirlo per vedere cosa contiene.

Opera di Otília Erdélyi

La domanda a questo punto è se, dopo cent’anni, si può fare qualcosa di meglio. I tentativi di redesign puntano a minimizzare l’uso della materia prima come ha fatto la designer ungherese Otília Erdélyi piegando un semplice foglio di cartone come fosse un origami giapponese o direttamente all’impatto zero come il designer greco George Bosnas con BioEggs, un cofanetto leggero che vive dopo l’uso. È realizzato con una pasta composta di polpa di carta, farina, amido e semi di leguminose; una volta esaurito, lo si può piantare in un vaso e aspettare poche settimane per veder nascere i germogli. Spiega Bosnas: «Il riciclaggio è un processo in più fasi, che coinvolge il trasporto, lo smistamento, la lavorazione e la trasformazione dei materiali in nuovi beni. È difficile valutare il suo consumo energetico complessivo. L’economia non sta esattamente prosperando grazie a tutti i suoi sforzi di riciclaggio, perché diventa più costoso che mai elaborare tutta la nostra spazzatura rimanente. BioEggs è una confezione pensata per essere ecologica a tutti i livelli».

Anche la designer polacca Maja Szczypek si è fatta ispirata dalla natura: il suo Happy Eggs è un contenitore in fieno pressato a caldo che mantiene l’odore naturale dell’erba, un sorta di nido artificiale che riproduce l’habitat naturale delle uova. Un design sostenibile perché il fieno è un materiale naturale, a crescita veloce, rinnovabile.

 

Opera di Maja Szczypek

Rivoluzionando la forma classica a bauletto, Anita Vaskó ha ideato un pack salvaspazio che utilizza un unico pezzo di cartone piagato su se stesso, senza impiego di colla. E qualcosa di simile ha fatto anche Cowberry Crossing Farm, una piccola impresa di Claverack (New York) specializzata nella produzione di prodotti biologici e organici a chilometro zero. Per differenziare le loro uova d’anatra dalla concorrenza ha ideato una soluzione componibile in cartone riciclato che ricorda un comune rotolo di carta. L’imballaggio è realizzato con un unico pezzo di cartone piatto; ogni sezione è indipendente e consente di estrarre il singolo uovo strappando la perforazione.

Opera di Cowberry Crossing Farm

 

Mohsen Darvish, designer di Tehran, ha pensato a un modo per facilitare il trasporto quando le mani sono già impegnate con altri oggetti. Questa confezione pret à porter realizzata con spago e cartone ondulato può essere riutilizzata più volte in alternativa alle buste di plastica, specialmente in paesi come l’Iran, spiega Darvish, dove le persone spesso acquistano le uova singolarmente e tendono a utilizzare sacchetti aggiuntivi per trasportarle.

Opera di Mohsen Darvish

Insomma, anche se non è poi così vero che l’uovo rappresenta la forma più perfetta in natura e soltanto funzioni matematiche molto complesse riescono a descriverne le caratteristiche geometriche, la sua incolumità dipende dall’estro degli uomini e passa attraverso del semplice cartone pressato.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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