Il Manuel Fantoni del vaffaComplotti, addii strappalacrime, il gran ritorno di Dibba in libreria

L’ex deputato del Movimento cinque stelle presenta l’ultimo libro intitolato “Contro”, in cui racconta la sua separazione dal partito di Beppe Grillo, la cospirazione pro Draghi e altre mitomanie

LaPresse

«Quella con il Movimento 5 Stelle è stata un’indimenticabile storia d’amore. Il Movimento l’ho amato alla follia, poi qualcosa si è rotto». Comincia così l’ultimo libro di Alessandro Di Battista. L’opera s’intitola “Contro”. In pochissimi finora hanno avuto la fortuna e il coraggio di leggerla in anteprima. Giunto incredibilmente alla sua quinta fatica letteraria, l’ex frontman dei Cinquestelle decide di raccontare la dolorosa separazione dal Movimento. E non solo. Nelle 200 pagine edite da PaperFirst, collana del Fatto Quotidiano (e di chi, altrimenti?), l’ex deputato grillino si lascia andare a una lunga, articolata, e forse un po’ interessata, critica al premier Mario Draghi. Non è letteratura, assicura. Ma senso civico. Dibba passa al setaccio il curriculum del banchiere coi poteri forti alle spalle: «È un dovere illuminare l’armadio per vedere meglio gli scheletri».

Tra rivendicazioni di indipendenza e frasi autocelebrative, con qualche deriva alla Manuel Fantoni di Borotalco, Di Battista si sente ancora un leader.«Ho le mie idee e non le ho mai barattate per nulla al mondo». La schiena resta dritta, insomma. «Non ho alcun timore a prendere posizioni scomode, ho sempre scelto la libertà e non mi sono mai pentito». E ancora: «Le idee sono, assieme ai miei figli, quel che ho di più caro al mondo». Alla faccia della retorica.

Sembra pronto a tornare in campo, in una fase cruciale per i Cinquestelle. In ogni caso, non è più tempo di post-ideologia. L’ex grillino si definisce di sinistra, «se proprio qualcuno volesse catalogare le mie convinzioni». Nel dubbio stila il suo manifesto programmatico, per chi ancora non lo conoscesse. D’altronde il libro è un campionario del grillismo della prima ora. Il Che Guevara di Roma Nord dedica interi capitoli ai Benetton, ai processi di Berlusconi (citato 39 volte) e agli affari di Renzi «il lobbista di se stesso» (nominato 34 volte). Tra i pochi a salvarsi c’è Enrico Letta: «L’ho sempre rispettato, forse è l’unico esponente del Pd con il quale ho avuto un rapporto personale». 

A volte sfogliando il libro si ha quasi la sensazione di un fritto misto. Di Battista salta con disinvoltura da un argomento all’altro: tutti temi che scaldano l’elettorato grillino. Riecco la trattativa Stato-mafia, immancabile cavallo di battaglia pentastellato. Dibba passa dalle banche agli Stati Uniti guerrafondai. L’atlantismo che fa rima con «servilismo», ma anche la generosità di Cuba «da quando ha trionfato la rivoluzione». Poteva mancare il Covid? Ovviamente no. E così l’ex deputato trova il tempo di confermare l’efficacia del vaccino russo Sputnik, frettolosamente denigrato dai giornali italiani.

C’è spazio anche per i sentimenti. Come un amante tradito, Dibba si concentra sulla fine del matrimonio a Cinque Stelle. Il ricordo di Casaleggio, «un secondo padre», e la gratitudine a Grillo, «una delle persone più importanti della mia vita». Anche se oggi «Beppe non la pensa più come me». L’ex deputato ricorda quando sarebbe dovuto diventare ministro col Conte-bis. «Nonostante avessi già in programma una serie di progetti tra cui un documentario da girare in Persia, ho dato disponibilità a entrare nel governo». Gli dissero che il Pd poneva un veto su di lui. L’unico modo per superarlo sarebbe stato dare un posto anche a Maria Elena Boschi. «Non ci pensai un istante, come avrei potuto permetterle di tornare ministro? Meglio star fuori». Pronto a sacrificarsi pur di non darla vinta alla vecchia politica.

Il retroscena continua. Di Battista è stato in lizza per una poltrona anche qualche mese fa, quando dem e Cinquestelle brigavano per il Conte-ter. «La prospettiva di sbarazzarci di Renzi mi aveva convinto. Accettai anche l’ipotesi dei responsabili, sebbene non fosse del tutto in linea con i miei valori». I ministeri preferiti? Politiche giovanili e Ambiente. Tutto sembrava procedere per il verso giusto. Poi i Cinquestelle hanno cambiato linea riaprendo le porte a Renzi. «Risposi che con i politicanti renziani non mi sarei preso neppure un caffè, figuriamoci sedermici accanto in un Consiglio dei ministri. Alle consuetudini partitocratiche preferisco la dittatura della coscienza. La mia».

Così, dopo la votazione su Rousseau indetta dal Movimento per formalizzare l’appoggio al governo Draghi, Dibba registra il suo video d’addio, su suggerimento della compagna Sahra. Lo fa in cucina perché «in camera da letto dormiva Filippo e in salotto giocava Andrea». Fine della storia. «C’è stato un momento in cui mi stavo quasi commuovendo». Dopo le lacrime ricomincia la battaglia, questa volta contro l’esecutivo dei migliori. «Il Messia Draghi non fa miracoli, non moltiplica denari, non guarisce gli ammalati e al posto di camminare sulle acque passeggia, peraltro lentamente, sul lavoro del governo precedente», guidato da quel «galantuomo» di Conte.

Se nei libri precedenti prevaleva l’autobiografia, stavolta l’ex volto noto dei Cinquestelle tenta la strada del pamphlet politico. A Dibba interessa sviscerare il curriculum del nuovo presidente del Consiglio. Un capitolo per ogni incarico del premier banchiere. Si parte con Draghi direttore generale del Tesoro: «Gira voce che venisse chiamato il “dottor altrove” in quanto preferisse evitare i dossier spinosi». Ma la vera accusa è un’altra: «Draghi è uno degli artefici della stagione delle privatizzazioni. Grazie alla Sinistra dei poteri forti e grazie a funzionari come lui, i Benetton iniziarono la loro scalata alle autostrade italiane».

Il lavoro investigativo di Dibba si concentra sull’esperienza di Draghi alla BCE. All’Eurotower il banchiere fu «raccomandato dagli americani», ci svela oggi Di Battista. «E non da Berlusconi». Improvvisamente Draghi diventa il colpevole di tutti i mali del Paese. «Draghi è responsabile di aver costretto l’Italia a impiccarsi ai parametri di Maastricht». Il riferimento è al pareggio di bilancio inserito in Costituzione, dopo la famosa lettera che nell’agosto 2011 Trichet e Draghi inviarono al governo Berlusconi. «Fu il tentativo, peraltro riuscito, di rimuovere un esecutivo sgradito all’establishment europeo».

Ma non è stato proprio Draghi a salvare la moneta unica? Curioso che al Whatever it takes l’ex grillino dedichi appena qualche riga. «È vero, Mario Draghi ha salvato l’euro. Ma cosa avrebbe mai dovuto fare, affossarlo?». In ogni caso, la sentenza di Dibba è presto scritta: «Non mi fido di Draghi per il suo passato, per i macroscopici errori che ha collezionato, per la scarsa empatia, non mi fido di lui perché è un tecnico che si è formato nell’humus del capitalismo finanziario». 

Dunque basta con le santificazioni. Allora qual è l’alternativa? Per scoprire la soluzione di Dibba bisogna arrivare a pagina 196. «Solo il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta potrà far da argine all’allargamento della forbice tra l’indigenza più funesta e la sempre più oscena opulenza». La cara vecchia ricetta grillina. Insomma, aridatece Rousseau.