Se vedemo in DuomoMilano e Roma sono separate da una preposizione semplice (e dagli aperitivi)

Si dice che l’apericena sia nato al nord, eppure il suo sviluppo è arrivato con l’occupazione del capoluogo lombardo da parte dei romani, veri precursori di questo rito

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A studio. Noi quassù non diciamo «Ci vediamo a studio»: diciamo «Se vedum in uffìzi», ci vediamo in ufficio. E se già “studio” ci suona male, perché tutt’al più lo concepiamo per il dentista, “a studio” proprio non passa: ci rimanda a una penombra con cassettoni in qualche palazzo lungo il Tevere, con quei saloni disabitati fino alle quattro e mezza e cioè all’ora che qui approssima all’aperitivo.

Il quale, quassù (vuol dire Milano), si prende “in” piazza tal dei tali, non “a”. “A Piazza Navona”, infatti, “A via del Corzo”, per noi sentono doppiamente d’esotico, strani posti dove si parla strano, e dove peraltro l’aperitivo non si prende perché a Roma, come in tutto il curioso Paese dalla seconda circonvallazione in giù (arretrare, arretrare: altro che il Po) l’aperitivo semplicemente non esiste.

Si dirà che non c’è nemmeno nel resto del Nord, ed è abbastanza vero: la disciplinata distesa arancione degli spritz nelle piazze venete è una declinazione della messa, ma non è aperitivo; e se ci provi a Torino tanti auguri. Ma a Roma è proprio impossibile, perché dietro la pretesa di aggiornamento del bar che pure ci si impegna vedi persistere l’eternità del vinello e a tutto concedere l’avvicendamento della biretta con una erre. Ricordo un antico processo in quella città ingrata, con il mio gentilissimo corrispondente che mi portava a fare “un aperitivo coi fiocchi” in non so più quale suo posto prediletto.

Spaventosamente timido, non riuscii a rifiutare un Crodino associato a due frappe: «Caro collega, queste sono una specialità!». Tornai in albergo come la creatura più triste della terra.

Serve precisare che l’aperitivo non ha nulla a che fare con l’ignominia di quella cosa innominabile (va bene, “apericena”, dio santo) che ha preso purtroppo a dilagare anche qui? Tanto per chiarire: a Milano non è mai esistito, e solo da poco si è imposto questo scempio degli intrugli associati a montagne di insalata di riso, pasta sfatta e verdura sbrodante, rondelle fruste di würstel e orrende polpette sui banconi assediati da una turba da cui – et pour cause – sono favelle forestiere a risuonare.

La verità è che lo sviluppo dell’apericena è andato di conserva con l’occupazione straniera di Milano, con la moltitudine dei trenta-quarantenni molti dei quali – e n’ata vota pour cause – romani, avvocati, commercialisti, bancari, consulenti, uniformati in improbabili tessutini buoni per il clima di Ostia ma qui incongrui, con certe cravatte brillanti che ancora ancora potresti ammettere sventolate dallo scirocco ma che in faccia alla compostezza di Sant’Ambrogio fanno l’effetto di un ceffone immeritato.

Non so se i romani abbiano preso a venir qui perché si sono ritirate le nebbie (le nostre lucciole), o se queste sono svanite all’insediarsi di quelli: ma la concomitanza è indiscutibile, e come la nostra vista ha smesso di riposarsi nella nebbia, sparita in favore di una nitidità implacabile, sono comparsi i romani, come i lumaconi che gemmano sui tronchi ancora umidi di pioggia sotto il cielo rasserenato.

E da allora non furono più «Come sta la Federica?» o «Questa sera c’è anche la Laura», ma i nomi di quelle poverette lasciati così, senza il “la” qui inevitabile, nell’attesa dell’appuntamento “a piazza Duomo” che segnerà la fine di questa nostra povera città.