Inside PristinaLa lotta per salvare la valle di Deçan in Kosovo

L’area nei Balcani lungo il fiume Lumbardhi è stata interessata dalla costruzione di una centrale idroelettrica per mano dell’azienda austriaca Kelag, ma l’attivista Shpresa Loshaj ha deciso di lottare, scoprendo falle preoccupanti nell’operato delle istituzioni locali

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Originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Shpresa Loshaj non sapeva nulla di energia idroelettrica nel 2018, quando ha fatto rientro nel suo villaggio natale di Deçan, in Kosovo, dopo anni trascorsi in Canada, dove ancora vive. Oggi Loshaj è diventata il simbolo di un movimento che va ben oltre l’ambiente, i fiumi o l’acqua; un movimento nato come iniziativa democratica per dare un taglio allo sfruttamento delle risorse comuni per gli interessi di pochi, e per mettere fine alla cultura degli accordi sottobanco le cui conseguenze negative gravano sulle spalle dei cittadini.

Loshaj è stata protagonista per due anni della lotta contro una piccola centrale idroelettrica nella valle di Deçan, dove l’azienda austriaca Kelag (Kelkos in Kosovo) sta sviluppando numerosi progetti idroelettrici lungo il fiume Lumbardhi, all’interno del parco nazionale di Bjeshkët e Nemuna.

Come è accaduto in altre regioni e lungo altri fiumi del Kosovo, per esempio nel parco Nazionale dello Sharr e lungo il suo fiume Lepence, dighe e condotte sono diventate parte del paesaggio, nonostante i cittadini avessero ampiamente manifestato il loro dissenso contro questo tipo di infrastrutture all’interno dei propri territori.

Con il supporto di altri attivisti, la mano di Loshaj ha bussato a tutte le porte, incluse quelle dei ministeri, dei diplomatici austriaci, dei parlamentari europei, delle organizzazioni internazionali per la tutela dell’ambiente e dei tribunali.

L’azienda Kelkos ha comunicato di sua iniziativa su Twitter la notizia che dal 2018 ad oggi avrebbe subito «più di 40 dichiarazioni pubbliche diffamatorie» dall’ONG Pishtarët, che la stessa Loshaj ha fondato due anni fa.

Va specificato che Shpresa Loshaj non è certo sola nel sollevare preoccupazioni e nell’accusare le istituzioni kosovare di concedere permessi a Kelkos e ad altre aziende senza l’adempimento delle condizioni e delle procedure necessarie.

Le lacune legali che circondano la costruzione delle centrali idroelettriche in tutto il Kosovo sono così tante e così evidenti, che anche numerose istituzioni pubbliche hanno sollevato forti perplessità e attivato indagini.

Nel lasso temporale che va dall’ottobre 2020 fino allo scioglimento del parlamento a ridosso delle elezioni di febbraio, è stata creata una commissione parlamentare con lo scopo specifico di investigare i processi di autorizzazione e sorveglianza nella produzione di energia elettrica e – anche se il lavoro è rimasto in sospeso a causa dello scioglimento del parlamento – ciò ha permesso all’opinione pubblica di venire a conoscenza delle deposizioni presso la commissione degli attori coinvolti nel business dell’energia idroelettrica, inclusi funzionari pubblici la cui incoerenza è divenuta palese a tutti.

Recentemente, il Difensore Civico ha pubblicato un report in cui elenca le violazioni di legge commesse dal ministero dell’Ambiente negli ultimi anni e il modo in cui, secondo l’ufficio, sono state violate non solo numerose leggi sull’acqua, sull’ambiente e sulle procedure della pubblica amministrazione, ma anche la stessa Costituzione del Kosovo.

Ciò che si evince dal rapporto è che, a causa di mancanza di trasparenza da parte del ministero dell’Ambiente, non vi è chiarezza sui principi legali rispetto al funzionamento degli impianti idroelettrici.

Grazie al supporto di altri attivisti, a gennaio Shpresa Loshaj ha portato nelle aule di un tribunale la battaglia per la valle di Deçan facendo causa – e non ci sono precedenti – a varie istituzioni pubbliche, presentando prove e richiedendo che il ministero dell’Ambiente e l’ente regolatore dell’energia annullassero i permessi e le licenze concesse alla Kelkos per gestire due impianti idroelettrici lungo il fiume Lumbardhi.

A febbraio la corte ha sospeso la concessione di due licenze quarantennali e di una quindicinale concesse alla Kelkos nell’area di Deçan.

Per il momento si tratta di una vittoria, che però si è rivelata presto una battaglia all’interno di una vera e propria guerra.

Solamente qualche giorno dopo, Loshaj, che è sempre stata estremamente schietta sui danni ambientali e sociali causati dalla Kelkos alle comunità e all’ambiente della valle di Deçan, ha ricevuto una querela per diffamazione da parte della Kelkos, con l’azienda austriaca che le ha richiesto 100mila euro di risarcimento danni.

Il caso è stato indicato da numerosi esperti di diritto civile come una causa strategica contro la partecipazione civica, atto legale che ha lo scopo di intimidire, censurare, e far indietreggiare chiunque voglia farsi avanti e denunciare la condotta di Kelkos in Kosovo.

Non è la prima volta che l’azienda attua una strategia simile, in quanto già nel 2020 il gruppo austriaco aveva fatto causa alla guida alpina Adriatik Gacaferi, richiedendo all’epoca 10mila euro di risarcimento danni.

L’azione legale della Kelkos sembra però aver fatto scattare una nuova scintilla all’interno del movimento, con gli attivisti di nuovo presenti nel dibattito pubblico nel sottolineare le preoccupazioni causate dalle azioni della Kelkos e delle istituzioni pubbliche.

Abbiamo intervistato Loshaj via tablet in quanto attualmente si trova ad Ottawa, l’altra sua casa, dove dopo un lungo anno di attivismo ha fatto rientro e le abbiamo chiesto di fare il punto sulla sua battaglia, i problemi che ha incontrato e quello che potrebbe accadere in futuro.

Quando lei è rientrata a Deçan la prima volta dopo aver vissuto all’estero, qual era la situazione? Quale è stato il momento in cui ha capito che sarebbe dovuta intervenire personalmente per cambiare quello che sta avvenendo?

La prima volta che ho visto quello che stava succedendo a Deçan è stato nel 2018. Quell’anno sono tornata in Kosovo per una conferenza sulla diaspora e venni informata a Pristina che nell’area di Deçan esistevano impianti idroelettrici. Non avevo mai sentito nulla a riguardo quando ero venuta negli anni precedenti; nessuno me ne aveva mai parlato.

Così mi sono interessata alla questione per sapere di più sul tipo di accordi che riguardavano gli impianti idroelettrici nell’area. “Jeta në Kosovë” (programma di giornalismo investigativo) stava facendo un’indagine e mi dissero «se vuoi venire e dare un occhio, unisciti a noi». Quando sono andata a controllare personalmente per la prima volta era il maggio del 2018.

Quando vivevo in Kosovo prima della guerra, trascorrevamo sempre le nostre estati in montagna, esattamente dove si trova ora l’impianto idroelettrico Lumbardhi II. Qui c’erano e ci sono tutt’ora i nostri pastori. Il luogo conosciuto è ora molto diverso da come era prima, da come lo avevamo lasciato. Non ci sono mai venuta dopo la guerra perché le vie di comunicazioni erano dissestate; sapevamo che la guerra non aveva fatto alcun danno in quella zona e ho sempre immaginato di ritrovarla come la ricordavo. Quantomeno lì i miei ricordi non erano stati intaccati dalla guerra, quei ricordi dell’infanzia nelle montagne.

Mi ha fatto molto male vedere la distruzione su larga scala [provocata dagli impianti] perché ho realizzato allora che nemmeno quel posto era stato risparmiato. Non c’è… (la sua voce trema per l’emozione) è così doloroso… non c’è posto in Kosovo che non sia stato distrutto dalla guerra o da noi stessi. Non potevo credere che qualcuno sapesse ciò che stava accadendo – sono venuta a sapere che il ministero dell’Ambiente era coinvolto – e che aveva lasciato che succedesse tutto questo senza fare nulla per fermarlo.

Non ci potevo credere, non avrei mai pensato che vi fossero persone in Kosovo che hanno vissuto ciò che noi abbiamo vissuto e che ancora agiscono in questo modo, contro l’interesse del nostro stesso paese.

L’altro aspetto è che sono diventata ancora più curiosa, determinata e motivata quando ho capito che nessuno qui osa parlare degli impianti idroelettrici; qualcuno prima o poi doveva dire qualcosa riguardo a questi impianti. Anche se all’epoca sono tornata in Canada, ho sempre cercato di rimanere in contatto e la situazione mi ha sempre stretto il cuore.

Maggiori erano le informazioni, più mi rendevo conto che la Kelkos e le distruzioni nella gola di Deçan erano l’opposto di ciò che il Kosovo merita. Il fallimento delle istituzioni kosovare, il fallimento della stessa democrazia: le trovi tutte in questa situazione. Ogni problema in Kosovo, e lo si evince da qui, è il fallimento dello stato di diritto.

Ora mi rendo conto che ogni passo fatto per reagire a quello che è successo nella gola di Deçan è un piccolo contributo al buon funzionamento del Kosovo. Perché penso che il Kosovo diventerà uno stato funzionante solo quando le leggi verranno rispettate anche nelle gole di Deçan, e noi sappiamo che ci vorrà molto molto tempo.

Non abbiamo iniziato questa battaglia pensando che avremmo risolto tutto e subito, perché siamo consapevoli che si sta parlando del funzionamento del Kosovo in quanto stato. Innanzitutto, viene il danno inflitto all’ambiente: come è stato possibile che un posto risparmiato dalla guerra sia stato distrutto dalle nostre stesse mani? C’è poi in ballo il funzionamento dello stato: un modo d’agire, il fallimento del Kosovo come stato di diritto, che annulla i sacrifici fatti durante la guerra.

Per me, lasciare che il sacrificio di un popolo venga calpestato è immorale. Molte persone sono morte nella regione di Deçan, abbiamo sofferto molto per vedere la legge, la nostra legge, entrare in azione. Non farla rispettare significa tradire i nostri morti.

Per i lettori che potrebbero non aver seguito la questione degli impianti idroelettrici di Deçan, potrebbe elencare le responsabilità del ministero dell’Ambiente?

Il progetto per nuovi impianti nella regione di Deçan è iniziato nel 2010. Sin dall’inizio il ministero non chiese alla Kelkos nemmeno di presentare i documenti richiesti, per fornire i permessi necessari. Per esempio, prendiamo il caso specifico del permesso relativo all’acqua: si tratta dello studio del fiume [portata ambientale accettabile] che dovrebbe essere fatto per capire quanta portata ha il fiume e quanta acqua dovrebbe essere lasciata nel suo corso per permettere la sopravvivenza delle specie ittiche e dell’ecosistema, prima che la Kelkos procedesse a incanalarla nelle sue tubature. È il primo studio che deve essere condotto quando un’azienda fa domanda per costruire un impianto idroelettrico. Questo studio non è mai stato realizzato e il ministero non lo ha mai richiesto.

Per cui la Kelkos ha evitato ogni passaggio necessario a presentare domanda di permesso, ma ha ottenuto comunque il via libera ai lavori. La Kelkos ora ha l’autorizzazione definitiva e può dire “Noi abbiamo le carte in regola”. Tuttavia, non c’è traccia di ciò che doveva essere fatto per ottenere tale autorizzazione.

Dieci anni più tardi, il ministero ha chiesto alla Kelkos di presentare lo studio. Nel caso di altre autorizzazioni concesse in passato, dal ministero hanno detto: «Questo è il vostro permesso, avete 60 giorni per fare lo studio». Secondo la legge, però, se una delle condizioni dell’autorizzazione viene violata, la stessa viene revocata e quell’impresa non può più fare domanda per i tre anni successivi. Kelkos ha violato i termini di legge innumerevoli volte, le evidenze sono pubbliche.

L’altro aspetto è che, anche se la Kelkos avesse fatto lo studio, il ministero non ha mai chiesto di installare i contatori dell’acqua necessari alla realizzazione dello studio stesso. Come si può fare uno studio serio in questo modo, non si può andare ad occhio e dire «c’è abbastanza acqua o non ce n’è».

C’è invece bisogno di una misurazione in tempo reale della portata del fiume. Nel caso più recente di permesso in materia d’acqua (rilasciato nel novembre 2020), il ministero ha chiesto nuovamente alla Kelkos di installare i contatori, ma non ha specificato entro quale data.

La Kelkos può quindi presentarsi in tribunale o rivolgersi all’opinione pubblica dicendo: «Non è colpa nostra. Ci hanno dato il permesso e ci hanno detto di installare i contatori, ma non c’è una scadenza. Non stiamo infrangendo la legge».

Secondo la Kelkos, l’impresa ha metodologie necessarie a dimostrare che c’è acqua a sufficienza nel fiume. Queste metodologie sono tutte sotto il loro controllo e una di queste consiste nello scattare una foto del fiume due volte al giorno. […] Ma usare una fotografia scattata in un singolo istante per dimostrare che vi è acqua nel fiume per 24 ore mi sembra assurdo. Quest’anno, quando ho ottenuto l’accesso alla domanda di autorizzazione della Kelkos, ho visto che proprio le foto sono state portate dalla Kelkos come prova per dimostrare che nel fiume vi è acqua per 24 ore, e sfortunatamente il ministero dell’Ambiente non ha riscontrato nessun problema con questa metodologia. Quindi 24 ore di misurazioni in tempo reale dell’acqua sono sostituite da due fotografie che la Kelkos può scattare in qualunque momento ritenga opportuno.

Così, il ministero continua ad infrangere la dignità e l’identità delle istituzioni del Kosovo concedendo questo tipo di autorizzazioni. Io credo non sia né professionale, né tanto meno etico, utilizzare un’istituzione pubblica per perseguire interessi che io considero individuali, perché, in questo caso […] le istituzioni non agiscono in conformità con le stesse leggi del Kosovo nel momento in cui concludono accordi con la Kelkos.

Lei ed altri attivisti siete stati citati in giudizio per diffamazione a causa del vostro attivismo. Come descriverebbe il modus operandi della Kelkos quando si tratta di costruire impianti idroelettrici?

Credo che la Kelkos non punti ad essere parte della comunità dove lavora, ma solo ad usare le nostre risorse. Il loro obiettivo è quello di isolare la gente locale dalle risorse naturali della zona. In un certo senso, sembra che la Kelkos miri ad essere l’unica nella gola del Deçan ad aver accesso a queste risorse.

Quando hanno notato che stavamo facendoci sentire, hanno immediatamente intentato una causa contro di noi perché credevano di poter zittire così l’intera comunità. Fino ad ora la Kelkos ha fallito nel dimostrarsi un partner onesto e desiderabile all’interno della comunità. Sfortunatamente la comunità locale è consapevole che chi si esprime contro la Kelkos rischia problemi con un sacco di persone nella zona, per cui tutti si fa molta attenzione nell’esporsi. Non tutti forse, ma la maggior parte, ed è comprensibile.

Lei ha dichiarato che la comunità di Deçan si trova in pericolo. Che tipo di pericolo?

I manifesti sulla difesa dell’ambiente che appendiamo nell’area di Deçan sono continuamente sfregiati dalle persone che lì difendono gli interessi della Kelkos. Io non credo che queste persone siano un pericolo per me, tuttavia sono pericolose per la gente che vive lì […].

Da quando ho iniziato ad agire da attivista, non ho mai voluto che qualcuno mi confidasse qualcosa che lo potesse mettere in pericolo, perché sono consapevole che le persone che decidono di parlare apertamente avranno seri problemi nella loro vita. È questo il motivo per cui ho deciso di parlare io. Questo è il mio momento per alzare la voce; la popolazione è costretta ad essere più cauta, perché per loro non mancano dei rischi.

Finora tutti mi hanno detto «Quello che fai è giusto, stai solo attenta» e qualche volta mi sono chiesta se c’era davvero qualcosa a cui stare attenta. C’è stato un periodo in cui ero molto preoccupata; per esempio, non andavo in montagna dopo le sei di sera perché sapevo che sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa.

Ma poi è venuto il giorno in cui mi sono detta: «La cosa peggiore che può succedermi è morire, se non ci provo non otterrò mai niente». Ho sempre lavorato – e lo faccio tutt’ora – con mio marito, Visar Alimehaj, e affrontiamo insieme ogni passo. Certamente questo mi fa sentire più al sicuro. Quando ci sono stati sospetti e ragioni di preoccupazione, abbiamo inviato le prove che il nostro attivismo era in pericolo alla polizia di Deçan e alla KFOR, che si occupa di sorvegliare l’area specifica dove si trova uno degli impianti idroelettrici.

Ma il rischio è maggiore per la gente che vive lì perché quelli che conosco, che difendono gli interessi della Kelkos e, per esempio, strappano i nostri posters, sono pericolosi. Sono pericolosi per la comunità.

Zalli i Rupës è una delle aree che è stata deturpata dalla costruzione dell’impianto idroelettrico a Deçan, lei insieme ai residenti avete parlato dell’importanza che questo luogo ricopre. Che cosa significa questo posto per lei?

Zalli i Rupës è una valle circondata dalle montagne, accessibile agli abitanti di Deçan, Junik, Gjakova e Peja. Era un punto che metteva in comunicazione molti passi montani, ma era anche un posto di rara bellezza, una piana circondata dalle montagne e dal fiume.

Il terreno era ghiaioso: la Kelkos ha colto il vantaggio offerto dal materiale e ha proposto la creazione di un bacino per l’irrigazione e nel frattempo ha utilizzato la ghiaia per la costruzione delle dighe nell’area. Il governo del Kosovo ha accettato il progetto per favorire il reperimento d’acqua nelle aree circostanti. L’amministrazione locale di Deçan ha comunicato a tutti che stavano creando un bacino: «Ci sarà un bacino, è una cosa molto positiva per noi».

La Kelkos è partita scavando, rimuovendo la ghiaia e costruendo gli impianti idroelettrici a valle. Poi ha comunicato che non sarebbe stata in grado di costruire il bacino perché la conformità del suolo non era in grado di contenere l’acqua. Avrebbero potuto provare scavando uno, due, tre metri: non puoi però rimuovere ghiaia equivalente a chilometri, distruggere l’ecosistema e dire «volevo costruire un bacino». In realtà sembra che il bacino di drenaggio non fosse mai stato parte del progetto della Kelkos e dieci anni dopo non abbiamo ancora niente di concreto a riguardo: io credo che questo sia stato solo un raggiro da parte della Kelkos.

Quindi la Kelkos ha ottenuto l’accesso allo sfruttamento delle nostre risorse sin dall’inizio e senza mai dover rispettare le procedure solitamente necessarie. Se veramente il bacino non poteva essere costruito, avrebbero dovuto comunicarlo in tempo. Non sappiamo ancora il vero motivo per cui la Kelkos non abbia costruito il bacino perché non esiste un’informazione pubblica a riguardo.

Ora quell’area è stata completamente distrutta e in estate di fatto si trasforma in un deserto. Chi in passato vi si recava per andare in montagna non vi va più: non ci sono più aree per i picnic perché non puoi organizzare un picnic in mezzo al deserto. Andare lì fa male al cuore.

Non si può fare un picnic in nessuna area lungo la gola di Deçan perché non solo il fiume è stato prosciugato, ma la Kelkos ha alterato la geografia della gola. Il fiume non è più come prima, l’elevazione della strada rispetto al fiume non è più la stessa e ci sono alberi che separano il fiume dalla strada.

È un altro mondo, ed ogni volta che ci si passa si scopre che c’è sempre meno spazio per il turismo, per la frequentazione da parte dei residenti, per organizzare un picnic, per far pascolare il bestiame o per i camping estivi. Io temo che alla fine non si potrà fare più nulla lì.

La Kelkos non si assume alcuna responsabilità per Zalli i Rupës. Il ministero dell’Ambiente era a conoscenza di questo disastro sin dall’inizio. Abbiamo in mano il report del ministero: nel 2014, un ispettore andò lì e provò con delle fotografie quello che la Kelkos stava facendo. Abbiamo immagini di camion pieni di ghiaia andare verso il fondo valle. Quando il report del 2014 venne inviato al ministero, indovini cosa è successo? Niente di niente. Di questo problema non si è più discusso, sebbene io abbia richiesto di conoscere quali decisioni fossero state prese dopo il report, se qualcosa fosse stato fatto. Non mi hanno mai risposto.

Perciò il ministero dell’Ambiente è corresponsabile della distruzione attuata dalla Kelkos nella valle di Zalli i Rupës, nel distruggere lo stile di vita di decine di migliaia di residenti che per vari motivi si recavano nella valle e nelle montagne vicine. Noi vi andavamo per campeggiare, ma era anche il punto di partenza per raggiungere altre montagne, andavamo là per raccogliere camomilla e mirtilli – era davvero una parte importante della vita degli abitanti di Deçan, era una parte del nostro DNA.

Tutto questo ora è cambiato – non c’è più lo stesso stile di vita perché andare nel deserto non è la stessa cosa. Queste montagne perderanno le loro caratteristiche più importanti per la gente di Deçan, perché ogni abitato è collegato alle montagne e – ancora più importante – avrà un effetto dannoso sul mantenimento e sull’evoluzione delle fattorie, considerato che l’allevamento è un settore molto sviluppato nell’area.

Se la mia generazione non va in montagna, quella seguente, che non ci è mai stata, non ci vorrà andare. Così, fino a quando ci terranno distanti, sarà molto più facile agire nello stesso modo nei confronti della prossima generazione.

Lo scorso dicembre lei si è recata in tribunale per richiedere la sospensione delle autorizzazioni concesse dal ministero dell’Ambiente e le licenze concesse dall’Ente regolatore dell’energia, che consentono alla Kelkos di gestire i due impianti idroelettrici a Deçan e a Belaja. Nello stesso momento anche il movimento Vëtevendosje ha sottoposto la stessa questione al tribunale. La corte ha deciso la sospensione delle licenze, ma il ministero ha concesso alla Kelkos di continuare la gestione e ha impugnato la sentenza. Nel frattempo, le citate Istituzioni hanno dato alla Kelkos un’altra licenza e il permesso di gestire l’impianto Lumbardhi II. Alla fine, dopo i ricorsi, tutti i permessi e le licenze sono state nuovamente sospese dalla Corte. In un momento così difficile il ministero ha combattuto molto per queste licenze. Come interpreta questo comportamento?

Quando lo scorso novembre sono stati rilasciati i permessi per i due impianti idroelettrici è stato fatto un illecito molto grave, uno dei più pesanti nel Kosovo dell’epoca democratica.

Due settimane prima delle recenti elezioni abbiamo ricevuto informazioni attendibili sul fatto che alcuni funzionari del ministero dell’Ambiente stessero lavorando alacremente per concedere alla Kelkos tutti i permessi di cui aveva bisogno prima dell’appuntamento elettorale. Apparentemente sono stati concessi in modo legale tutti i documenti di cui la Kelkos aveva bisogno senza in realtà rispettare nessuno dei requisiti in tema di acqua e ambiente. […] Questo porta a chiedersi come sia possibile che un pugno di persone tenga in ostaggio le istituzioni e le abbia usate contro l’interesse pubblico.

Non si tratta di negligenza, questo è un attacco contro le nostre risorse e contro lo stato di diritto. Stiamo svolgendo un’analisi delle decisioni governative [in merito a questi impianti idroelettrici] e fino ad ora non abbiamo trovato né un documento né un’azione da parte di un’istituzione pubblica che sia stata presa per proteggere i nostri diritti in campo ambientale. È difficile da credere, ma è vero. Perciò a nostro avviso nessuna delle autorizzazioni concesse è valida.

Questo è preoccupante, e ne abbiamo informato la giustizia, abbiamo contattato il procuratore capo a Peja e gli abbiamo inviato una comunicazione pubblica, denunciando quello che sta succedendo. Avvieremo anche altre iniziative.

Come prima cosa abbiamo chiesto all’Ambasciata austriaca di prendere le distanze dalla Kelkos e di dire loro «Noi non vi sosteniamo». Tuttavia, l’Ambasciata sta ancora sostenendo pubblicamente la Kelkos, apparentemente ignari del danno che le loro decisioni stanno causando in Kosovo.

Cosa si aspettano gli attivisti dal nuovo governo?

Ci aspettiamo che il nuovo esecutivo inizi immediatamente ad affrontare questi problemi e che apporti una completa revisione dei provvedimenti presi, e che il sistema giuridico chiami in causa le persone coinvolte.

Il tribunale è d’accordo sul fatto che questi permessi debbano essere sospesi e non debbano essere esecutivi fino a nuova comunicazione. Ritiene poi veritiero che queste autorizzazioni potrebbero causare un danno irreparabile all’ambiente. Non abbiamo la certezza che la Kelkos rispetterà questa decisione perché non l’hanno mai rispettata negli anni passati.

Sono citata in causa per i miei post su Facebook, per aver contattato il ministero dell’Ambiente e l’Ente regolatore per l’energia e per aver richiesto la sospensione delle licenze della Kelkos perché non è legale avere in gestione impianti senza i permessi ambientali, per le mie conversazioni con i media… per tutto, più o meno. E a quanto pare la Kelkos ha comunicato su Twitter che hanno riscontrato altri quaranta episodi dove, a parer loro, ho danneggiato la loro reputazione.

In nessuna parte del mondo ho mai sentito di una negazione dei fatti così forte davanti a così tante evidenze.

Abbiamo abbondanti prove – come fotografie o video – che mostrano il deterioramento del territorio. Siamo a conoscenza di persone direttamente colpite che testimoniano i problemi che si stanno verificando a causa delle violazioni messe in atto dalla Kelkos. Si sono spaventati e stanno provando ad insabbiare tutto; questo è il motivo per cui stanno prendendo misure estreme per zittirmi e per evitare che altri parlino.

Pare fossero convinti che lo stato di diritto non avrebbe mai messo radici in Kosovo e, visto che abbiamo scoperto come sono andate le cose, è doloroso constatare che hanno avuto così poco rispetto nei confronti della nostra giovane Repubblica. Noi abbiamo solo messo a nudo alcune delle violazioni commesse da loro e dalle istituzioni pubbliche.

Il visibile peggioramento dello stato dell’ambiente è parte di questo danno, ma ciò che è stato fatto alle nostre istituzioni è irreparabile e ci vorranno decenni perché le ferite vengano sanate. Quindi basandoci sulle prove scoperte, si può tranquillamente dire che questa situazione è stata provocata dalla Kelkos, che continua a fare milioni di euro con le nostre tasse.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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