Inside LubianaLa controversa legge sull’acqua in Slovenia

La costruzione di edifici, voluta dal ministro dell’Ambiente Andrej Vizjak, sulle sponde dei fiumi e sulla costa sta animando il dibattito pubblico. Ambientalisti e sinistra tenteranno di giocarsi la carta del referendum che, se passerà, assumerà le proporzioni di un giudizio su tutta la politica ambientale del governo e dei suoi rapporti con la società civile

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Tra la riforma che permetterà la costruzione di «strutture semplici e a uso pubblico» sulle sponde dei fiumi, voluta dal ministro Vizjak, e la sua definitiva entrata in vigore c’è ancora un referendum. A patto che i promotori, che includono le principali associazioni ambientaliste slovene e molti esponenti della comunità scientifica, riescano a raccogliere le 40mila firme autenticate necessarie entro il 25 maggio.

Un cammino in salita che segna l’ennesimo scontro tra gli ambientalisti e il governo di destra di Janez Janša, che in tempi di pandemia si è mostrato sempre più insofferente verso gli attivismi di ogni settore, ambiente in primis.

Per gli organizzatori della mobilitazione lo scontro verte su temi ben più ampi delle questioni tecniche, pure rilevanti, contenute nella nuova legge.

«La Legge sull’acqua elaborata dal governo mette al primo posto il capitale privato a scapito della salute umana e della distruzione degli ecosistemi», si legge sul sito della campagna referendaria, Za Pitno Vodo (Per l’acqua potabile).

Cosa prevede la riforma

Sono due le modifiche alla Legge sull’acqua, che dal 2002 tutela i corpi idrici del paese, che hanno fatto infuriare gli ambientalisti.

Secondo la prima, la più controversa, in determinate condizioni industrie e agricoltori avrebbero potuto utilizzare sostanze pericolose nelle aree di rispetto dei fiumi. Una posizione così difficile da difendere, tanto più in un Paese dove la maggior parte dell’approvvigionamento idrico proviene direttamente dalle acque superficiali, che è stata poi ritirata dallo stesso governo, nella speranza che il resto della legge passasse senza troppo rumore.

Ma il secondo passaggio contestato, che resta, è altrettanto controverso. La modifica dell’articolo 37 renderà possibile costruire lungo i fiumi, laghi e vicino alla costa (senza un limite di distanza nei primi due casi, di pochi metri nel terzo) «strutture semplici» e «a uso pubblico».

Il governo si è detto sorpreso del clamore generato dalle modifiche, assicurando che ci saranno tutele sul rischio idrogeologico e che comunque permetteranno di avere più sentieri pedonali e piste ciclabili.

In realtà, però, tra le categorie ammesse rientrano manufatti non proprio innocui come serre, manifesti pubblicitari, e addirittura bar, hotel (anche galleggianti), stazioni di servizio e cimiteri.

Gli ambientalisti sostengono che tutto l’iter legislativo è viziato, dal momento che gli emendamenti più controversi sono stati aggiunti all’ultimo momento, dopo il periodo di due settimane riservato alla discussione pubblica della legge.

Il parlamento ha comunque proceduto all’approvazione, avvenuta il 30 marzo, nonostante numerose le critiche anche da parte della comunità scientifica e oltre 53.000 firme raccolte da due distinte petizioni.

Se gli ambientalisti dovessero avere la meglio con il referendum, ha dichiarato il ministro Vizjak, la Slovenia perderebbe 17 milioni di euro destinati alla manutenzione dei corsi d’acqua.

Mentre i partiti di opposizione si sono schierati con gli ambientalisti e la sinistra si è mobilitata nella raccolta firme, il provvedimento gode invece dell’appoggio di sindaci e rappresentanti locali, cui viene dato molto potere decisionale sulle nuove costruzioni.

Scontro sull’idroelettrico

La Slovenia è uno dei pochi Stati al mondo ad aver inserito il diritto all’acqua pubblica nella propria Costituzione. Eppure, l’acqua è diventata uno degli argomenti più divisivi nelle politiche ambientali del paese, e non solo per la contestata riforma della legge sull’acqua.

L’altro terreno di scontro è la crescita esponenziale degli impianti idroelettrici.

Il Paese è stato finora risparmiato dallo “tsunami” di dighe che sta investendo il sudest europeo, ma con il nuovo ministro l’aria sembra cambiata. «Il futuro della Slovenia è nell’idroelettrico e nel nucleare», ha dichiarato recentemente Vizjak, che è stato dirigente della compagnia idroelettrica HESS e per questo accusato di conflitto di interessi.

A destare maggiore preoccupazione tra gli ambientalisti è la Sava, il più lungo fiume sloveno, su cui il governo punta a costruire 8 nuove dighe.

Quella di Mokrice, al confine con la Croazia, ne colpirebbe uno dei tratti più integri, allagando due siti protetti della rete Natura2000. 

Le leggi anti-attivisti

Un anno fa, nel pacchetto per stimolare l’economia colpita dal Covid-19, il governo Janša aveva inserito misure che limitavano fortemente il potere delle ong ambientali.

Per partecipare alle discussioni sull’impatto ambientale di nuove opere, come previsto dalla Convenzione di Aarhus e dalla legge del Paese, le associazioni secondo queste nuove regole devono soddisfare requisiti particolarmente severi.

Viene richiesto che le associazioni abbiano un numero minimo di 50 membri attivi, 3 dipendenti fissi e un budget di 10.000 euro: questo di fatto significa tagliar fuori la maggior parte della galassia ambientalista slovena.

Le misure dovrebbero scadere a fine 2021, ma il governo ha annunciato l’intenzione di renderle definitive modificando le leggi sulla conservazione della natura e sulla pianificazione territoriale.
In una situazione del genere, non è difficile immaginare che il referendum, se passerà, assumerà le proporzioni di un giudizio su tutta la politica ambientale del governo e dei suoi rapporti con la società civile.