Non si torna indietroLa pandemia ha rivoluzionato la ricerca nelle scienze sociali

Lo studio dei comportamenti umani si sta spostando sempre più verso strumenti quantitativi, quindi al dato certo. Il Covid ha accelerato questa tendenza e incentivato collaborazioni internazionali che permettono analisi su larga scala

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Da mesi si discute dei cambiamenti portati dalla pandemia e le tendenze che la crisi ha contribuito ad accelerare. Nel caso della ricerca scientifica le trasformazioni sono macroscopiche: sono nate nuove collaborazioni, sono stati raggiunti risultati storici e i vaccini sono ovviamente uno dei successi più evidenti dell’ultimo anno.

Anche la ricerca nel campo delle scienze sociali ha subito un’evoluzione sostanziale. Da anni si parlava di un problema di attendibilità e riproducibilità dei risultati raggiunti, colpa soprattutto di un approccio metodologico basato su criteri come l’autovalutazione delle persone sottoposte ai sondaggi.

«Con la pandemia c’è stato un cambio di paradigma netto», spiega a Linkiesta Walter Quattrociocchi, data scientist dell’Università La Sapienza, che si occupa soprattutto di caratterizzazione delle dinamiche sociali, dalle opinioni alla diffusione delle informazioni.

«Lo studio dei comportamenti umani si sposta verso materie più quantitative, è più legato al dato certo e sempre meno sui questionari: anche perché l’autovalutazione dell’individuo non è sempre così attendibile», spiega Quattrociocchi, che attribuisce il merito all’introduzione della data science, con cui le scienze sociali hanno la possibilità di fare analisi su una grande quantità di dati.

Lo studio del gruppo di ricerca di Quattrociocchi ha utilizzato i dati sulla posizione di diversi milioni di utenti di Facebook per osservare i comportamenti delle persone dai loro spostamenti. Un’analisi che han interessato un campione variegato di persone in Francia, Italia e Regno Unito durante i primi mesi della pandemia.

Come riporta anche la rivista Nature, «i tre Paesi hanno mostrato diversi modelli di mobilità, che riflettono soprattutto le differenze nelle infrastrutture e nella geografia dei territori: i movimenti nel Regno Unito e in Francia erano più orientati intorno a Londra e Parigi, mentre quelli italiani erano più dispersivi, divisi tra i diversi grandi centri del Paese. Questi risultati potrebbero aiutare a prevedere la resilienza economica dei territori nelle prossime crisi».

In uno studio di questo tipo la pandemia, che ha creato delle condizioni di estrema eccezionalità, rappresenta una sorta di passepartout che amplia le opzioni a disposizione della ricerca.

«Il Gdpr consente una deroga all’utilizzo dei dati in caso di emergenze come la pandemia», spiega Quattrociocchi. Ma non solo: «Piattaforme come Twitter, Facebook, Instagram godevano di una scarsa stima in materia di trattamento dei dati personali, così durante la pandemia hanno approfittato per consentire ai ricercatori di usare le loro banche dati. L’augurio è che in futuro questo modello che sta funzionando molto bene possa essere riprodotto in pianta stabile».

Il campo aperto dai social, però, non riguarda solo la data science, ma interessa più in generale tutto il settore della ricerca. L’esplosione nell’utilizzo di queste piattaforme ha velocizzato i contatti e moltiplicato le opportunità di confronto.

L’articolo di Nature cita lo studio di un ricercatore della New York University, Jay Van Bavel, sui fattori che influenzano il comportamento umano nella ricezione dei provvedimenti in materia di salute pubblica – dal distanziamento fisico alla chiusura dei ristoranti, fino all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali.

Per ampliare la sua ricerca ad aprile Van Bavel ha pubblicato una descrizione dello studio su Twitter, con un invito aperto ad altri ricercatori. Si aspettava di ricevere un feedback da una decina di esperti, ma in poco tempo ha trovato 200 collaboratori provenienti da 67 Paesi diversi: la ricerca ha raccolto dati su oltre 46mila persone. Ad oggi il lavoro di Van Bavel è ancora sottoposto a peer to peer review, cioè revisione tra pari, ma questo aneddoto spiega molto della direzione che ha preso la ricerca in materia di comportamenti sociali.

«È una trasformazione storica per il settore», dice a Linkiesta Valerio Capraro, professore di economia alla Middlesex University London, che ha collaborato con Van Bavel. «Con internet il cambiamento era già in atto: da circa vent’anni le ricerche si erano leggermente ampliate, con l’unica controindicazione di perdere leggermente il controllo sul campione di ricerca. Con la pandemia però questa tendenza già in atto è definitivamente esplosa e adesso si fanno solamente esperimenti online con campioni enormi. E difficilmente si tornerà indietro».

Capraro aggiunge anche un particolare riguardo i risultati della ricerca di Van Bavel e di altri studi simili: quando si parla di comunicazione e di messaggi in fatto di misure di salute pubblica, sicurezza e rispetto delle misure di contrasto alla pandemia, gli effetti migliori si hanno quando si usano messaggi prosociali, cioè rivolti al benessere collettivo. O almeno questo hanno rivelato la maggior parte delle ricerche dell’ultimo anno.

«L’esempio più semplice è un messaggio come “metti la mascherina perché fai bene agli altri”, che ottiene un consenso e una risposta maggiore rispetto a “proteggi te stesso”», spiega Capraro.

Ma non sembra che i risultati delle ricerche siano stati seguiti alla lettera: «Vediamo che le scelte concrete della politica e del marketing – conclude Capraro – spesso vanno nella direzione opposta: ovunque si vedono manifesti e pubblicità che dicono “metti la mascherina, aiuta a proteggerti”. Cioè l’esatto contrario. Il vero cortocircuito comunicativo, forse, è quello che dovrebbe permettere il passaggio dalle scienze sociali alle decisioni pratiche».

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