Generazione in ritardoI millennial sono intrappolati in un eterno presente che non assomiglia all’età adulta

Negli Stati Uniti le condizioni economiche dettate dalla pandemia e dall’onda lunga della crisi precedente stanno rallentando le vite dei giovani tra i 25 e i 40 anni. Così, mentre aumentano le disuguaglianze e la stratificazione sociale, un intero segmento della popolazione invecchia senza crescere o non cresce come avrebbe voluto. E il panorama americano non è molto diverso dal nostro

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I millennial sono una generazione sempre in ritardo. Non rispetto agli orari, ma rispetto alle generazioni precedenti: la pandemia ha portato gli adulti non più giovanissimi a rimandare l’idea di avere dei figli, di comprare una casa, di sposarsi o di investire in un’auto e altro ancora. Ma le condizioni economiche dettate da questa particolare congiuntura storica non stanno solo frenando i millennial, stanno creando una nuova stratificazione, nuove disuguaglianze all’interno di questa generazione, e accentuando le differenze con le esperienze dei loro genitori.

Non è un’eccezione o un paradosso: i momenti di crisi, di recessione e, più in generale, di difficoltà economica e sociale, portano a una riduzione del rischio e a una minor propensione per qualsiasi cosa possa anche solo vagamente assomigliare a un salto nel vuoto. Ma la pandemia, come per tante altre cose, non ha fatto altro che accelerare o accentuare una tendenza già in atto.

Il matrimonio è un ottimo esempio per spiegare che cosa sta accadendo. I millennial si sposano più tardi rispetto alle persone delle generazioni precedenti. L’età media al primo matrimonio è costantemente aumentata negli ultimi cinquant’anni, passando da 23 a 30 anni per gli uomini e da 21 a 28 per le donne.

E una conseguenza logica e inevitabile che i millennial hanno meno probabilità di sposarsi rispetto agli appartenenti alla Generazione X o ai baby boomer: non a caso, anche la percentuale di persone sposate tra le fasce di adulti più giovani è sceso di 14 punti dal 1990 a oggi.

«I millennial stanno invecchiando e lo stanno facendo senza crescere, almeno non nel modo in cui molti di loro avrebbero desiderato», scrive l’Atlantic in un articolo firmato da Annie Lowrey, giornalista che si occupa di politiche economiche.

L’articolo si apre con un aneddoto che inquadra perfettamente la condizione dei millenial: «Qualche settimana fa ho incontrato per la prima volta dei nonni millennial. Stavo intervistando una donna sulla trentina sulla nuova proposta del presidente Joe Biden sul credito d’imposta per i figli, e lei ha detto che avrebbe giovato non solo ai suoi due figli piccoli, ma anche a quello di suo figlio maggiore. Non possiede una casa, né è neanche lontanamente vicina ad averla. Non ha nulla in termini di risparmi o di patrimonio. Eppure è una nonna, catapultata nella mezza età».

Lo stesso tipo di tendenza che si registra per i matrimoni la si ritrova anche nelle gravidanze. Un articolo del New York Times evidenzia le differenze tra il secolo scorso e gli ultimi anni: in passato l’arco temporale in cui le donne diventavano madri era rappresentato da una parabola che includeva gli ultimi anni dell’adolescenza – come limite inferiore – e i trent’anni.

Adesso quella stessa curva è molto più piatta e ampia, e ha due picchi: uno intorno ai 20 e uno intorno ai 30, e molte più donne scelgono di diventare genitori tra i 30 e i 40 anni. Insomma, i contorni sono molto più sfumati, creando una platea di genitori molto più variegata rispetto al passato.

Un’altra tendenza tipica della generazione dei millennial, scrive Annie Lowrey sull’Atlantic, la si ritrova nell’incidenza del livello di istruzione sulle scelte di vita: «Molte donne con istruzione universitaria che vivono in grandi città stanno rimandando la gravidanza, mentre molte donne che non sono andate al college e vivono in zone rurali continuano ad avere figli intorno ai 20 anni. Il divario generazionale aumenterà solo quando più millennial avranno i loro primi nipoti. Alcuni sono già nonni, altri dovranno aspettare ancora a lungo. Ma nel complesso l’età media alla quale le persone stanno diventando nonni continua ad aumentare».

Rispetto alle due generazioni precedenti, i millennial hanno accumulato soprattutto un ritardo sul piano della ricchezza. L’Atlantic parla di «miliardi e miliardi di dollari in meno di patrimonio netto rispetto alla Generazione X e ai baby boomer, valutati nello stesso periodo di vita».

I dati presi in considerazione, nella realtà americana, suggeriscono che i millennial più anziani hanno circa l’11 per cento in meno di ricchezza del previsto – con aggiustamento in base ai tassi di inflazione – e potrebbero essere la prima generazione in tempi recenti a essere strutturalmente più povera dei genitori.

È una condizione che Linkiesta aveva raccontato anche l’anno scorso, all’inizio della pandemia, spiegando che il doppio colpo di due crisi in dieci anni ha rallentato le vite di molti giovani: «I millennial sono la generazione del Dopoguerra che maggiormente si è trovata con incertezze occupazionali e reddito basso e discontinuo. Saranno i trentenni a veder maggiormente ridursi sia la possibilità di trovare lavoro sia il rischio di perderlo, in una fase della vita in cui tutto ciò si ripercuote pesantemente nel rischio di rinunce definitive sugli obiettivi personali e le scelte di vita».

Quella dei millennial è anche una generazione frammentata a cui, davanti alle possibilità ridotte e alle resistenze dei più vecchi, finora è mancata la spinta collettiva. Si tratta di una generazione con grandi disuguaglianze al suo interno.

«Stanno anche sperimentando – spiega l’Atlantic – una grande stratificazione della ricchezza. I millennial più ricchi stanno facendo meglio delle persone della stessa età decenni fa». L’esempio più estremo è quello di Mark Zuckerberg, che è molto più ricco di Bill Gates quando aveva 36 anni.

La conseguenza è che il 10 per cento dei millennial che è cresciuto in famiglie relativamente ricche e ha frequentato università prestigiose sta bene. Ma la fascia di reddito più povera, e in particolare chi non ha una laurea, rimane molto indietro.

E se la proprietà di una casa deve essere considerata ancora l’elemento che simbolicamente rappresenta il passaggio all’età adulta, a una vita indipendente e a un certo tipo di realizzazione, le dinamiche e le differenze tra millennial e baby boomer si ripetono negli stessi termini.

«I millennial più fortunati, quelli che sanno di poter contare sull’aiuto dei loro genitori – quasi sempre dei boomer – per pagare la retta universitaria o per accendere un mutuo, oggi sono particolarmente avvantaggiati: hanno beneficiato del verticale aumento dei prezzi delle case. Mentre i ragazzi che non hanno mai avuto un supporto di quel tipo in molti casi restano indietro, e sono loro che abbassano sensibilmente il tasso dei proprietari di casa all’interno della loro generazione», si legge sull’Atlantic.

Ecco perché i millennial non sono solo una generazione in ritardo rispetto alle due precedenti, ma sono anche una generazione per la quale l’idea stessa di creare un indicatore in grado di definire cosa sia, quali parametri e quali condizioni abbia l’età adulta diventa sempre più difficile. E la pandemia non ha fatto altro che accentuare queste disuguaglianze e accelerare il fenomeno.